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mercoledì 4 maggio 2022

Com'è giusto che sia. O forse no.

 



Guardo fuori dalle finestre della Stazione; il cielo è grigio, da che abbiamo parlato, con toni tranquilli,  seduti nella mia macchina, quel giorno, stranamente, con la vernice sporca come poche volte è stata per le recenti piogge. Ho tenuto botta, ed ho parlato per precisare un piccolo aspetto su come pensavo fossero andate le cose, e su come mai la persona che mi ha dato le emozioni più forti di tutta la mia vita, e che credo di aver amato più di qualsiasi altra al mondo, stava rinunciando a questo amore, a testimonianza del fatto che non conta il "quanto" ma il "come". Tuttavia, alle volte è inutile insistere quando ormai la battaglia è persa e quando sai che niente cambierà, anche se una storia ti dà tanti momenti belli. Infatti è stato un bel viaggio, senza dubbio.
Non ho mai avuto così tanto autocontrollo nella vita, apprezzando la mia metamorfosi, come se fossi stato un osservatore esterno di come mi sono comportato in questi mesi. E' una magra consolazione, in questo caso, ma è indice di un soddisfacente lavoro della mia psicologa.
Mi sono soltanto soffermato, in un attimo che sembrava infinito, a guardare i contorni rotondi del tuo viso angelico avvolto dai tuoi bellissimi capelli biondi, un po' come a fotografarne mentalmente, per l'ultma volta, l'aspetto, e custodire quell'immagine dentro di me per sempre. Tanto avevamo già parlato al telefono e il destino era segnato.
Morivo dentro, nonostante il grande autocontrollo che nel 2020 non avrei mai avuto, ma questa è un'altra storia, di cui non voglio far partecipe nessuno. I conti con me stesso li ho sempre pagati e in modo salato e non è più una cosa di tua competenza soffrire con me.
E' vero, me lo dicevi sempre che mi tenevo dentro le cose, pur di averti accanto. E' stato così, per davvero. E ho sbagliato.
Non posso dire di non essere stato avvertito del fatto di essere stato soltanto un "intrattenimento", e di non poter ricevere niente più di parole dolci, serate magiche, e cose intime irripetibili.
Col tempo mi sono accorto di essere la "terapia" di una coppia che, grazie a me, probabilmente ha ritrovato la felicità. E allora è il caso di tagliare i ponti, dando la parvenza che questo sentimento forte che ci lega, e forse ci legherà sempre, non esista.
Com'è giusto che sia. O forse no.
Mi è stato ripetuto di non sperare in una evoluzione del rapporto, mi è stato detto fino alla nausea, e ho sempre detto "lo so", ostentando una sicurezza non comune, pari a quella con cui guido i miei animati mezzi a motore.
Probabilmente non ho mai avuto una consapevolezza di quello che sono, nella vita, come adesso. Anche quando, tutti e due, oltrepassavamo i paletti che ci eravamo imposti.
E' evidente che non posso accusare nessuno di mancanza di chiarezza. A questo punto, come ho sempre storicamente, e forse in modo erroneo fatto, mi assumo le responsabilità di tutto, per il fatto che mi tuffo nelle cose per intero e che combatto battaglie pur sapendole perse in partenza. Le perdo a testa altissima, uscendo tra gli applausi scroscianti, ma il risultato finale comunque non cambia. Magari mi racconto anche che le "sconfitte a testa alta" sono migliori di certe vittorie, e "in corso d'opera" ci si diverte anche di più. Ne è valsa la pena di fare questo viaggio "al buio". Ne è valsa la pena, sempre e comunque.
Stavolta, però, non potevo permettermi di farmi male come tutte le altre volte.
"Questa battaglia non la vinci", diceva Sandra, al corrente di tutto. E infatti l'ho persa, sul campo, dopo un lunghissimo testa a testa, nonostante fossi conscio che al 99% sarebbe finita così, anche se dentro di noi sappiamo che il finale avrebbe potuto essere ben diverso. Ho voluto lottare comunque. Bravo, Andrea. Sempre il solito eroe de noantri che sbatte contro il muro e si fa male. Però è stato un bel viaggio, lo ripeto, e ne è valsa la pena.
E a proposito di viaggi, devo partire, tra poco, per lavoro, per una destinazione conosciuta: Livorno.
E insomma, il cielo è di quel grigio argenteo sottile in cui io, passante distratto, quasi rivedo la mia immagine riflessa, quel grigio che mi rispecchia, che rispecchia il mio umore, che mi copre e mi protegge da un cielo azzurro nascosto; troppo vasto, troppo puro, al quale ancora non posso arrivare, al quale forse, anche da pilota abituato a stare a terra, non arriverò mai.
Sono semplicemente lì, immobile, incantato, in una stupida posizione eroica e solenne con il braccio disteso davanti alla finestra ed il dito in alto a puntare non si sa quale stella invisibile a causa delle nuvole, una ben precisa stella sospesa tra tante altre. Una stella che per te, nelle cronache ufficiali della tua vita, non c'è mai stata, e da oggi ufficialmente non splende più per te, ma per me splende più forte che mai. E forse splende anche per te, che non ti sei mai raccontata la verità.
Forse per te sono stato una stella impropriamente detta “qualsiasi” in un universo qualunque, perché  ben poco importano le determinazioni, i nomi, gli epiteti, quando vedi lo splendore e l’incanto di qualcosa di straordinariamente comune, che eravamo noi.
Così  sono rimasto io, da quando abbiamo deciso di non farci più male, fermo a puntare il cielo coperto dalle nubi protettrici, cariche di pianto stellare, cariche di accumuli gassosi che come pensieri si spostano: passano, ritornano, si smontano, rinascono, simili ma sempre diverse. 
Le intravedo alzando gli occhi al tetto panoramico dell'Enterprise, mentre nel silenzio assoluto percorro la strada per andare a Livorno.
Le nuvole, come le strade, sono tutte apparentemente uguali, perché nessuno vede cosa succede dentro ad una nuvola, né cosa c'è sotto l'asfalto. Così come nessuno sarà in grado di vedere quello che succede dentro di me, rivestito di un abito scuro e di un sorriso che denota spigliatezza, ma straziato e dilaniato per averti perso in nome di quello che era "giusto" che tu facessi per tutti quelli che ti circondano, e non per te stessa, ovvero rimanere dove sei da tempo. Ovvero, hai deciso di non decidere. E da decisionista, ho preso in mano la situazione per non farmi male.
La decisione è giusta, per tutti gli altri, tranne che per me, e ne pago le conseguenze. La paura (non mia) ha vinto sull'amore. La strada facile ha vinto sulle curve.
Appunto, è stato giusto così, è il mantra da ripetere ogni secondo, ad uso e consumo della mia realtà attuale. E' stato giusto così. E' stato giusto così. Lo scriverò 100 volte sulla lavagna del mio cervello, come i bambini indisciplinati quando devono forzarsi a capire qualcosa.
Ma ti amo, e fa male. Questo amore mi tronca il respiro, e mi fa venire un magone bestiale, ora che non ci sei perché ho preso in mano la situazione ed avevo capito che comunque questo epilogo era inevitabile.
Non ho avuto dubbi fin dall'inizio, sin dai tempi delle notti insonni magiche: era ed è ancora, amore vero. Mi slancio ulteriormente, come chi non ha più niente da perdere: lo era da entrambe le parti. E forse lo è ancora.
Avevamo delineato un perimetro, che abbiamo ripetutamente invaso,  perché non c'è niente da fare: ce lo diciamo mille volte, o forse milioni. L'Amore, quello con la "A" maiuscola, quello che ti dichiaravo velatamente e che tu, per paura di quel castello di cose da fare e di persone da affrontare per dire a tutti che le tue emozioni erano lì, non mi dicevi mai di provare (salvo una sera ben precisa), non lo puoi contenere con dei paletti e con dei "recinti" autoimposti.
Ma hanno vinto le convinzioni e le paure di deludere gli altri, e forse gli investimenti fatti in passato, che oggi sono ritenuti imprescindibili.
Eppure, i titoli che perdevano li ho sempre venduti e ne ho ricomprati altri migliori. Ho forse errato nello sperare che potessi farlo anche tu.
Ha vinto l'inerzia che ne consegue, quando mi sarei aspettato un passo da mesi. Se la ragione è dei coglioni, a questo giro, da quanta ragione (inutile) ho, sono un idiota ad honorem.
Ma ti amo tantissimo, porca miseria. E tu semplicemente non mi ami abbastanza, forse.
