Visualizzazione post con etichetta Conservativa che arriva in fondo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Conservativa che arriva in fondo. Mostra tutti i post

venerdì 2 maggio 2014

Sui sogni


La cosa più divertente è che, quando inizio a scrivere, non so mai cosa scriverò. So che il foglio bianco sottostante al falso inchiostro spaventa, quindi lo cambio in un colore che più si confaccia alle mie esigenze del momento. 
Oggi pensavo ai sogni. Ho sempre sognato qualcosa di diverso da quello che possiedo e mi domando se sia qui perché davvero ci sono voluta arrivare o se mi sono fatta semplicemente trasportare con abbandono dalla corrente di un fiume di eventi; malaugurata ipotesi, quanto, temo, reale.

Ho sempre sognato di viaggiare, costruire, vedere il mondo e raccoglierne ogni frammento in una pagina della mia esistenza. Eppure sono ancora qua, ospite della mia stessa casa, con in mano niente se non un foglio ottenuto con tante speranze, poi mandate in pensione prima ancora di essere messe in atto.
Cosa ho ottenuto? Ricordo di aver per un attimo sperimentato la vita che avrei voluto e di aver provato un’insana solitudine tornando nella momentanea casa accampata in fretta e furia tra le mura ammuffite di un quartiere periferico, ma ricordo altrettanto di essermi trovata a lato di persone che riempivano la mia esistenza ed aver provato la stessa sensazione di solitudine, come l’essenza più intima del mio essere fosse altrove in attesa che mi decidessi a partire.

Partire, restare… troppo spesso ci si illude che un’ipotesi sia migliore dell’altra, solitamente la più comoda.
Una famosa canzone dice “you’ll still be here Tomorrow, but your dreams may not”, ma forse non è così. I sogni rimangono, ma diventano semplicemente irraggiungibili. Se c’è una cosa che ho imparato è quella di non rimandare mai un sogno ad un istante più appropriato, il tempo passa e si cade nella perversa spirale di eventi che, con la sua forza centripeta, ti incolla al suolo.


Forse è già troppo tardi per i miei sogni o forse l’orologio sta ancora ticchettando i suoi ultimi battiti prima che il porto chiuda alle navi in partenza.  Continuo a sperare che sia vero che, quando tutto cambia, cambia in modo estremamente veloce, continuo a sperare che ci sia un punto di rottura in cui il soddisfacente non si a più abbastanza; un punto in cui le eliche iniziano a girare e le barriere del porto si aprano verso un orizzonte di opportunità. 
Forse anche questo è solo un sogno destinato a tramontare.

lunedì 11 novembre 2013

Long ride



Oggi, per la prima volta dopo del tempo, una parola è atterrata nella mia mente distratta, che a nulla pensava se non all’usuale cammino verso l’usuale luogo di ogni giornata: “passante”. Ricordo quando, dalla mia vecchia casa (anch’essa una “road to…”) imploravo l’aiuto di un passante distratto, affinché mi raccogliesse dal suolo su cui ero pesantemente inchiodata, dalle eccessive pressioni.
Ebbene, quel passeggero un po’ distratto, mi ha raccolto, così… quasi per caso, come una variazione sulle note della distrazione stessa. Siamo quindi approdati in una nuova casa, la qui presente.
Ed oggi, con la memoria di quello che anni fa fu, riapprodo in questa vecchia casa dal panorama immutato: una strada, tipica americana, con un segnale di attenzione che vuole guidarti, tenerti all’interno della safe route. E’ stato un po’ questo il ruolo della long road to.
La guardo e mi sembra una strada passata, lontana. Ricordo di non aver propriamente seguito le indicazioni, di essermi persa nel deserto, di aver urlato fino a capire che solo i miei orecchi erano in grado di sentire quelle richieste sventagliate con tanto fragore, in un mare di sabbia rossa che si alzava, ai bordi della long road.
E poi fu il giorno in cui tornai in pista, in cui tutto riprese a scorrere in modo più o meno normale, più o meno augurabile.
Proprio in quel momento mi resi conto che ero sola a viaggiare, non c’era più il passante distratto, ormai lontano con la sua ammiraglia, non c’era più la compagna viaggiatrice, ormai lontana con la sua valigia, non c’era più nemmeno il compagno nordico, adesso molto lontano. Tutti erano ad una distanza diversa, non eravamo più assieme e mi chiesi se non era forse questo il senso delle cose. Ognuno aveva finalmente trovato il posto sulla lunga strada e qualcuno, forse, era già addirittura arrivato nella sua personale destinazione…
Chissà se per me questa è solo una tappa. Ad oggi ho avuto il coraggio di cambiare strada, di varcare confini geografici e metaforici, ma sono tornata. Chissà se la mia voglia di continuare ad evadere non sia proprio la stessa forza naturale che mi trattiene qui. Chissà se il posto che non ho mai voluto chiamare casa sia proprio il luogo in cui approderò.

Per il momento, nel generale clima di un ingannevole happy ending, continuo a guidare, curiosa di scoprire se, al di là di questo orizzonte, esistono nuove tappe.

venerdì 27 settembre 2013

Non siamo

Circuito. Oggi ho sentito questa parola tre volte e tutte e tre le volte con significato diverso. Ma è mai possibile che non si riesca nemmeno ad essere chiari? E poi chi ha mai sentito parlare di “circuito” negli ultimi mesi? Accade che un bel giorno, una parola, si presenti alla tua porta come un vecchio amico che non vedevi da tempo e riemerga nella tua vita per qualche sprazzo di giornata. Poi sparisce. Persone… parole… ma che differenza c’è se poi riappaiono e scompaiono come viandanti in un mondo troppo stretto per non rivedersi? E non ho nemmeno idea del perché abbia iniziato un post, dopo così tanto tempo, parlando di una parola sentita troppe volte, troppo per caso. Ad ogni modo, so solo che di recente ho bevuto qualcosa di evidentemente troppo pesante per farmi ragionare lucidamente, sebbene sia stata una bella spinta alla scrittura, di nuovo. Non so perché mi trovi a scrivere in questo momento (tardo) della notte. Sento forse un peso che, da qualche tempo, incombe sulla mia coscienza, fermandomi, strattonandomi per la manica della camicia. “Hey! Dove vai? Ma sei sicura di volerci andare? Ah si? Beh almeno sei sicura di riuscirci?” Perché la risposta all’ultima domanda non si può mai veramente sapere… o almeno non in anticipo. E invece ecco quel moccioso, quel maledetto fanciullino pascoliano che mi ferma e mi si mette davanti baldo e sprezzante del rispetto altrui. E mi chiama, mi pone domande incerte, mi sospinge a riflettere… a dubitare!
Ma forse quel fanciullino qualche spunto di riflessione me lo ha dato, nella sua sfacciataggine.
Penso che troppo stesso sia caduta nel tremendo errore di giudicarmi in base alle etichette affibbiatemi dalla vita sociale: studi, acconciature classiche, vestiti poco sgargianti, faccia pulita, esperienze passate, risultati ottenuti per caso. Ma in realtà non sono niente di tutto ciò, ed  è proprio questo a spaventarmi. Non sono la persona intelligente che è uscita con il massimo dei voti, non sono la persona umile perché indossa un trucco leggero ed un taglio classico, non sono umile e moderata perché gli abiti che indosso comunicano sobrietà, non sono, non sono e non sono niente di tutto ciò che ho fatto, niente di tutto ciò che ho ottenuto. O se lo sono lo sono solo in parte.
Ma eccomi qua, illusa dalla stessa spiaggia d’oro su cui credevo di poter camminare agilmente, che credevo mia. Solo adesso mi accorgo di quanto sia difficile scontrarsi con la realtà, sentirsi inabili e dover imparare a ri-conoscersi, dopo così tanti anni impegnati a costruire un personaggio ad hoc, che soddisfi le nostre esigenze, ma che non è ciò che noi siamo. Eccomi qua, con la faccia sanguinante, poiché troppo spesso, ultimamente, l’ho sbattuta contro al muro. E non valgono le giustificazioni apposte sul momento, a cui in parte vorremmo credere. Noi non siamo quel che abbiamo voluto costruire, quel che abbiamo voluto credere, non siamo, non siamo e non siamo. E ora che lo sappiamo non stiamo certo meglio. Buonanotte.

