lunedì 12 novembre 2018

Camminando al contrario


Anni.

Guardo indietro e continuo a vedere tempo perso.

Perché perso? Tutto fa esperienza, direte. Sì, vero; ho sicuramente imparato, malvolentieri, molto; ma quanto tempo e denaro vale l'esperienza?

Quante domande, in fondo forse non sono cambiato. E se lo fossi? Ho voglia di andare più a fondo, scoprire da dove arrivino le mie paure; così guardo indietro, mi faccio aiutare da chi riesce a convincermi a fermarmi un attimo ed a guardare dove sono; guardare dentro quei momenti, quelle sensazioni che mi tengono bloccato in quella grande bugia che continuo a raccontarmi per continuare a far finta di essere buono, di poter accettare qualsiasi cosa pur di non sembrare una cattiva persona.

Ho imparato? Qualcosa forse sì; ma è come se stessi studiando per un esame che continuo a non voler affrontare, solo per non mettere un piede al di là della paura e fare un balzo nello scomodo vuoto dell'essere sé stessi e padroni dei propri pensieri senza essere responsabili delle emozioni altrui. È un territorio per un certo verso inesplorato per me.

Così ho bisogno di quegli amici inaspettati che mi mettano di fronte alla nuda verità e me la riversino in faccia senza filtri. 

Come se non la conoscessi la verità. Razionalmente la conosco bene, purtroppo; tuttavia continuo a costruirmi una gabbia ogni giorno, ogni volta che mi dimentico di cosa voglia veramente.

Allora riservo le lacrime per quei sogni che non ho avuto modo di sognare perché ero troppo giovane, per quelle note forti ma tristemente finite che fanno breccia prepotentemente nella mia corazza mettendomi voglia di urlare fino a finire la voce.

martedì 26 settembre 2017

La pioggia ai margini del tifone

Cammino, con calma, con le scarpe nuove che, evidentemente non adatte alla pioggia, danno avvisaglie di un attrito non perfetto col suolo. Ma non posso protestare; non è decisamente quello l'ambiente per cui sono state pensate, per quanto innocentemente io potessi pensare che fossero adatte a qualsiasi uso.


Beh, a questo punto dovrebbe essere già chiaro che, anche se parlo di una situazione reale, sto cercando di parafrasarla in una metafora attinente alla mia vita; "cercando" è la parola giusta perché, per quanto ci provi, la metafora della scarpa non calza benissimo (anche quando magari la scarpa lo fa).

Comunque, cammino; come in altri periodi della mia vita, tengo gli occhi fissi a terra per paura che qualcuno possa veramente percepire l'inquietudine e la paura che nascondo con tutte le mie forze (forze? Quali forze? Non faccio più allenamenti di alcun tipo da anni, ormai).

Mike Oldfield; ci prova lui a risollevarmi nelle cuffie; o almeno lo spero io, quando faccio suonare a volume un po' più alto del solito (sparare a massimo volume? Mai! È pericoloso per i timpani) The Studio Albums in sequenza casuale (sì, casuale; lo so che non ha senso con Mike, ma la verità è non ho voglia di pagare per Spotify).

In fondo è la musica a ridarmi quella lieve sensazione di ripresa, a regalarmi qualche energia ed emozione per schivare le copiose gocce di pioggia e camminare dritto. La musica, forse l'unica tra le attività in cui mi piaceva perder tempo che sono riuscito a ripristinare, anche se non ancora ai livelli dei tempi d'oro dell'amata Milano.

Tutto il resto, come cantava il Califfo, è noia. O rumor di fondo che dir si voglia.

domenica 19 febbraio 2017

Binari paralleli

Venerdì sera, 19:01, treno della metropolitana sulla Kwun Tong line tra Yau Tong e Lam Tin. Mi guardo attorno.

Analizzo, cerco qualche carattere che mi colpisca, in questo secondo giorno di autunno tropicale; ma manca qualcosa. Chiedo "Quanti di voi sono felici?" ad un nugolo di voci lontane sparse in diversi angoli del pianeta; e la conversazione si fa intensa, sui diversi aspetti e significati di felicità e serenità.

E la cerco, la felicità; negli occhi di tutti gli ignari passanti che incrocio nelle mie quotidiane deambulazioni; purtroppo sempre con una meta. Cerco di percepire e catturare le sfumature di sorrisi nascosti, di occhi curiosi e speranzosi; e mentre faccio ciò, fingo un incedere deciso, come per volermi far vedere sicuro, almeno in qualcosa.