Il sentimento esiste e resiste nonostante tutto, si insinua ovunque e fa di tutti i propositi e dei paletti un fagotto e li butta via. In effetti, tu lo vivevi senza dirmi nulla nelle sere passate sul mio divano, ma si vedeva che i tuoi occhi si vestivano di un sorriso spontaneo,  per poi rimetter loro la maschera consueta e tornare a casa. 
Questo è, o è stato, un amore forte, vero,  impossibile, che abbiamo reso, nonostante tutto e tutti, possibile. E che ora ha, giustamente, visto la bandiera a scacchi, com'è giusto che sia. O forse no.
La mia giornata è triste, come questo cielo.
Ho la consapevolezza di avere perso, ho la consapevolezza di non essere stato capace di strapparti da quel "castello" di rapporti, di paure, che ti portavi dietro, e di farti capire che non si cresce insieme solo partendo da giovani, ma anche quando si è adulti lo si fa ancora. E avrei voluto che lo facessi accanto a me, per un tratto lunghissimo di vita.
Saperti felice lontana da me è al tempo stesso una consolazione ed uno strazio. Vorrei essere io a renderti felice, vorrei poterlo fare davvero, senza pensieri, senza rancori. Eppure questa ferita che forse autoinflitta che porto in corpo si comporta come una palla al piede o come un bambino capriccioso che trattiene la mamma frettolosa in procinto di andare a fare la spesa.
Vedo solo l’apparenza, l’apparenza che ti fa stare bene via lontano da me, quando esci e fai la tua vita, che non è la mia, lontana dalla mia, nonostante la poca distanza fisica. E tutte quelle cose che avrei voluto fare cadono in un vortice di tristezza, come una morte consapevole a cui ci si abbandona quando non si hanno più speranze, quando la nave su cui contavamo di attraversare l'Oceano sta affondando davanti ai nostri occhi e tutte le scialuppe sono occupate.
Già, perché avrei voluto farne di cose con te. Avrei voluto svegliarmi accanto a te e darti il caffè nelle tazze di Starbucks che avevo preso in vari posti dove sono stato. Avrei voluto farne di viaggi con te, e svegliarsi abbracciati come sapevamo fare di nascosto. Avrei voluto portarti all'Elba, nel mio mondo estivo e invernale, per farti vedere tantissime cose che non hai ancora visto.
Avrei voluto scappare a Parigi un fine settimana così, caricando i vestiti in valigia all'ultimo minuto con i biglietti dell'aereo appena stampati.
Avrei voluto farti capire che per me eri e sei importante, e che forse la nostra vita accanto sarebbe stata bella, divertente, felice e piena di risate, ma soprattutto a colori, contrastante con il bianco e nero di tante coppie che si basano solo sull'apparenza.
Avrei voluto schierarmi con te in qualche gara di regolarità storica, e battibeccare per i settori cronometrati sbagliati.
Avrei voluto imparare da te, dal nostro ridere, confrontarsi e  viverci a pieno e non solo in questo modo.
Avrei voluto fare tante foto, con me e te sorridenti, realmente felici.
Avrei voluto farti capire che si cresce anche quando si hanno 40 anni, figuriamoci alla tua età, e avrei voluto farti crescere e crescere accanto a me.
Avrei voluto essere felice senza filtri, senza dover fingere con nessuno, e senza raccontarmi nessun'altra cavolata, in pace con me stesso e con il mondo, finalmente. E lo ero, in quelle sere incantate, quasi consapevole che avremmo potuto mettere un punto a tutte le nostre sofferenze precedenti.
E invece non ho questo privilegio. Come, forse, a questo mondo non ho né avrò mai il privilegio di essere felice.
Forse sono condannato all'abbandono e all'inquietudine di colui che, detto alla Colligiana, "non ha fermezza", ma per una volta ci avevo creduto ad andare contro i pronostici. Dentro di me sapevo che mi sbagliavo, ma ho voluto autoilludermi.
L'Enterprise affronta una cunetta a 120km/h: il muso affonda mentre trattengo il fiato e riemerge poco dopo a velocità costante. Ne esco accelerando, mentre riallineo con le mie mani esperte in troppi campi il posteriore della mia vettura "a coda lunga", come per tentare di fuggire da questi pensieri che, nonostante l'alta velocità, ci raggiungono in modo inesorabile, spiazzando lei, ma non me.
E tu lo sapevi che noi potevamo darci tanto reciprocamente, o forse addirittura tutto, per sempre.
Allora mi assuefaccio e non oppongo resistenza al ricordo di noi, che siamo stati più coppia di tante altre coppie ufficiali, prima di terminare questo silenzioso e infinito viaggio a Livorno.
Lo scrissi 11 anni fa: Le strade degli innamorati sono lunghe e strette, e non si arriva mai. Quando un amore finisce le stesse strade diventano larghe e piatte, e non si arriva mai lo stesso.
La morale sarebbe che non si arriva mai.
E invece sono arrivato. Lungomare di Livorno, terrazza Mascagni.
Ho paura di non riuscire più a credere in niente, perché in fondo è questo che sono oggi: una persona che non sa più credere, che non crede nemmeno in quello in cui vorrebbe credere, nemmeno quando quella scommessa vale tutta la sua vita. E un fiorellino si stacca dagli alberi color rosa antico del lungomare, in questa primavera arrivata in questo modo così dirompente.
Da lontano, da dentro l'Enterprise, lo guardo e sono conscio di aver sperato di non fare la sua fine, di non appassire, di non piegarmi a questo vento, di rimanere attaccato al ramo che siamo o eravamo noi, di essere sempre più forti e di poter splendere in un bel giorno di primavera sotto un cielo azzurro ed un sole caldo e che così possa essere finché il tempo sarà con noi e continuerà a scorrere, per tutte le stagioni di tutti gli anni che ci saranno. Non ho voglia nemmeno di telefonare ad un amico per dirglielo, ora che non rovescio più tante lacrime, a causa del mio autocontrollo eccessivo.
Del nostro amore bello, totalizzante, segreto, sincero, vero, puro, tenero, pulito, complice e adesso straziante non mi resta nemmeno una foto, perché sono pericolose, mi dicevi. Era uno dei famigerati paletti a cui ho ottemperato senza discutere, anche se avrei voluto farlo.
Ho il diritto di essere arrabbiato. E non con Te, ma con me stesso, per essermi ancora una volta illuso, e illuso per bene.
Ho forse il diritto di essere arrabbiato con me stesso per non aver parlato chiaro quando dovevo, perché tu andavi a "compartimenti stagni" quando c'era il titolare, sparendo per la tua solita paura di perdere tutto.
Mi resta una playlist che nella mia BMW ho chiamato "ClandestinaMente", con tutte le canzoni (parecchie, onestamente, indigeribili per me, quarantenne ex rocchettaro) che in un grigio pomeriggio di febbraio mi mandasti, e la convinzione stupida che il tuo cuore sia stato e sia ancora mio, che avresti la tentazione di correre da me, sotto la mia stazione o sotto la mia casa, a dirmi che sei mia, solo mia e che è il nostro momento. Ah, resta anche un carico di fitte allo stomaco, di lacrime ingoiate nei momenti più impensabili della giornata, di fiato trattenuto in discesa mentre guido fin quasi a soffocare. Mi resta una indelebile sequela di ricordi belli, di baci rubati e di sguardi che non tradiscono mai quello che c'è dietro. Tutti troppo belli per essere, ufficialmente, veri.
Forse in te svanirò, rimpiazzato dalle corse quotidiane, replaced by everyday, come cantano i R.E.M.
Come vorrei un tuo messaggio, qualcosa che mi faccia capire che non mi sono sbagliato. Adesso che ho accettato la sconfitta nella realtà dei fatti, vorrei la magra consolazione della "vittoria nei sentimenti".
Come vorrei avere la conferma che tutto questo vale anche per te.
Per ogni addio, e questo è avvenuto nella vita tutte le volte, viene fuori, spontaneamente, una canzone che si pianta lì in loop e me lo ricorda. E infatti, nell'autoradio si chiude la canzone "Invincible" di Pat Benatar.  A te magari non dice nulla, ma per me è un pezzo rock degli anni '80, con il classico finale in crescendo di quegli anni, che oggi appare eccessivamente corposo e ridondante come un po' tutto il rock dell'epoca. Ma ben si abbina a noi, che a tratti credevamo di essere invincibili e che invece ci siamo disciolti come neve al sole. Com'è giusto che sia. O forse no.
We can't afford to be innocent, stand up and face the enemy
It's a do or die situation, we will be invincible