mercoledì 7 agosto 2013

Ritorno

E’ passato così tanto tempo dall’ultima volta che, da protagonista, ho visitato la nostra long long road to, che qualsiasi cenno di saluto mi pare inopportuno. “Heilà, sono tornata!” Urlerei a piloti già km e km avanti a me, sulle loro strade, che non sono le mie. Che poi… chissà per quanto tornerei ancora? La mia vita è un continuo ritornare, salutare e ripartire, almeno mentalmente.

E’ passato così tanto tempo che non so nemmeno più se riesco a scrivere… guardando lo stile mischiato ed evoluto degli storici piloti, ex neofiti, mi pare di aver solo tanto da re-imparare. Ma, in fondo, dicono ch e scrivere sia come andare in bicicletta e forse questo pensiero mi consola accendendo una flebile fiamma di vecchio coraggio.

E’ passato troppo tempo e non so più da dove iniziare, se dalle parole taciute ad altri, se da quelle taciute a me stessa o se dalle consapevolezze pigiate a forza sotto un tappeto come polvere fastidiosa che non riesci ad eliminare.

I sogni se ne sono andati, i piani futuri che mi davano forza ai tempi dell’università, sembrano scomparsi, travolti e tramortiti da una goffa routine, nemmeno poi tanto soddisfacente.
Nella scrivania disordinata e sempre mutevole della mia vita, tutto è divenuto ordine;  adesso vedo solo due pile di eventi: due costanti. Strano pensare che una delle costanti sia proprio la massima incostanza che mi portò, anni fa, ad iniziare a scrivere e che, fino a poco tempo fa, mi tormentava, apparendo incerta, di passaggio e mostrando alcuna stabilità.  
L’altra costante, nella vita di tutti i giorni (delle persone fortunate, ma neanche troppo) inutile dire quale sia. Lavoro, lavoro ed ancora lavoro. Ricordo con piacere le parole di un ex collega che, parlando di come la routine si comporti da tranquillante per le sofferenze della vita, mi recitò una poesia ricevuta in dono da parte di una coppia di sposi: “la distrazione migliore? Il lavoro”. E come se è vero!

Guardandomi alle spalle, non sono più la stessa, non c’è più la forza di sognare un futuro lontano e migliore, di pensare a me stessa, di riflettere e di scrivere. C’è solo un eterno silenzio ed un’ansia taciuta e sconosciuta, che però non senti, che però dorme. Lavoratori, portatori sani di ansia: ce l’hanno, ma non lo sanno! Ed è questo il rischio più grande, non avere il tempo di riflettere, non avere il tempo di capirsi, di essere irrazionali e seguire, di nuovo, i nostri sogni, le nostre necessità, fino al momento in cui l’ansia si sveglia e ti pervade, senza che tu sappia chi è, cosa vuole e soprattutto il perché.

In un momento di cambiamento sono tornata a guidare, nella mia strada (metafora che a lungo ho usato) per imparare a conoscere la nuova me stessa e chiunque dorma nel profondo del mio inconscio.

martedì 25 dicembre 2012

Paura di sé


E’ tutto qui il dolore?

Con queste ennesime parole di una vecchia canzone mi pongo una delle mie innumerevoli domande: perché la mia sofferenza non dura mai più di tre giorni? Escludiamo riferimenti religiosi, a prescindere.
Dentro di me il vuoto fa eco, ma non riesco ad avvertire altro. E’ forse un gioco di abitudine che fin troppo si è prolungato nel tempo? In fondo i cambiamenti radicali sono stati il mio pane quotidiano: l’esagerazione, gli estremi.

 Terapia d’urto…

Sarà che in fondo non credo poi così molto in una relazione in cui tuttora mi sento coinvolta? Sarà che so che l’allontanarsi è un bluff per rivivere un nuovo roseo e poetico ritorno?
In realtà l’idea di un ritorno desta in me una certa ansia che non mi spiego. Anche la scrittura non fluisce più… e mi lascia pensare che forse sto davvero reprimendo ogni sensazione, positiva o negativa che sia. Io, conservativa che tanto in fondo non c’è arrivata, non sono in grado di giudicare cosa provo. Sto forse soffrendo? L’unica cosa certa è che provo impotenza ed in questa impotenza lascio fluire le forze spontanee della natura: il corso degli eventi. Ma non è certo un lasciar scorrere, quanto più un controllo superiore che, attraverso una serie di “sentieri nel bosco”, ho creato sulla mia vita.

Piani B…

Perché quando le cose vanno secondo i piani c’è sempre una salvezza e c’è sempre un piano che dipenda interamente da noi.

Codardia…

O forse riconosco di aver fondato la mia relazione su basi non solide e sono felice di demolirla con la speranza di una ricostruzione futura. Chi può dirlo? Chi può davvero sapere le ragioni sottese al mio sentire?

Di questo dovrei gioire, se non fosse che la mia apatia, ossimoricamente mista ad entusiasmo, mi spaventa.
Sono ancora in grado di provare dolore? O sono una bastarda egocentrica troppo innamorata di sé stessa per cederne una parte durevole ad altri?

Stavolta nemmeno la profonda riflessione imposta dalla scrittura mi offre soluzione.

“Un giorno ti sveglierai e avrai la soluzione” –cit.

Vedremo.

martedì 11 dicembre 2012

L'ultima volta


“Sembrava durasse per sempre, quell’amore assoluto e violento, quando è stato che è finito in niente? Perché è stato che tutto si è spento. Non ha visto nemmeno settembre”


Mi ritrovo, così, a rispecchiarmi, più di quanto vorrei, in questo brandello di canzone, che sembra, più di ogni altro, riassumere l’essenza dell’intero testo musicato.

E ora mi domando, davvero, “Quando è stato che è finito in niente?”

Perché sento di non sentire più niente, sento che tutto ci è scivolato dalle mani come una saponetta troppo bagnata, in modo fugace, senza darci il tempo di reagire. Ed è stata stare lontani la soluzione? Se così poteva sembrare, adesso mi accorgo, con maggior coscienza, che è stata solo una nuova consapevolezza, di esser soli; un processo di ridefinizione, da due a uno.

E pensare a chi eri prima di tutto questo… la persona dalla quale non mi sarei mai separata. La tua macchina sembrava così naturale davanti alla mia casa, così come il tuo corpo accanto al mio, se non fosse che quest’ultima cosa, naturale lo sembra ancora e forse mi trattiene.