Ma quella sicurezza è solo ostentata; crolla al primo ostacolo; non sa tenere un discorso, mi fa dubitare anche delle mie temporanee sicurezze (non che sia difficile). Fino ad implodere in scatti di rabbia senza simili precedenti. È come se la frustrazione iniziasse a venire fuori e colpire le emozioni nel modo peggiore.

E non so più cosa pensare.

Neppure la musica mi da più sollievo, se non nel passare le mani sui tasti bianchi e neri nelle veloci pause nelle pause.

martedì 19 aprile 2016

Mezzi di trasporto inadeguati

A22. Che non è un'autostrada ma una linea di autobus; a due piani, come la maggior parte qui in questo piccolo angolo di Est Asiatico; è una delle linee che porta velocemente (per quanto possibile) all'aeroporto da Kowloon. Tutto ciò ha un lato negativo: se all'aeroporto ci vai per motivi diversi da quello di viaggiare, gli aerei li vedi solo dai finestrini del bus mentre ti decollano sopra la testa.

Oltretutto, essere in aeroporto, vedere tutte quelle persone che fanno check-in, e tornarsene a casa senza aver staccato i piedi da terra è un po' come una tortura. Mi sarebbe venuta voglia di prendere un biglietto qualsiasi e partire; non importava dove.

Ma non era momento né luogo per andarsene; e quell'A330 della Cathay Pacific (o almeno quello credo fosse quello nella foto) l'ho visto solo dal finestrino dell'autobus, un mezzo ben piantato a terra, per quanto viaggiare al piano superiore offra un minimo distacco da terra.

Tra parentesi, per chi non avesse mai visitato Hong Kong, ci si potrebbe chiedere come mai continuino ad usare gli autobus a due piani anche su linee dove le dimensioni del mezzo in questione sembrano spesso inadeguate alla strada da percorrere. E così tocca agli autisti (per ragioni a me ignote qui chiamati "captain") condurre tra fronde sporgenti, curve strette, ripide salite e traffico nervoso, questi goffi mammut stradali. Ed obiettivamente fanno un gran lavoro, senza risparmiare piccoli momenti di terrore ai passeggeri meno avvezzi a questi viaggi.

Così pure io mi sento spesso inadeguato alla strada che sto seguendo, costretto a continui slalom tra ostacoli, portato a sbattere a destra ed a sinistra per l'impossibilità di adattarmi al luogo in cui mi trovo, incapace di scalare le difficoltà, ostinato in un ambiente che mi respinge; e fondamentalmente di scarsa utilità. Pronto ad essere contraddetto, ma senza successo.

sabato 27 febbraio 2016

La via delle spezie


Sabato pomeriggio, Argyle Street; il numero 27 - double-decker della KMB - si muove nervosamente nel moderato traffico del fine settimana di Kowloon. La mia meta si avvicina; due fermate... una fermata... in modo quasi automatico mi preparo a scendere - in tutti i sensi, visto che sono al piano superiore. La corsa nervosa del 27 per oggi finisce lì.

Mi lascio alle spalle l'autobus grigio-ocra e cammino verso casa; ma ci sono tante altre cose che non posso lasciarmi alle spalle. Pensieri, voci, che come spine mi pungono ogni volta che provo a bilanciarmi per ritrovare quell'equilibrio che ormai manca da troppo tempo. Equilibrio e direzione. Mi sono accorto di aver vagato per diversi mesi in una palude senza prendere una direzione decisa; ora una direzione c'è, anche se solo per poter dire di averci provato veramente.

Tuttavia mi guardo meglio attorno e mi accorgo che una direzione non è abbastanza. Di sicuro mi aiuta a mettermi in marcia più seriamente, ma per uscire dalla palude devo imparare a prendere le situazioni di petto, a fidarmi di me stesso, a non deviare ad ogni piccola incertezza, a non continuare a rallentare ed accelerare.

Così mi siedo nel caffè sotto casa e riprendo a scrivere, come mezzo per andare a scavare dentro di me e cercare di fare chiarezza tra le montagne di pensieri e di irrequietezze che continuano ad accumularsi senza tutte quelle vie di sfogo che mi hanno aiutato a rendere felicemente memorabili alcune parentesi della mia vita fino a settembre del 2014.