Tutto facile, in teoria. L'hai fatta facile: ci si smette di vedere e ci si scorda di tutto quello che è stato il nostro amore. Non lo è, perché al cor non si comanda.
Ma ti amo, maremmasconsolatadelpolesine, e in questo casino mi ci sono infilato io. E sto male, peggio di quanto sia stato in  quaranta lunghi anni di cazzate, nonostante all'apparenza sia tutto il contrario, nonostante sia una persona dotata, adesso, dal 2021 in poi, di un autocontrollo da record.
Adesso è il momento di scendere di macchina. E non ho tempo di lamentarmi ancora, perché ho aspettative troppo alte da me stesso.
Fitta allo stomaco, respiro troncato, magone. L'autocontrollo chiede il conto, e lo pago volentieri.  E' stata una scelta difficile, ne sono certo. Gestisco questo stato d'animo guardando per un attimo il mare davanti a me. Le mie battaglie recenti le ho vinte imparando a gestire anche quello che non riuscivo a calcolare prima. Non avrebbe dovuto essere così, avrei dovuto imparare a lasciarmi andare.
Mi alzo in piedi, mi vesto del mio sorriso, e suono il campanello del Collega, con la testa altrove.
Mi rituffo nel mondo, senza di te, che fai la tua bella vita con quell'altro lì accanto da cui non riesci a staccarti. Com'è giusto che sia. O forse no.

lunedì 23 settembre 2013

Fiato corto (spin off, poi risparisco).