Sembrava naturale il vedersi, il cercarsi, l’esserci, il vedere ben chiaro avanti.
Adesso sono qua da sola che non riesco a ricordare quell’ultima volta in cui siamo stati ancora noi. Ed ho in mente una scena, sulle scale mobili di qualche metropolitana parigina. Mi voltai e, per quanto odi parlare di romanticherie, tu mi baciasti, come quel bacio significasse il mondo in quel momento. Lì ho capito che c’eri, o meglio, c’eravamo. Ed allora mi domando, non quando, ma come… come è stato che è finito in niente?

Non trovo risposta ed è forse per questo che continuiamo a ravvivare questa piccola fiamma ormai mesta e sbiadita. Lavora, riprova, aggiusta, un giro di vite e siamo sempre più distanti.
Ho l’impressione di esserti accanto per l’amore che provo verso quei ricordi, ancora così vivi. Vorrei con tutta me stessa ritrovare quell’essenza di vita nascosta in uno sfregarsi di mani, in un vedersi da lontano, in un salutarsi da un finestrino. E trovo il freddo, il ghiaccio: la consapevolezza di non essere più.

E sì, il lasciarti forse è davvero come “sparare ad un uomo morto”, ma io mi ritrovo qui, bloccata tra i miei istinti di fuggire dall’altra parte dell’oceano ed un freno che mi trattiene, illudendomi di un futuro che rassomigli al passato. Vorrei, vorrei, ma l’unica cosa che posso ottenere è forse quella che interamente sta nelle mie mani, se non fosse che ciò talvolta mi sembra una codardia.
Ed altre volte ancora, mi dico che l’ho sempre saputo, come pensai in quel parco di San Casciano, una notte d’estate: “prima o poi ripenserò a questo giorno felice e mi domanderò come abbiamo fatto a perdere tutto”. Così è successo. Sono sola in questa notte d’inverno, col tuo ricordo che riaffiora e mi riscalda, ma con la speranza che un giorno arrivi la neve a spegnere anche questa fiamma e medicare, riappacificare, coccolare ogni amara sofferenza col suo manto assoluto e senza tempo.


venerdì 9 novembre 2012

Yet to be


“Come ti senti?”

“Come mi sento? Come qualcuno non ancora in grado di essere”

Con queste enigmatiche ed insensate  parole definirei al momento la mia esistenza. E’ come se le piccole e banali conquiste quotidiane, per quanto affabili, non riescano a soddisfare la mia voglia costante di ricerca ed ancora una volta, come da tanti anni, sento quel bisogno di partire.

“Prendi e  parti”, viene da dire. 

E’ che decidere di partire è un po’ come ammettere di essere uno zero prossimo ad essere arrotondato ad 1. Uno zero, ancora nulla, in attesa della sua evoluzione. 
Un 1 non parte se non per necessità, perché qualcosa è diventato, solo gli zeri vanno alla ricerca del loro completarsi, perché forse lo zero non si accontenta di fermarsi ad uno, forse mira ad arrivare ad 8, stendersi ed ingannare la vita fingendo di essere l’infinito, in una scala numerica creata per misurare, con la concezione che non ci sia un limite al divenire. Così si sentono gli zeri, punto di arrivo e di partenza di una serie positiva e negativa di essenze sugli assi di una vita incerta ed ancora da definire. 
Per uno zero la misura non esiste, niente è dato, niente è status quo, ogni cosa è una strada da percorrere, con l’incertezza di ritrovarsi in un cerchio che conduce al punto di partenza, ma con la speranza di poter finire in una spirale di crescita…


sabato 15 settembre 2012

Ci credo ancora troppo


A cosa direte voi? Ma che vi importa? Perché leggete? Sono solo due parole noiose messe in croce, sicuramente avrete altro da fare! Come ho già detto varie volte: "si scrive per sé stessi" e, aggiungo ora, "un po' per noia, un po' per non perdersi".

Dunque, credo ancora troppo in questa storia zoppicante, come un vecchio cavallo buono solo da macellare. Eppure c'è chi al cavallo ci tiene, ma ci tiene per davvero! E se non si potrà correre e saltare, sarei pur felice di andare al trotto o di morire in una stalla accarezzandone la criniera.

Questa è una stupida storia come tante altre, in cui ci si conosce, ci si perde, ci si ritrova e ci si riperde; niente di speciale. Eppure se una miscredente come me arriva a crederci così tanto, qualcosa vorrà pur dire, no?
Esisterà un qualche sesto senso, o sarà tutto frutto di una mera e materialissima attività cerebrale?
Nevertheless... non importa, il fatto è che ci credo troppo e forse devo qualcosa pure al nostro Velocissimo ed inconcludente per questo. La sua volontà è sempre stata ferrea a riguardo, sebbene a volte non sia stata adeguatamente premiata.

Ci credo troppo per poter accettare compromessi, esattamente come amavo troppo il mio cane per vederlo morire lentamente.
Riesco a credere che, sotto quella pianta malata, ci sia ancora una radice buona, che sia possibile una rinascita dopo un taglio netto, e proprio per questo sento di dover fare questa mossa.

Non molto tempo fa qualcuno mi disse "Se ti abitui a stare qui - e a questo punto immaginatevi la mano di un ragazzo biondiccio, dall'aria un po' triste, che si allinea orizzontalmente davanti al piano dei suoi occhi - non accetterai mai di stare a meno che qui (stesso gesto)" ed è una delle cose più vere che mi sia stata detta!
Ecco perché non riesco ad essere triste: perché io questo compromesso non lo accetto.
Non ci lascerò rotolare nel fango come maiali senza più padroni o non lascerò questa piccola fiamma spegnersi lentamente, se proprio volete una metafora più fine.

Forse sono un'illusa a sperare che possa riaccendersi, ma, rileggendo questo blog, ho notato che un mio grande desiderio era crederci e, in fondo, anche se troppo tardi, ci sono riuscita.

martedì 11 settembre 2012

L'amaro ed il salato



E forse fa più male la Verità di qualsiasi altra disgrazia. E la verità è sempre difficile da ammettere. Varie volte ci viene negata, altrettante la neghiamo a noi stessi. Perché niente crea più dolore di ciò che è vero. E la verità, talvolta, è che non proviamo il dolore che vorremmo provare.

E' dura sopportare questa profonda malinconia. Una casa vuota, nessuna macchina parcheggiata di fronte al cancello, un letto troppo grande per esser solo mio. Lenzuola nuove, spazi da riempire con nuove abitudini... tutto cambia e, in questo rapido evolversi, mi rendo conto che non provo dolore, ma nostalgia.
Può la nostalgia essere definita dolore? Nel mio modo di vedere le cose, sono sensazioni ben diverse. Il dolore è il vuoto che ci viene lasciato dentro, la nostalgia è l'amarezza del ricordo. Come fossero due gusti distinti: salato ed amaro, si assomigliano ma sono percepiti da aree diverse di quella piccola grande prateria di papille gustative.

Non manchi solo tu, manca il tutto che avevamo, perché, quando finisce qualcosa, anche le cose più brutte finiscono per mancarci. L'essere umano è diventato terribilmente abitudinario.

Il dolore, quello lo conosco bene da mesi, è il dolore di una perdita per molti superficiale, per me vitale. La mia parte umana se ne è andata, lasciandomi in consegna un cesto di amore da conservare, troppo bello per esser donato, troppo nobile per non esser protetto. Tu manchi, fino in fondo, il tuo ricordo mi provoca una lacrima ogni sera, persino a fianco della persona che condivideva il mio letto.