E sì, lo so, più guardo ai vecchi scritti su questo diario e più mi accorgo di quanto fossero intrisi di sterile negatività; ma in fondo all'epoca le parole impresse in questi bit erano soprattutto uno sfogo, come delle urla lanciate al cielo. Ora sono cresciuto (davvero? Mah, almeno così dice la carta d'identità) ed i pensieri che escono da questo guazzabuglio di neuroni dovrebbero quantomeno essere influenzati dalla lunga ricerca intrapresa per capire una personalità - la mia - anomala ed ipersensibile.

Cerco. Ancora. Freneticamente.

giovedì 3 dicembre 2015

Tre ore e quaranta



Altitudine e velocità di crociera, Mare Cinese del Sud; l'Airbus A330 della Cathay Pacific vola tranquillo verso la sua meta (non ce la faccio a chiamarla "casa") e si lascia alle spalle la Cina, punta a sud-sud-est. Ma non è dalla Cina che è decollato; si è alzato da quello che sulle mappe di solito nulla è più che un puntino; un puntino che mi ha visto ospite per tre giorni.

Eppure tanto insignificante proprio non è. Lo insegna la storia, lo insegna l'economia... Ed a me, invece, cosa insegna? Cosa sono queste lacrime che vogliono uscire e che in più riprese ho provato a trattenere? Cos'è questa sensazione che per la prima volta mi ha riportato indietro le memorie di Shanghai? Cos'è questa voglia di non partire, di non tornare indietro?

Ho rivisto amici lontani che sono tornati vicini, amici prossimi a scelte importanti, amici che scelte importanti, diverse, le hanno fatte. Mentre io cerco ancora; cerco non so esattamente cosa, provando ad ascoltare le mie emozioni ed a lasciarmici andare; imparando; sbattendo la faccia per terra e guarendo le ferite; perdendo la mia solita attenzione a tutto.

Ma per chi parte in ritardo, la strada per imparare è ripidissima. E le ansie, di ogni genere e tipo, non mi danno tregua e mi consumano ogni energia residua, giorno dopo giorno.

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Sette mesi sono passati da quel volo; ora quel puntino sulla mappa è la mia attuale base operativa. No, non ancora casa, anche se vorrebbe fortemente esserlo; ci provo, giorno dopo giorno a farla diventare la mia casa, anche se i risultati tardano ad arrivare.

Provo a reinventarmi; cambio obiettivi; dico anche di no. Ma resta grande il quesito su chi io sia veramente, su cosa io voglia. E su dove io voglia veramente andare...

giovedì 26 marzo 2015

Stress di una nuova vita

Gate A11, Aeroporto Internazionale di Dubai, notte fonda. L'A380 che mi riporterà a Kuala Lumpur è già qui fuori che attende, paziente, senza troppi pensieri; anche se mi immagino che frema dalla voglia di tornare in aria, visto che in fondo quello è il suo elemento, quello è l'ambiente dove si trova più a suo agio.


Quello che si fa troppi pensieri è qualcun altro, qualcuno che tra meno di due ore sarà nella sua enorme pancia per la prima volta; da solo, come sempre. E non ci riesco veramente, non ancora, a trovare un modo per liberarmi da queste maree di pensieri che vanno e vengono e che spesso e volentieri mi impediscono di vivere serenamente questo scampolo di vita malese.

Ma mi chiedo come si faccia ad essere tranquilli senza una vera prospettiva, senza un vero progetto, senza una stabilità, personale ed economica, e senza un vero obiettivo. E ci sto provando, a cambiare; ci sto provando ad intercettare i pensieri, a capire da dove arrivino, da dove nascano; e mi trovo a pescare nel mio passato, recente e non.

Mi trovo a rivedere alcune situazioni da un altro punto di vista, a capire come mi abbiano influenzato e mi influenzino tuttora; talvolta a capire come ora mi trovi in situazioni opposte e contrarie. E non nego che ogni tanto faccia paura, tutta questa continua ricerca. Ma sembra che ora non riesca a fermarmi.

E forse un giorno mi piacerebbe anche smettere di viaggiare da solo ...ma a quanto pare questo sarà un diverso capitolo di tutta questa intricata storia.
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