Conosco un paio di coppie che funzionano. Ma funzionano sul serio, nel senso che vedi due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Sono persone che vedi felici anche quando l'altro non c'è, perché sono risolte e piene anche nei giorni d'assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l'uno per la vita dell'altro. Che non si sentono monche se l'altro non c'è, ma con un braccio in più se l'altro c'è. Io la felicità l'ho vista li'. Il resto, ossessioni, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l'affanno. E l'amore felice non s'affanna. L'amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto.
Ecco, cito Selvaggia Lucarelli che sulla carta ha pienamente ragione. Ha ragione perché in ogni coppia  anche il singolo deve mantenere la propria indivdualità.
Nella vita sono sempre stato affannato nei rapporti d'amore. Forse perché ho dato tutto.
Tuttavia, a mio parere, c'è una ragione ben precisa. Venvo (e a tratti vengo ancor oggi) pervaso da un eccessivo senso di inadeguatezza. A tratti alterno una eccessiva autostima che è SOLO una trincea per nascondere il fatto che proprio la valutazione che ho di Andrea è pari a zero.
Non so il motivo per cui avviene questo, e per cui ho una costante necessità di essere tranquillizzato. 
Conosco le esigenze di chi ho accanto e, nonostante le sappia bene, alle volte perdo il controllo. O forse non l'ho mai avuto.
Provo a rimettere le cose a posto ogni volta. Mi affanno, in modo allucinante, per contemperare gli interessi della voglia di silenzio altrui e quello che passa, a velocità aeronautica nella mia povera testa che sono i seguenti: "Non sono adeguato", "Sono brutto", "Non la faccio ridere abbastanza", "Non è felice".
Me ne accorgo e non sono il solo, che magari tutto questo in parte non è vero.
La naturalezza è l'imperativo. Forse è più facile di quanto si pensi. 
Ma io sono un tipo avvolto da mostri.Cerco di allontanarli in ogni modo e ora sono meno pesanti, cattivi e ingombranti.
Sbaglio a chiedere conferme continue, comprensione, aiuto quando non è necessario e posso farcela da solo. 
Per dirla con un altro signore famoso:
Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora. Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo. Credo di conoscere abbastanza bene i miei "mostri", mi fanno compagnia da tanto tempo.
Sul quaderno blu, in cui devo annotare gli stati di ansia, avrò qualcosa da scrivere stavolta.

lunedì 16 settembre 2013

Sospensione momentanea del Velocissimo ma inconcludente

Eh già: risospendo la scrittura per motivi di tempo e di felicità.
Il nostro buon Jim, il nostro Costante ma Improduttivo, la nostra Conservativa che arriva in fondo prenderanno il posto mio.
Grazie a tutti i lettori.

venerdì 13 settembre 2013

Avrei voluto viaggiare.


Cammino nella mia città anche stamani, non tanto per risparmiare carburante (cosa che poi non è nemmeno così male), ma perché mi piace. 
Non ho Facebook da aggeggiare nel cellulare, prevalente passatempo di tante passeggiate. Lo sto abbandonando lentamente perché gli eccessi fanno male. 
Rifletto, quindi, sulla mia vita passata e quella che vorrei avere in futuro. 
Inizio a credere che di strada ce ne sia ancora da fare e che il tempo ci sia ancora, con le forzature necessarie delle persone che lavorano sodo. 
Ecco che si materializzano, nel percorso stradale fatto di antiche pietre, posti e settimane da prendere. 
Londra, Parigi, gli Stati Uniti, la Cina ad esempio, sono tappe che mi mancano. Vorrei viverle ma a 32 anni pare impossibile starci più di pochi giorni.
E' inesorabilmente tardi.
Devo ringraziare chi, nel fiore dei miei venticinque anni, con la sua banalità e cattiveria mi impedì di partire. Devo ringraziare anche quel bischero di Andrea, che a suo tempo si fece fregare.
Ma in qualche modo devo rimediare. Ne ho una voglia estrema, totale, di vivere qualche nuova esperienza altrove.
Ho lasciato pure il cuore in alcune città, in cui, nonostante le urla di chi voleva vedere solo vetrine e ignorava la necessità di farsi una cultura, devo tornare. 
Devo, appunto, tornare per respirare e vedere cosa mi è mancato.
Guido io stavolta, da inespertissimo viaggiatore, perché la mia capacità di adattamento è sin troppo "Lionistica" ed eccessivamente improntata su inutili necessità.
Non ho mai detto che mi attira pure l'Africa, e tre settimane là mi farebbero bene.. 
Mancano all'appello città italiane, isole italiane.
Vuoti.
E alle volte non mi sento nemmeno amato, ma mi riferisco a me stesso.
Per anni non ho voluto bene ad Andrea. 
Riscontro che la capacità d'adattamento ad ogni situazione di chi ho accanto, rispetto alla mia, è paragonabile alle prestazioni di una Maserati in pista che si scozza con una Pandina a metano, che sono io appunto.
Alle volte credo che il non sentirmi, a tratti, amato come vorrei sia frutto di questa indipendenza eccessiva non mia che non potrò mai sovvertire se non col tempo e con la fiducia che deve nascere e crescere ogni giorno. 
Non riesco a capire alle volte, ogni segno lo interpreto male.
Sgolarmi è inutile ed ottiene l'effetto contrario. 
Probabilmente devo partire e capire. Probabilmente devo vivere quel pezzo di vita durato 5 anni che a causa della mia ansia preventiva e della gabbia in cui mi ero messo non ho vissuto.
Credo che in primis sia opportuno togliermi anche quella cronica abborracciata disorganizzazione che mi caratterizza, che viene mitigata sapientemente da chi lavora con me e per me. 
Credo sia ora di dare una svolta a quel che penso.
Avrei voluto è un condizionale che credo sia opportuno eliminare, in questo percorso di mutazione.
Si trasformerà in un posso. Ne sono certo.