Ricordo bene quando, una triste notte, mi voltai dall'altra parte, pensando "non è sufficiente". Non bastava avere qualcuno a fianco, il mio inconscio cercava ancora quella parte bambina, spontanea e capricciosa che se ne è andata con te quel giorno di febbraio con la neve ancora alta.
E adesso, che sono sola, non riesco a sentirmi più sola del giorno d'inverno in cui sei volato via. Strano come, nell'amore, poco conti la razza a cui si appartiene. Come diceva quel caro amico: "ci si innamora di tutto".

Rimango quindi nella mia passiva nostalgia in questa casa vuota, conscia che il dolore che so provare è unico, come lo è stato l'amore profondo e libero da condizionamenti umani.
Ma, se mi volto dall'altra parte del letto, mi chiedo: "è solo nostalgia tutto questo?"

Troppo difficile trovare una risposta.. come spesso accade nella vita, si chiude gli occhi, in attesa di un nuovo giorno, di nuove domande che spazzino via le vecchie, in un eterno dubbio dimenticato che, come un film muto, manca del suo pieno significato, lasciandoci senza certezze.

mercoledì 4 aprile 2012

Il falso


ìE basta che si manifesti, per capire quanto è falsa la morte. Meschina ingannatrice, altro non è che un insieme di illusioni tangibili come il pane di cui ci nutriamo. Ma non ci nutriamo di morte, l'essere umano va oltre questa misera sensazione.
Si passa una vita ad aspettare un momento per poi capire che allo stesso tempo tutto e niente è cambiato. Sensazioni, memoria tattili, olfattive. Tutto è vivo, come sempre.

Il pensiero batte la morte. Essa non è che l'occultamento di ciò che eravamo soliti vedere e sentire. Niente viene cancellato dalle ultime pagine di un libro, nessun ricordo svanisce al saluto dato all'amico che prende un treno.
La morte è solo una copertina per una vita vissuta. Finché ci saranno lacrime, pensieri, gesti usuali che non hanno più motivo di essere, niente è morto. E se un giorno non ci fosse più niente di tutto questo, quella sarà morte certa e perenne.

lunedì 19 marzo 2012

Quadro effetto notte


Tre persone, un'epoca, un dialogo, un'atmosfera.
Era l'estate del 2010, se non vado errato. Tre persone totalmente diverse tra loro, sedevano su un muretto isolato, al di sopra della città.
A far da candelabro: una torre, illuminata dal basso, senza più prestanza, senza più memoria, ma pur sempre simbolo da rispettare.
Non so come ci eravamo finiti, tre sentieri si erano incrociati; per uno ho dovuto compiere un lungo viaggio composto da km e km, mentre, per raggiungere l'altro si è reso necessario un percorso di evoluzione, durato anni.
Un concetto è riuscito ad unirci: nessun confine. Nessun confine fisico, per quanto riguarda l'amica delle montagne. Nessun confine morale, per quanto riguarda l'amico compaesano. E per me? Nessun confine, proprio nessuno, di nessun tipo, tanto che son riuscita ad incrociarli entrambi.

Dicevamo, era una notte calda, di quelle proprio appiccicose, che anche quando sei sull'unico cucuzzolo dell'unica montagna nel giro di chilometri, riesce ad impiastricciarti la pelle.

L'aria era profumata, ed il silenzio, se non fosse stato per le nostre parole, avrebbe regnato sovrano nella sua reggia sopraelevata. Dimenticavo: grilli su grilli condivano l'atmosfera estiva, come ubriachi nella notte di ferragosto.
Era una notte molto diversa da quella in cui, lo stesso anno, incontrai l'amica F., nel freddo inverno della Germania occidentale. Al contrario, era un giorno simile a quello del primo incontro con l'amico E.

Dunque, le tre persone più improbabili stavano sparanzate su di un muretto posto sull'orlo di un precipizio. Non parlavamo, blateravamo i discorsi più contorti e assurdi che si potessero fare, e forse era anche questo che ci piaceva. Ad un certo punto, a seguito di un commento su una mia sconfinatissima avventura, assolutamente da non rifare, E. se ne venne fuori con una perla che avrei conservato per tutti i mesi a venire.

"Ma tu sei innamorata di lui?" Sbuffò E.

"Che diamine significa essere innamorati? L'amore è impalpabile, dunque inesistente" Asserì serrando le labbra la 50% atea, 50% agnostica Mis-credente.

"Ci si innamora di tutto"
Risposta spiazzante.

Il silenzio. Il mio silenzio.

"Ci si innamora di un luogo, di un'idea, di una canzone" Proseguì lui. "Una volta sono stato in un paesino sulle montagne, sono convinto che non ci tornerò mai, ma mi è rimasto nel cuore, ancora lo ricordo..." Ecc... Ecc... Ecc...

Accidenti, un'interpretazione geniale. Chi diamine ha detto che l'amore deve esser baci, carezze, fiori e mandolini? L'amore è un'idea, un concetto, un gusto del momento, come il gelato al puffo, ormai estinto se non in qualche antiquariata gelateria.

Rendere proprio un concetto logorato dal conformismo, questa fu la lezione. In effetti di E. tutto si può dire, tranne che sia un conformista.

Così, in quella notte così infinita da arrivare a pensare di poter vedere più volte l'alba senza mai accorgersene, passai da non essere innamorata di niente e nessuno, ad essere innamorata di tutto. Anche io, come l'uomo che si innamorava di tutto (così lo definii dopo quella sera), iniziai ad essere la donna che si innamorava di tutto. Così, quando ad oggi mi fanno quella domanda che non avete nemmeno idea di quanto odi e trovi banale sulla bocca di molti (innamorata?), rispondo "certo" e proseguo con una sfilza di luoghi ed oggetti inanimati, sentimenti popolari, canzoni, idee, personaggi storici che fa perdere la voglia all'interlocutore di starmi ad ascoltare (mio ambitissimo obiettivo principale).

Ma la verità è che quella sera pure i miei confini mentali sono stati abbattuti. Non esiste uomo/donna che non sia perennemente innamorato di "qualcosa", ma, il più delle volte, quando si dice di esserlo di "qualcuno", ha vita più breve del gelato al puffo.

giovedì 15 marzo 2012

Ricordando giugno

Mattina presto, ma non troppo. Clicco sul mio nome su questo blog per vedere cosa posso aver scritto di me, che ormai non corrisponde più a realtà.
Un dettaglio risalta ai miei occhi: "membro da giugno 2011".

Il pensiero torna a quel tempo passato.
Primo ricordo: il calore. Il sole filtrava gentile e deciso già dal primo risveglio; gli abiti, al tatto con la pelle, non apparivano più così freddi come al tempo presente. L'acqua del lavandino, con cui, con la lentezza del mattino, mi rinfrescavo il volto, era tiepida sin dai primi istanti.

E questo è ciò che, anche questa estate, potrò nuovamente sperimentare. Ma è pur vero che non c'è una stagione che corrisponda esattamente all'altra. Siamo esseri in evoluzione e tutto cambia, affinché tutto sembri sempre meno uguale.

Mi sveglio oggi, in questa mattina non ancora di giugno, non ancora calda a sufficienza. Cosa vedo di diverso nello specchio? Molto. Non sono io ad essere invecchiata, e non parlo di uno specchio comune, ma del mio personale, a cui mi affaccio di tanto in tanto per controllare che tutto scorra nella direzione giusta.