martedì 10 settembre 2013

Quel che va stretto


Autostrada A13, 130km/h. E' notte su questa strada che conosco a menadito, prima tappa del lungo viaggio che al termine del fine settimana stupendo mi riporta a casa. Non guido io su questo nastro d'asfalto di 120km, ma sono passeggero della persona che mi sorregge nella vita.
Già, procede veloce questa vita.
E dal confronto nascono cose che non sono stato capace di dire, ovvero che a me dispiace non aver girato il mondo quando potevo, che avrei davvero voluto che la mia apertura mentale si fosse davvero forgiata fuori da questa città con la cinta muraria e il tredicesimo canto del Purgatorio di Dante. 
Già, mi va stretta.
Vedo Modena, con la gente simpatica, le cose da fare e abbrutisco al solo pensiero che in questa campagna che tutti i turisti amano ci sia gente chiusa e un po' di solitudine quando gli amici, quelli veri, hanno sbaraccato da qui cogliendo le loro occasioni.
Ho costruito, qua. Uno studio e una bella attività.
Ma sono confuso, avrei voglia di lasciare questo posto ma non ne ho la capacità, e forse è anche tardi.
Invidio il fratello padovano per il suo coraggio.
Lo invidio ancora.
Invidio la mia metà che ha girato quando poteva e si è stabilita altrove, ed ha fatto pure bene.
Invidio chi sa stare al passo coi tempi.
Ci proverò, anche se è tardi.
La responsabilità del mio nichilismo nell'andar via risiede probabilmente nelle persone che ho avuto accanto e nel tentativo eccessivo di crearmi qui, a casa, una possibilità redditiva di vivere dignitosamente.
Non avevo tenuto conto di qualche fattore, a suo tempo, e nello specifico dell'amore a distanza, quello che una solta volta nella vita, ovvero questa, ti farebbe muovere le montagne, e trasferire altrove.
Ma senza l'aiuto di nessuno non è possibile.
E allora come fare? Passo il tempo a studiare soluzioni ma nessuna pare soddisfacente.
Nel frattempo, ho voglia di cominciare a viaggiare sul serio. Ma non da solo.

venerdì 6 settembre 2013

Evoluzione (reprise)


Oggi riparto. Ben conscio che il viaggio si presenterà molto lungo, nella calda e lunga fine dell'estate fatta di code a Bologna.
Sto diventando grande lo sai che non mi va. 
Forse l'avrei detto tempo fa, quando rincorrevo cose perdute irrimediabilmente cadute nella trincea, nella barriera che mette tensione e che non aiuta.
E oggi ho una voglia di crescere immensa, del tutto inarrestabile.
Forse perché ho trovato chi mi supporta e mi sopporta, chi digerisce l'eccesso di parole senza batter ciglio, chi mi fa capire che i fatti sono molto importanti e che tenta di eradicare questa insicurezza dalla mia persona.
Ecco da dove parte la mia evoluzione: da un sano e maturo confronto, che si estrinseca senza veli e senza paure.
Dall'esser tranquillo e non far porre agli altri problemi nel darmi e dirmi tutto. 
Ora basta. Spontaneità. E comprensione, è il momento. Altrimenti quanto abbiamo costruito scapperà.

giovedì 5 settembre 2013

The bad name


Strada Comunale delle Lellere, 80km/h. L'Ammiraglia, trasformatasi nell'unica vettura che possiedo temporaneamente, sa che ci vuole un po' di silenzio.
E' opportuno domandarsi perché.
La felicità sta in questo, nell'apprezzare il silenzio e la persona accanto.
E' quello che devo capire per primo e nonostante la ricerca di conferme sia quasi terribile. Devo farlo da solo, semplicemente.
E mi riuscirà. Percepirò quello che realmente c'è accanto, il bello e il buono.
Perché io amo.
Forse a modo mio.
Ognuno ama a modo suo.
Ma la vita è lunga, e soprattutto, tutta da passare insieme. Tutta.

martedì 3 settembre 2013

Social lives


Di questi tempi va di moda il social. Social Network, Social Cooking, Social chi più ne ha più ne metta. Va di moda la parola Social perché a mio parere si è perso molto il gusto della vicinanza delle persone.
Lo notai la prima volta a Porto Rotondo nel 2010. Facebook, il Social Network per antonomasia, era al massimo della sua espansione, anche io ci scrivevo come un deficiente, caricavo foto a diritto.
Comunque in quella stupenda vancanza notai gruppi di persone che non parlavano granché, solo condividevano foto di quanto stavano bene in vacanza.  Era l'inizio. 
Momenti registrati. A sempiterna memoria di quel che sarà in futuro e chissà che non avvenga anche nel presente.
Forse è la naturale voglia di dividere qualcosa con qualcuno portata all'eccesso, che trasforma le uscite in terribili espressioni della necessità di far foto per caricarle su Facebook e non lasciano assaporare gli affetti, le persone, e di tenersi qualcosa per sé.
Lo vedo: le persone fanno dei sorrisi ipocriti la loro bandiera, piantati lì, su FB o su altri ammennicoli, del pavoneggiare la propria stupenda vita sociale.
Sembra quasi che le persone si siano tutte, intelligenti e non, conformate al modello di vita Social. 
Lo diceva Federico. Lo diceva Giacomo, che nemmeno è iscritto. Lo dice chiunque. 
Lo dico io. E questo è importante.
No, inizio ad aborrire tutto questo.

In ogni caso la mia dipendenza da FB, un tempo fortissima, è rallentata, molto. 
L'ho fatto perché ho iniziato a guardare cosa stiamo diventando. Noi come genere umano, forse anche come italiani.
Chi ho accanto me l'ha fatto inconsapevolmente notare, dandomi  a ragione del sedici quando in realtà di anni ne ho esattamente il doppio.
E ho smesso: Carico foto di cani e di macchine, e di bei paesaggi.
Non ne sono immune, ma adesso la volontà di ostentazione inizia pressoché ad azzerarsi, sostituita da una strana voglia di cancellarmi da quello schifoso social network.
Ricordo una vecchia pubblicità della BMW 320, macchina che peraltro  mi piace da morire.
Sei sempre connesso ma....
Sei ancora capace di perderti?
In queste vancanze mi sono perso parecchio, e ho fatto proprio bene.
Voglio ricominciare a farlo. In barba a tutti quelli che campano per farsi le foto e postarle su FB.  
Vorrei che questo post costituisse uno spunto di riflessione per tanti.
 