Giugno 2011 era un mese di libertà, di strade appena concluse e di strade appena iniziate, sebbene conosciute da lungo tempo. Giugno era un crocevia di emozioni passate, presenti e future.
A giugno c'era una routine che mai potrà tornare. Certe persone ancora attraversavano quotidianamente la mia vita. C'era un'aria di inizio.
Mi sono sempre piaciuti gli inizi, quelli in cui devi scegliere una direzione, in cui incanali le tue gioie e sofferenze affinché trovino il sentiero più confortevole, assicurandoti un saldo sempre in positivo per gli anni a venire.

Ed eccoci qua. Non esistono più i lunghi viaggi in macchina, le strade consuete, i panorami nuovi ma quasi familiari, i luoghi, i pensieri, le persone...

Tutto è andato: ho scelto una via, che non è altro che "vita" con una "t" di meno.
Ad oggi mi trovo inscatolata in un corso di eventi che si è susseguito, portandomi fino a qui: un punto morto nell'ennesima strada dritta, ampia e piatta (cit.).
Dritto è l'orizzonte del percorso dinanzi a me, sebbene sappia che qualcosa cambierà. Leggermente più tortuoso appare, invece, se mi volgo all'indietro, ma bisogna sempre voltarsi con la coda nell'occhio, per non rischiare di fare retromarcia.

Ricordo i sapori di giugno, il tepore del sole e quel vento finto, al profumo di mare, che si confaceva, per inganno, alla mia pelle.
Addio Giugno, addio vecchia via.

Mi ritrovo adesso a cercare un senso alle varie scartoffie, ad una tesi che non può esser definita tale, tanto è sconclusionata, se non nel mettere alla luce che l'uomo è sempre più a 90°,ma sempre più illuso di esserne a 360°: il centro, la chiave.
Forse il mondo non avrebbe potuto continuare con la coscienza di essere schiavi, o forse questo nuovo antropocentrismo lima le riserve di ossigeno costringendoci ad una morte precoce?

Ad ogni modo, relegata nelle mie scartoffie, mi siedo e penso a quanto possa aver, allo stesso tempo, perso e guadagnato nel giro di questi mesi. Unica conclusione (di una tesi stavolta informale e più sensata) è che tutto, al momento in cui deve cambiare, cambia con estrema velocità.
E questo spero che possa rallegrare l'amico pilota XF. Tutti ci siamo persi almeno una volta, per giorni, mesi, forse anni, ma grazie alla coscienza di essere tali, eravamo vivi, come io ero molto più viva di adesso.
Nel deserto (nella mia accezione personale di "deviazione dalla retta via") abbiamo gioito e pianto, con quello spirito che spinge a muoverti, lo stesso spirito che perdi quando "tutto cambia" e ti adegui ad un leggero trotto che non ha più sterzate, profonda gioia, né profondi pianti.
Sempre più convinta che la regolarità sia il "prozac" della vita, quei mesi persa nel deserto hanno adesso un sapore di vissuto, non di sofferenza.

sabato 25 febbraio 2012

Dimenticanze


Sento questo silenzio che mi opprime; schiacciandosi da ogni lato sul mio corpo, sembra volermi forzare nella posizione eretta in cui mi trovo.
E' un silenzio pesante, perché non c'è traccia di te.
Mi schiaccia gli occhi, corrode la vista, logora il respiro. E ancora non ti sento.

Il ricordo fa male, riporta alla mente note di un tempo trascorso, finito. Cerco e ricerco quei momenti, con la paura che ha l'anziano, di dimenticare ciò che ha permeato la sua vita.

Perdere dei dettagli, dimenticare una sensazione, avvertire la lontananza. Questo fa male.

La mia esistenza è stata così affollata che ogni cosa mi scaraventa in un momento precedente, in cui tutto era al posto giusto.
Adesso, invece, viaggio come colui che è partito dimenticandosi qualcosa a casa. Ogni tanto tocco le tasche, per rifocillare la mia incredulità.
Quell'assenza mi parla. Così, allontano la mano e proseguo il viaggio con quella sensazione di dimenticanza, non di vuoto.

Lascia un vuoto solo chi se ne va non essendoci mai veramente stato.
Non è il mio caso e non è abitudine, tantomeno spiritualità: è purezza.
In questo silenzio tossico, in questo segmento spezzato, io, sento ancora la tua tiepida presenza accanto

domenica 15 gennaio 2012

Lettera triste ad un amico perduto


Mi dispiace Andrea, mi dispiace perché non c’è più niente che mi ricordi te. Non c’è più lei a sostenermi gentilmente il braccio camminando per strada il sabato pomeriggio. Non c’è più la serata nel consueto posto in cui ci trovavamo. Non passo più dai giardini dove a volte parlavamo, o ti vedevo con lei. Non c’è il tuo nome sul mio telefono, non c’è la tua mail nel mio indirizzario.

Mi dispiace perché non c’è più assolutamente niente che mi faccia pensare a te. E lei ha un altro, come aveva un altro il giorno che te ne sei andato. Non parliamo più di te Andrea. Non ci vediamo più poi così spesso, forse perché penseremmo ancora a te. La nostra esistenza è irrimediabilmente legata alla tua presenza, che ha lasciato un vuoto così grande.
Non avrei mai capito fino in fondo perché le persone si dividono quando perdono qualcuno, non lo avrei mai capito se questo non fosse successo.
Ora capisco tutto. Ma sappi che a volte ti ripenso, quando passo dal luogo in cui giaci, che da quel giorno non ho più visitato. E mi fa paura pensare di rivederti, perché quella foto non è più te. Come la ricordo bene…

Con questo vorrei riportarti nella mia memoria, nelle mie parole, vorrei che tu vivessi ancora. I miei problemi mi spingono a pensare che dovrei lasciarti andare, ma non posso farlo. La tua sorte è stata così crudele, così reale, che mi riesce difficile pensare che non possa accadere a nessun altro. Quando una statistica diventa realtà per le persone a noi vicine, purtroppo non sarà mai più solo una statistica, ma una concreta possibilità, e spaventa.

La morte è così beffarda! Ti vantavi tanto di essere l’unico a possedere quel cognome… ora non ce l’ha più nessuno, nel tuo piccolo sei riuscito a privare l’Italia intera di qualcosa.

Sono tutti andati avanti, e forse anche io, ma quel panico è il mio modo per non lasciarti andare, per non farti un torto, come a dire “avrei dovuto saperlo”. Avrei dovuto sapere che era possibile, avrei dovuto ogni volta salutarti come fosse stata l’ultima. Ma non prendiamoci in giro, la vita non potrebbe essere realmente vissuta con l’ottica del memento moris. Non sbagliavo prima, sbaglio adesso. Ad ogni modo mi dispiace desiderare di perdere totalmente il sentore della tua presenza. Dispiace ancora di più non credere in un aldilà in cui tu possa sentirmi. E se mai esistesse, spero gradirai questa carta straccia.

La mia festa


Sono contro la mania dell’apparire, dell’esser belli.
Non c’è cosa al mondo che disprezzi più dell’ostentazione.
Se mai dovessi avere una festa, per la circostanza voglio esser nascosta.
Come può essere “tuo” qualcosa di cui sei protagonista? E’ tuo il figlio che fai e che poi ti sfugge, è tua la vita che vivi un po’ per caso, un po’ per voglia.

Non è tuo lo spettacolo, in cui reciti, ma scritto da altri.
Non è tua la festa in cui compari, se dettata da una tradizione.
Come può esser tuo il palco sul quale impersoni qualcosa di precostituito? Una sposa, un neonato, un diplomato, un laureato...
Niente di questo è nostro.

Come può esser del burattino lo spettacolo in cui l’artista tira i fili?
Tuo è il quadro che dipingi e che non ti raffigura, la canzone che componi ma non canti, il testo che scrivi ma non leggi...

Se mai avrò una festa non voglio stare in piena vista, ma in disparte; voglio scomparire ed osservare quei manichini pilotati, come macchine, da assurdi precetti.

Per la mia festa non vorrei un bel vestito, ma l’invisibilità.
In effetti, non gradirei alcuna festa.

lunedì 2 gennaio 2012

Quando mi addormento



Quando mi addormento...
quando mi addormento, non è tutto silenzio
a volte voci lontane d'infanzia trattengono i miei sogni dal dispiegarsi.
a volte la stanza concentra il suo impercettibile peso sulla mia testa, leggera sopra al cuscino.
Per dormire bisogna sentirsi bene
Per sognare è necessario stare bene

e si fanno di quei sogni intensi che trasportano via lontano in mondi diversi.
Nel mio mondo non c'è silenzio, si parla in continuazione, si pongono domande e accennano risposte distratte
Da sola non c'è silenzio
Dormire è sottovalutato, dormire ha piu' significati, si può dormire ad occhi aperti una vita intera, o non dormire mai.

Io non dormo mai, quando non ci sei.

martedì 13 dicembre 2011

Point of origin



Pungente. Questo bisogno di scrivere, di gettare fuori con la forza inversa di un tornado, è decisamente pungente. Ma se mi chiedo cosa vorrei scrivere, di cosa vorrei parlare, allora la penna si blocca, anche se di penna ormai non si può piu' parlare.
Troppi pensieri percorrono la mia mente con la velocità di treni erranti che vagano in lungo e in largo su questo pezzo di terra semi-circondato dal mare.
Molti di voi mi danno spunti, ma forse oggi vorrei raccontarvi qualcosa di molto privato: il vuoto.
Sì, ho bisogno di togliermi il ricordo di questo vuoto che a volte ancora mi attanaglia... dopotutto, a che altro serve la scrittura?

Mi sono detta "mai più". Mai più camminerò da sola in terreni ostili e solitari, freddi, bui come tombe dimenticate. Mai più perderò l'amore per me stessa scambiandomi per tante altre lapidi abbandonate.
Non voglio pensare a quei ricordi in cui non ero niente, perché questa è la definizione di ciò che ero: un nulla, viva ma senza vita. E tralasciamo i convenevoli e la scrittura poetica ed elegante, sia per l'ora tarda che per la comprensibilità del testo. In fondo un testo deve essere, come prima cosa, chiaro, o si perde l'abitudine alla lettura e, per quanto mi riguarda, non ho nemmeno niente da sfoggiare, né sono interessata a farlo.

Ero un nulla, poiché come si può qualificare una persona spenta? Brulla? Apatica? Inesistente forse. Ora so che mi ero semplicemente persa tra mille abbandoni, il che aveva infine causato la perdita di me stessa. Mi dispiace per il poco rispetto avuto, per gli obiettivi folli che mi sono posta, per le persone coinvolte ed innanzitutto per ciò che ho chiesto a me stessa: troppo.
Non puoi fallire, non puoi sbagliare, c'è solo una strada...
troppe notti solitarie mi hanno portato ad essere realmente sola, lontana anni luce da chi avevo accanto, da coloro con cui non riuscivo a comunicare. Nemmeno un riflesso di me era visibile. Eppure ho trovato persone che, nonostante tutto, hanno saputo volermi bene. Ma quella sensazione di volersi perdere tra mille persone, strade, idee e pensieri, continuava ad essere travolgente. Lo spingere, spingere ed ancora spingere fino a vedere fino a che punto si può arrivare prima di distruggersi, era una malattia di cui ancora soffrivo, senza speranze.

E' stato un percorso, ma a volte è un sentiero da cui non si esce; non serve volontà, serve perseveranza, esperienza, perché non tutto risulta visibile e, come ben sapete, troppo spesso si tende a dare per inesistente ciò che semplicemente non siamo in grado di scorgere.

Vedere per credere, toccare per convincersi che sia vero. Questo è il motto dei non folli.

Come quando ci si sveglia in un luogo sconosciuto, io non so spiegarvi come sia giunta qui, non so spiegarvi come possa aver attraversato quel freddo, ne' come possa vedere talmente tanto buio dietro, ed in parte dentro, di me.
Non capisco, ma giustifico la dolce arrendevolezza dell'indifferenza, le corazzate poste tutt'attorno, atte a non incorrere in danni ulteriori.
Non capisco il male, ma so che capita.
Colpa mia? Forse. Parliamo di un episodio in particolare da cui tutto ha avuto inizio? Forse no.
E' tutto un girigogolo di sensazioni rappresentate da un purissimo grigio plumbeo, assai peggio del nero che prima o poi passa, così incostante...

Non so raccontarvi cosa significhi essere finalmente aperti al bianco che la vita può portare, alla sensazione di calore che so dove trovare, ma che parte da dentro...
Non trovo altro paragone di me stessa se non quello di un umile cane randagio che, smarrito tra le vie di una città che non gli appartiene, dopo innumerevoli scorribande verso ciò che a malapena permette la sussistenza, si ritrova circondato da mani amorevoli, una cuccia, cibo... un collare.
Avete mai provato ad accudire un cane randagio? Se sì conoscerete bene la sua scostanza, la sua totale sfiducia, il tentativo di correre verso la strada a cui non appartiene, perché nessuno appartiene alla strada, ma allo stesso tempo la sua impossibilità di scappare e lo sguardo nei suoi occhi che si scusa per ciò che è diventato, per cosa la vita ha avuto in serbo per lui. L'incredulità prima della riconoscenza...

Il cane randagio rimarrà sempre randagio, ma ogni giorno è una perla, una rassicurazione verso quel tetto che, mano a mano, diventa più stabile, più sicuro, fino a far scomparire l'innaturale desiderio di fuga. Non so dirvi in quale tappa io mi trovi, so che, come per ogni randagio, questa casa non mi è dovuta, è un dono a cui ancora stento a credere. Ed il passato fa paura, perché so cosa giace al di là di queste mura oltre le quali non vorrei più andare.
Il motivo? Il calore. Strano da spiegare, difficile da capire. Penso sia proprio il calore ad indirizzare le nostre azioni. Non siamo forse sempre in cerca di quella dolce ed avvolgente sensazione materna? Quell'essere avvolti da tiepide e rasseneranti acque... l'unica conclusione a cui posso giungere è che l'uomo, per quanto vada avanti, cerca sempre più di tornare indietro, all'origine, ad un frammento di quelle sensazioni in cui tutto era pace, in cui il male non aveva da esistere.