domenica 1 settembre 2013

Effetti del tempo che passa


Non ho più l'età per fare tardi, mangiar troppo e  bere troppo. Il giorno dopo vedo l'inferno.
Comunque passa tutto, in questa vita.
Pure l'hangover e la voglia di bere. Pure il tempo.
Passa pure la stima per le persone, in effetti. Basta aprire Facebook,e ritrovare persone che ritenevi del tutto intelligenti accanto a te, trasformarsi in bimbiminkia che bombardano di hashtag il mondo con foto fatte con la bocchina a culo di gallina e le sigarette (prima ignorate) in mano.
Sono felice. Felice di non essermi ridotto così, di non vivere nell'insipienza più totale e marchianamente voluta che certe situazioni generano.
Sono felice perché ogni giorno che passa ritengo di aver fatto la scelta giusta, a quel bivio. Perché il mio cuore batte forte e ci sono cose da aggiustare, ma mi accorgo che love is the answer, ma non il #tantolove che ipocritamente va di moda negli hashtag stupidi dei summenzionati bimbiminkia.
A qualunque titolo fossero stati nella mia vita.
Lo dico a titolo esemplificativo, nessuno si arrabbi. 
Via, veloci come il vento io e la mia metà nemmeno ci accorgiamo degli immensi passi che facciamo insieme. Eppure li percepisco, quando mi alzo la mattina e mando il buongiorno a quel mio mondo che è lassù ed ha un nome ben preciso. E nonostante non lo dica, ho la presunzione che pure lei sia al corrente dei passi da gigante che facciamo.
E il tempo che passa ha un effetto benefico su di noi, sempre più. 
E' una persona che non ha fritto la propria intelligenza nel nome dell'apparenza e di quei valori del cavolo che sono falsi come le retribuzioni di questo Paese che tanto vanno di moda oggi.
E mi piace il fatto che lavori, che lotti, che faccia qualcosa in cui crede, ma io non credo di averglielo mai detto questo stato di ammirazione che provo verso di lei.
La ammiro perché mi sopporta, perché è davvero, per la prima volta nella vita, la mia compagna in tutto e per tutto, in quello che voglio fare, nei progetti ampi che sono così difficili in Italia, ma che confido di risolvere in tempi brevi.
La ammiro perché si barcamena tra i mille impegni, tra quello che vuole e quel chiacchierone telefonico che è il sottoscritto, pungolo e rompiballe assicurato. E non sono eccessivo.
La vita negli ultimi mesi, forse nell'ultimo anno, mi ha messo di rincorsa e mi ha fatto vincere una bella sfida.
Sono maturato, con uno spintone. E ho voglia di cose diverse, che non sono necessariamente macchine o giocattoli da adulti. Pure quelli li voglio.
Ho voglia di noi e di un nido, come le rondini. Ho voglia di condividere, e non mi riferisco a quegli hashtag di Instagram, ma  a cose concrete e belle.
Ho voglia di non sbandierare le cose, ma di amare con tutto me stesso come sto facendo.
E alla lunga le cose se le si vogliono vengono a concretizzarsi.
Ah, dimenticavo: la ammiro perché la amo e, nonostante la paura di essere tacciato come pesante, prenderei un megafono e lo griderei al mondo.

giovedì 29 agosto 2013

Distanze da accorciare


Sei partito. E forse ora sei in volo. Sei partito, amico mio.  Sei partito per la tua nuova vita, quella che sembra su un altro pianeta ma in realtà la si raggiunge con 12 ore di aereo agevolmente, e, al giorno d'oggi, senza spendere cifre astronomiche.
Sei partito, per le due tappe da coprire con la tua compagnia aerea preferita. Forse, nella prima hai preso persino il retrojet, quello bello che ha la livrea anni '50, a testimonianza che le cose d'epoca sono, forse le migliori. O che qualcosa di andato ci lascia un vuoto dentro che certe copie e vecchie foto spiattellate sul computer non bastano a colmare.
Sei partito e ora, in questa sera, quel vuoto lo sento. Lo sento come fosse qui, molto più di ogni fidanzata che mi ha lasciato e a causa delle quali ti ho inondato di stupide, vuote, ripetute, eccessive e pesanti parole. 
Sei partito perché hai avuto quel coraggio che in 32 anni mi è sempre mancato, e quella gioventù che non abbiamo più tu la vivi ancora dentro di te.
Sei partito, e come gli incastri del Lego tra mattoncini anche molto diversi tra loro  stanno lì, ora sono un mattoncino isolato circondato da voci blateranti, assurde, continue che prendo come rumori di sottofondo.
Ci farò l'abidutine, un po' come a tutto la si fa. Un po' come i carcerati stanno in cella e sanno che ci devono stare, un po' come chi è esiliato in un Paese straniero si abitua a viverlo perdendo la speranza di tornare a casa. 
Ho pianto e stasera ho poca voglia di scherzare. Penso a domenica, quando io e la mia dolce metà eravamo lì, con te, che sembravi fregartene di tutto e dell'ansia, e delle parole ancora una volta eccessive che ti piovevano addosso, quando sarebbe bastato un bel silenzio per farti capire chi è che ti vuol bene, chi ti mostra la sua futura moglie nella vita, chi ti raggiungerà ovunque tu sarai.
Non sono stato bravo, probabilmente. In fondo, ero impaurito da quel dolore misto a felcità per te che si sostanzia attraverso questa stranissima e forte sensazione inspiegabile.
Ci vorrebbe uno dei nostri silenzi. 
Ora tu sei nel sibilo della pancia dell'aeroplanone che ti porta su quel pianeta che è la tua nuova vita. 
E io piango, qui da solo, perché un amico è un amico e un fratello è più che un amico e la distanza forse non esiste, come dice la mia ragazza. 
Per lei è facile. Per me, annichilito stupido di provincia, no. 
Ma la vincerò questa insana paura. La vincerò perché sono sicuro che la tua mancanza supererà ogni altra idea o volontà. 
Già manchi. Come l'aria. Ma sono orgoglioso di te.
Buon viaggio sul tuo nuovo Pianeta.