Non so cosa rappresenti quel calore: gioia, amore, quiete? Ognuno gli dia il nome che più preferisce; da quando il mondo è stato creato i nomi non sono serviti a niente, se non a portar avidità, incomprensioni, ferocia.
In fin dei conti era di questo che volevo parlare, così, senza neanche accorgermene, ci sono arrivata, passo dopo passo e la cosa migliore è che questo pezzo di pagina non serve che a me stessa, non ha bisogno di lettori per espletare la sua utilità. Ma eccolo a voi, per chi avrà voglia di leggere, di sentirsi meno solo nel buio, o più fortunato nella luce. Buone Feste.

domenica 4 dicembre 2011

La borsa del viaggiatore


Posto X, ore 23.39. Una pungente nostalgia mi pervade.
Il motivo? sempre lo stesso: tutto è destinato a finire.
E non ne parlo come un ritorno da scuola dopo una giornata noiosa scandita dal suono della campanella e dalle risatine dei giovani compagni. Ne parlo come ne parlerebbecolui che ritorna: triste, ma carico di un bagaglio impalpabile.
Siamo umani, nella nostra vita succede che si possano prendere mille strade per altrettante destinazioni, si possono conoscere persone, assaggiare luoghi, dormire in letti d'altri, mangiare cibi stranieri.

Ma cosa ci rimane quando torniamo?
Una musica, un odore, due occhi. Un vuoto. E' il vuoto di chi sa che non è possibile trattenere. E così torniamo alla domanda: cosa porta chi torna? Un sorriso, un pianto, un segno di falsa indifferenza.

Strano pensare come ricorderemo quel luogo ed immancabilmente lo collegheremo ad altre immagini scolorite. Forse chi viaggia porta con sé solo tanta tristezza, l'insana infelicità di non poter restare, il vuoto della cartolina ricordo: bella da spedire, non da rimirare.
Quanto vorrei aver trattenuto quegli attimi in cui mi dicevo "goditeli, presto non ci saranno più, un giorno passa velocemente" e più me lo dicevo più tentavo di aggrapparmi con tutte le mie forze a quel luogo non troppo lontano. Fuori dalla nostra quotidianeità si fanno cose diverse, come persone nuove, ed addirittura si pensano cose diverse; è così bello non sentirsi noi. Lontano ci si sente migliori, forse lo siamo.

Così non so cosa riporto, so solo l'amarezza che lascia un ritorno. La malinconia di vivere la propria vita e di non avere che rari flash di vite d'altri, di mondi diversi. Ma forse l'importante non è quel che ci viene lasciato, ma ciò che in quei rari momenti riusciamo ad essere.

Felicità.

Come per dirsi: "ne sono ancora capace".

giovedì 17 novembre 2011

Paura di amare - citazione da.......


Questo non è mio. Ma della "Conservativa che arriva in fondo" ed è una delle sue creatura di prima di entrare nella nostra squadra. Prendila come un tributo alla tua opera e al tuo talento.




"...Guardo fuori; il cielo è grigio. Di quel grigio argenteo sottile in cui quasi rivedi la tua immagine riflessa, quel grigio che ti rispecchia, che rispecchia il tuo umore, che ti copre e ti protegge da un cielo azzurro nascosto; troppo vasto, troppo puro, al quale ancora non puoi arrivare, al quale forse non arriverai mai. Rimarrai semplicemente lì, immobile, incantato, in quella posizione eroica e solenne con il braccio disteso ed il dito in alto a puntare a non si sa quale stella invisibile, una ben precisa stella sospesa tra tante altre. Una stella che non splende di più, ne di meno. Una stella impropriamente detta “qualsiasi” in un oceano qualunque, perche’ ben poco importano le determinazioni, i nomi, gli epiteti, quando vedi lo splendore e l’incanto di qualcosa di straordinariamente comune. Così rimango io, ferma a puntare al cielo coperto dalle nubi protettrici, cariche di pianto stellare, cariche di accumuli gassosi che come pensieri si spostano: passano, ritornano, si smontano, rinascono, simili ma sempre diversi. Apparentemente uguali, perche’ nessuno vede cosa succede dentro ad una nuvola. La mia giornata è triste, come questo cielo. I ciliegi nel parco che intravedo dalla mia porta finestra sono in fiore e risplendono di quel rosa pallido su una distesa d’argento. Il prato è ancora, come fosse una contraddizione della natura, paradossalmente verde e rigoglioso. Tutto questo non basta a rallegrarmi. Non bastano i fiori rosa del ciliegio, non bastano i diamanti preziosi dei fili d’erba, ne’ la consapevolezza di un cielo dietro alle nubi, nemmeno la perfezione dei cipressi in questo panorama così toscano, ricco di tempo e di poesia.