mercoledì 28 agosto 2013

Rientri in carreggiata


Strada Comunale delle Lellere, 80km/h. 
Dopo troppo tempo, sono alla guida dell'Ammiraglia, sportivissima dei giorni nostri, dopo aver percorso 3500km di fila sull'Ignara Spider Veloce e mi ritrovo a pensare che questa macchina sia una specie di silenzioso monovolumetto inguidabile. 
Cerco in modo disperato di ristabilirci un feeling tentando di abbassare il sedile che è in fondo, ma non ci riesco. Il volante di pelle al tatto è peggio di quello di legno di noce.
Lo so, sono esagerato. Ma l'Epoca è l'Epoca.
Ma non ho altro a cui pensare se non a queste cose. Non ci sono problemi, e sono proiettato col musetto  O meglio, metto la freccia e li sorpasso, dopo qualche piccola arrabbiatura, che dura tre giorni e sbaracca. 
Si vola, altissimi, in questa fine dell'estate, tra officine e carrozzerie, tra i piccolissimi perfezionamenti da fare all'Ignara Spider Veloce, che sembra ringraziarmi nel modo migliore per averla fatta sgambare, ovvero facendo rinascere tutti i costosissimi strumenti d'epoca precedentemente morti. 
Consuma poco, lei. Meno dell'Ammiraglia nelle lunghe percorrenze. 
Dentro di me, dopo questi venti giorni di ferie, c'è una nuova consapevolezza: che le cose si superano, il male (pochissimo, a dire il vero) si risorpassa, si mette la freccia e lentamente, giorno dopo giorno, sparisce dagli specchietti retrovisori e diventa un ricordo lontano. 
Alle volte certe persone ci aiutano a capire cosa si vuole. E mentre Treasure di Bruno Mars mi ricorda che ho trovato un tesoro quel giorno tornando da Pordenone, quando tutto pareva perduto e c'era uno sbarramento di nebbia ed io ero un antipaticone, beh, ora so che ne vale sempre la pena.
A girl like you should never look so blue
You're everything I see in my dreams
I wouldn't say that to you if it wasn't true

E ci vuole la felicità, quella vera e non ostentata in questa vita. E c'è. Infatti, ogni giorno il cuore batte per le prospettive di non vedere qualche pezzo di questo mondo da solo.
Si inizia così e si finisce per prendersi per mano e farlo insieme, questo viaggio. Tutto.

lunedì 26 agosto 2013

After crossing borders


Puntuale sono tornato, per tutti i lettori. 
Autostrada A1, 150km/h Tratto Appenninico, che conosco a memoria, per la prima volta di ritorno con questa macchina. Non ditelo a nessuno che l'Ignara Spider Veloce infrange i limiti  e sdraia i record di percorrenza, ma la sua esperienza è totale e sa benissimo come fare. 
Ho imparato dai miei errori. E senza fatica miglioro.
Non ero partito tanto carico di speranze, perché passare più di 3 giorni con una persona mi ha sempre portato una dose di negatività. Speravo non fosse così e il tempo e i sacrifici mi han dato ragione. 
Ho accumulato self control che non avevo. Nemmeno nelle situazioni da semidramma. Nemmeno quando il mondo frana. 
Casa, famiglia, diventano parole che rimbalzano velocissime in questa mente. Ogni giorno.
Se il mondo frana, pensavo alla guida dell'Ignara Spider Veloce, io lo puntello con un braccio.
L'ho detto mentre scalavo in quarta nei curvoni appenninici da 130 km/h, quando in fondo si può osare anche con una ventireenne signora rossa metallizzata con interno beige e con la radica di noce. 

L'Ignara Spider Veloce, granturismo d'altri tempi che compete ancor oggi con quelle moderne, corre come sempre senza perder pezzi e la sensazione che l'Ammiraglia sia un monovolume mi pervade.
La sosta a Padova ci sta sempre. 
Fatti. Ecco cosa devo guardare. 
Guardo ad un agosto indimenticabile. Ad un abbraccio che pare vero e sincero. A quello che sento.
Non sempre la perfezione ricalca l'emozione. Pare uno slogan della BMW, ma è calzante a quanto è avvenuto.
Per converso tutto va bene, e ho la consapevolezza che strascichi possano esistere anche nelle altre persone, e a questo punto, meglio pensare alle cose belle e positive.
E allora, a fondo. Verso casa e famiglia.
Amore maturo. Amore vero.
Grazie a tutti.

giovedì 1 agosto 2013

Ferie


Cari lettori, Velocissimo ma inconcludente da domani va in ferie. Per parte del sottoscritto gli aggiornamenti riprenderanno dopo il 26 agosto. Alla vigilia della partenza, da effettuarsi rigorosamente a bordo dell'Ignara Spider Veloce.
Ci vediamo, cari lettori.
Proseguiranno Costante ma Improduttivo e gli altri piloti.
Buone ferie a tutti.