Ho la consapevolezza di avere perso, ho la consapevolezza di non aver avuto la forza di amarti. Saperti felice lontano da me è al tempo stesso una consolazione ed uno strazio. Vorrei essere io a renderti felice, vorrei poterlo fare davvero, senza pensieri, senza rancori. Eppure questa rabbia che ancora porto in corpo si comporta come una palla al piede o come un bambino capriccioso che trattiene la mamma frettolosa in procinto di andare a fare la spesa. In ogni mio gesto tu la vedi, la senti e questo ci porta ad inutili lunghissime discussioni, questo ci previene dall’essere felici insieme. Lo ammetto, non ci credo più. Vedo solo l’apparenza, l’apparenza che ti fa stare bene via lontano da me, quando esci e fai la tua vita, che non è la mia, lontana dalla mia. E tutte quelle cose che avrei voluto fare cadono in un vortice di tristezza, come una morte consapevole a cui ci si abbandona quando non si hanno più speranze. Vorrei riprenderli, ma non ci riesco, sono troppo ferita, non ho la forza. Mai e poi mai vorrei giornate come queste… quanto vorrei salutarti sempre col sorriso sulle labbra, guardarti e pensare che non esiste uomo che mi renderebbe più felice. Non ce la faccio. (...) Non posso combattere ne’ quel che credo essere giusto, ne’ quel che provo. Sono costretta tra due muri, senza sapere quale dei due dovrei buttare giù, entrambi sembrano infrangibili, ma finche’ non lo faccio potrò solo scorrere in avanti, per sempre intrappolata. Quanto vorrei crederci ancora… peche’ io lo so che potremmo essere felici, che in un qualche altro universo in un’altra situazione lo saremmo stati, che puoi dare tanto, che non sei la persona che ho dipinto per proteggermi, che se 8 anni fa fosse andata diversamente avremmo iniziato in modo migliore, ci saremmo trovati all’istante, senza nemmeno bisogno di parlare o di chiarire. Invece tutto è andato storto, due volte a distanza di così tanti anni. Incomprensioni, ferite, rabbia repressa e conservata in tutto questo tempo… tra di noi ci sono barriere enormi, insormontabili inizio a temere, eppure la parte più intima di me vuole distruggerle. Si dice che volere è potere, ma non ci riesco, inizio a dubitare anche quello. Metà di me stessa vorrebbe solo escluderti dalla mia vita, fuggire via lontano, trovare qualcuno che mi ami con cui essere me stessa senza bisogno di cambiare, di aggiustarsi, di strade per migliorarsi, ma solo per migliorarci. L’altra parte di me sa che probabilmente tutti questi pensieri non sono che frutto di questa rabbia, di una visione che ho creato non potendola avere completa e chiara. Non ho certezze in mano, non ho niente, non so nemmeno più quello che sento, tanto sono confusa. Vorrei che queste due metà di me si dividessero ed evitassero di creare questo miscuglio velenoso che sono diventata. Non faccio che caricarti di colpe, fartele vedere anche quando non ci sono o quando proprio non ne avresti bisogno. E tu, tutte quelle cose che dici sono vere, ma io non sono questa. Non sono la persona che sto mostrando, quella fredda, triste, malinconica e priva di fiducia. Non sono la persona che non dice ti amo. Il problema è che non so se con te riuscirei davvero ad esserlo. A non sentirmi giudicata, a sentirmi voluta ed apprezzata per quel che sono, a fidarmi di te, a sentire che non desidereresti essere da nessun’altra parte del mondo senza di me, che non riesci ad immaginare i tuoi giorni con me lontana, che tutti questi pensieri erano un’assurdità perche’ tu mi hai sempre voluta vicina ed è per questo che non ci siamo mai divisi, nemmeno nei giorni più bui. Allora forse potrei essere me stessa, ma chi ti spingerebbe a sentire tutto questo nei miei confronti? Adesso solo la realtà mi guarda in faccia, una realtà triste in cui non ti rendo felice, in cui rovino le tue giornate, in cui ti tratto come se fossi un mostro. La malinconia, l’amarezza, la tristezza fanno da sfondo alle nostre chiacchierate sempre così ansiose ed in pena come fossimo due condannati a morte che si incolpano a vicenda. Quanto vorrei spazzare tutto via, crederci pienamente e cancellare ogni malinconia, lasciar spazio al pensiero che noi ci siamo, che noi…siamo. Condividere tutto, stare insieme, rimediare alle nostre colpe, dimostrarci ogni giorno quel che sentiamo. Invece tutto ciò mi causa un’enorme paura. Ho paura a stare con te senza maschere ma anche di non stare con te. In parte penso che se ti perdessi dovrei evitarmi tutto questo liberarsi dalle maschere, questo rivelarsi quale noi stessi ed il pensiero spaventosamente mi allieta. Ho paura a mostrarmi come sono, a sentire la mia voce che ti parla, a comunicarti. Ho paura quando mi mandi un messaggio, temo di leggere ancora la tua tristezza e rassegnazione tra le righe. Ho paura di un addio imposto dal pensiero che non riusciamo ad essere sereni, ad essere felici. Ne ho la consapevolezza, non ci riusciamo, dentro di me non ti ho perdonato ma lo voglio fare, voglio andare avanti ed essere felice. Vorrei solo sapere qual è la strada, qual è la strada che ti fa sembrare le tue ferite così piccole, che ti fa correre con le ossa rotte ed i legamenti indolenziti, che non ti fa vedere gli errori dell’altra persona ne’ fa ingrandire il tuo malessere, che invece di farti chiudere ti apre ancora di più fino a mostrare anche l’anima, perche’ ci credi, perche’ stare con quella persona vale più di ogni altra cosa al mondo, di ogni ferita infliggibile, di ogni sofferenza durante la corsa. Vorrei tanto trovare quella strada, ma temo di non riuscirci, temo di avere già perso, più di tutto temo che anche lui tra poco potrebbe rassegnarsi allo stesso pensiero.. Ho paura di non riuscire più a credere a niente, perche’ in fondo è questo che sono: una persona che non sa credere, che non crede, tantomeno a quello che vorrebbe credere, nemmeno quando quella scommessa vale tutta la sua vita. E un fiorellino si stacca di ciliegi color rosa antico. Da lontano lo guardo e spero tanto di non dover fare la sua fine, spero per noi di non appassirci, di non piegarci a questo vento, di rimanere attaccati al ramo che siamo noi, di essere sempre più forti e di poter splendere in un bel giorno di primavera che non tarderà ad arrivare, sotto un cielo azzurro ed un sole caldo e che così possa essere finche’ il tempo sarà con noi e continuerà a scorrere, per tutte le stagioni di tutti gli anni che ci saranno. Lo spero, e con questa speranza è ancora più triste constatare che non riesco a crederci, non riesco a credere nelle cose belle, a quelle per cui vale la pena vivere. Spero solo che esista una salvezza, da qualche parte, in qualche nube, fiore di ciliegio, filo d’erba o forse nel cielo azzurro. Ho bisogno di credere...."

lunedì 14 novembre 2011

Perdersi - Both sides of the same story


Era un tempo indefinito, un mese tiepido di un anno buio.
L’aria mi scompigliava appena i capelli, nuocendo al mio turbine nero di pensieri sempre pronti a darmi l’assalto, a non vedere una luce alla fine del buio.

Niente sole dopo la notte.

Questo pensavo. E fu in un periodo come questo quando, sola come non mai, mi ritrovai in una storia altrui, diversa ma uguale. Così iniziai a sfogliare quel diario virtuale, pieno di una forza tale che permetteva persino a me stessa di andare avanti.
Lui era il passante distratto, quello che ho citato nei miei pensieri, quello che avrebbe dovuto darmi la mano e dirmi che c’è ancora speranza, che bisogna rialzarsi e correre su quella strada, fino allo stremo delle forze.
Era colui che avrebbe dovuto indicarmi la via.
Lui aveva vinto, perché non avrei potuto farlo anche io?

Attaccata a quel barlume di speranza mi spinsi forse troppo su quella via, non presi la mano per alzarmi, ma la seguii in posti remoti, e dopo averla lasciata, sull’onda di un triste amarcord, la ricercai in un posto lontano.

La telefonata giunse inaspettata. Non so perché partii, per molto tempo dopo me lo sono domandata. La risposta, sebbene incerta, è che quella fu la prima volta, dopo tanto tempo, che finalmente non mi sentivo sola, avevo un alleato, qualcuno che mi credeva capace di cose che mai avrei immaginato. Lo stesso lui che mi doveva solo indicare la strada mi aveva al contrario fatto perdere nel deserto, ma in un deserto senza oasi, senza appigli, dove si sa che tutto è transitorio. Ma il pensiero non basta a farti trovare una via d’uscita od a desiderarlo.

Con quel poco che avevo mi misi velocemente in viaggio, senza curarmi di niente, sola con il mio vortice di speranza, verso quel dolore condiviso, quell'empatia nuova e confortante.
Passavano i paesaggi, bui, scrosciava la pioggia, vigorosa, sul mio parabrezza, a tratti il tutto si offuscata. Ed infine l’arrivo, in quel luogo trasognato dove sarei poi tornata, una volta uscita dal deserto.
Il passante sbadato entra. Due risate, uno stop all’autogrill e poi un’alternanza al volante fino a casa. Quel passeggero non avrebbe dovuto essere nessuno, praticamente non lo era, ma quel dolore che ci univa trovava nella condivisione un certo sollievo.

Il viaggio mi ha rialzato, quella missione di salvataggio è riuscita ad essere utile anche a me stessa, pur gettandomi nel deserto perdendo di vista la strada sulla quale avrei voluto correre e correre con tutte le mie forze.

Questa storia non è che una storia come tante, di viaggi, pensieri, vicinanza e speranze. E' in viaggi come questi che si conoscono veramente le persone ed in cui si creano legami al di là di quel che, nella vita normale, sarebbe accaduto. Ma ciò che più importa è che questa storia ha una morale.
Qualche volta per ritrovare la volontà di percorrere una strada, bisogna perdersi, non esistono passaggi, non esistono frasi poetiche che infondono forza e coraggio. Esistono uomini che ti mostrano un’altra via, un’altra vita. Esistono uomini che ti mostrano quanto tu in realtà sia in grado di camminare, che non c’è niente di sbagliato, che in questa vita si può tutto, anche l’impensabile, ma c’è una sola strada che può essere percorsa.
Grazie A. per avermi fatto capire quale essa fosse.
site stats