martedì 30 luglio 2013

Progressi, regressi, e giustificazioni


E così avvenne quello che avviene sempre. Compro una macchina, all'inizio ci litigo bestialmemte. Mi ci capisco poco all'inizio e a tratti odio i loro comportamenti.
Così come avvenne per la Mito, adesso l'Ignara Spider Veloce ha avuto lo stesso destino. Ora ci capiamo, sorprendentemente, in solo 1500km, tanto che sto pressoché usando solo lei. Si iscrive in curva in un modo fantastico che solo le trazioni posteriori sanno fare.
Incattivisce con l'acceleratore, ed ha una progressione infinita fino a 200km/h. Infinita. Come l'epoca delle spider vere, che è terminata con l'uscita di scena del Duetto.
E ora, proprio perché iniziamo a volerci bene davvero con questa vecchia signora Ignara, do fondo ai piccoli lavori di perfezionamento per renderla davvero come se fosse uscita ieri dalla fabbrica.
Non è passato molto tempo da quando la presi, il giorno del mio trentaduesimo compleanno.
Ora lei, sempre Ignara (perché non vuole sapere), inanella le curve nella maniera migliore, e mi conferisce un piacere mai provato nella guida.
Pure chi ho accanto se n'è accorta, con un secco quanto ti piace guidare sta macchina.
Pure noi all'inizio non ci capivamo. Quasi per niente. Ogni battuta stonava. Poi col tempo, e soprattutto con la voglia (te la rubo, perdonami), si diventa qualcosa di importante l'uno per l'altra. Aggiungiamoci dei sentimenti, della mancanza quando i chilometri ti separano e un terreno nuovo inaspettato.
Perché all'inizio abbiamo fatto a pugni (anche piuttosto forte, ndr) fino a volerci bene. 
E mentre guido l' Ignara Spider Veloce ho modo di soffermarmi a guardare gli altri, dal basso della seduta della macchina.
Non posso fare a meno di pensare a qualcosa di duraturo, di vero, con chi ho accanto adesso.
Non posso fare a meno di notare che gli altri, ma non tutti chiaramente, sono pervasi dall'abitudine e dalle poche emozioni.
Dal canto mio mi emoziono sin troppo, per carità.
Vedo e percepisco tante giustificazioni che la gente dà a se stessa per negare la realtà.
A partire dal lavoro: quando sento chi dice non si trova e magari a 30 anni è ancora lì a non fare un cavolo facendo le 4 tutte le sere, imbestialisco, perché sono scuse per se stessi, per poi finire in amore, grazie a sopravvalutazioni eccessive. 
Quante volte ci siamo giustificati o abbiamo dato giustificazione terribile ad un comportamento altrui che mai tollererermmo? Tante. Me compreso.
Ho giustificato cattiverie subite per mesi, i comportamenti sbagliati, solo perché, alla fine, avevo paura di perdere qualcosa.  Non qualcuno. Ma qualcosa. E' naturale, per carità. Fatelo voi, io non transigo col mio cuore.
C'è chi lo fa sistematicamente e non si racconta la verità. Pare una cosa stressante, in effetti, fare i conti con quello che vorrebbero gli altri e quello che uno vorrebbe realmente essere e vivere.
C'è chi ad ogni costo cerca di ostentarla quella felicità, con parole come stupendo, bellissimo, superlativi inutili perché la felicità è dentro di noi e se la si sbandiera è segno dell'opposto. Inevitabilmente si mette in mostra qualcosa che si ha paura di perdere. E allora non è felicità, ma una pantomima stupida. 
E quelli che la portano avanti sono solo degli idioti.
Ho sbagliato pure io a giustificare l'eccessivo impeto che ho messo nel tentare di disinfettare una ferita marcia, che andava eliminata, sperando che si rimarginasse.
E come cantano gli Eurythmics, The miracle of love will take away our pain.

Ormai ci siamo capiti. In ogni modo e senso. E non parlo della Spider. E' qualcosa che cresce ogni giorno e che prende una forma sempre più bella, perché a noi di quel che dicono gli altri non importa, guardiamo in faccia la realtà e la viviamo.
E chi l'avrebbe mai pensato che avremmo preso la nave dei becchi?
Comunque sia, ad oggi, non giustifico più nessuno, anzi, stavolta sono troppo critico anche per le bischerate. E me ne scuso. Correggo pure sto difettino, tanto ne ho corretti mille.
Star bene non è facile, è una strada in salita. 
I vincenti trovano il modo, i perdenti sempre una scusa.
Noi, senza scuse, il modo l'abbiamo trovato in modo naturale.
Per la proprietà transitiva, abbiamo vinto. E continueremo a farlo.

lunedì 29 luglio 2013

Ahead to the future


SS223, 140km/h oppure 88 miglia orarie. Cockpit dell'Ammiraglia rossa.
Stessa velocità, che i nati nei primi anni '80 sanno benissimo cosa faceva viaggiare nel tempo.
I nati dal 1985 in poi non possono dare lo stesso valore che noi diamo a quel film, perché sono piccini e peraltro sempre più bimbiminkia regrediti, da quel che vedo.
Comunque, per chi fosse atterrato su un disco volante su questa Terra solo nei tardi anni '80/primi '90, beh, a 88 miglia orarie, racconto la banalità del giorno. A 140km/h la Delorean DMC-12 nella trilogia di film Ritorno al futuro viaggiava nel tempo.
Era una velocità che magari per noi appare normale, ma che per gli statunitensi del 1985 risultava del tutto impossibile da raggiungere su strada, perché gli stessi sono annichiliti da terribili limiti di velocità da 80km/h in autostrada e ferrei controlli radar pressoché incontestabile.
La SS223 nell'ultimo tratto li consente anche in crociera, nonostante il limite sia 110km/h.
Ma non si viaggia nel tempo a questa velocità, solo in certi posti si chiappano le multe in zona ritiro patente.
In ogni caso, le 88 miglia orarie proiettano indietro nel tempo la riproduzione casuale della chiavina USB legnosa, peraltro bellina, recante il marchio Leo Club innominabile al punto tale che probabilmente l'Ammiraglia, colpita da quelle macumbe, arresterebbe la sua corsa.
Di accidenti me ne arrivano tantissimi. A partire dallo sbarramento di nebbia proprio là, quando dissi a Diletta non me ne frega un cavolo, si prosegue a 130 anche se non si vede niente, per poi finire al treno che, proprio là (ripetizione voluta), si inchiodava accumulando i suoi sei irrecuperabili minuti di ritardo.
E mi viene da ridere, perché a me pare di aver pagato quel conto lassù più volte e pure salato e di essermi rifatto completamente una vita, con chi si merita obiettivamente il meglio dopo avermi cacciato indietro più volte.
Comunque, come dicevo, proprio a causa delle 88 miglia orarie, la musica dovuta alla strana riproduzione casuale torna a fine anni '90, come quando avevo la Punto Cabrio 18 anni e un carico di ansie immenso, ma una felicità di fondo. E parte Run to You di Bryan Adams, e Always di Bon Jovi subito dopo. Erano i due colossi del CD da acchiappo, quello che suonava nelle occasioni giuste, nella Punto Cabrio in quei fintamente ruggenti anni, per cui sono ancora oggetto di prese (fondate) per i fondelli dagli amici veri.
E' proprio vero che a 32 si sta meglio che a 20 anni.
Semplicemente perché sto guadagnando passo passo la spensieratezza che non ho mai avuto, proprio adesso. E il motivo lo so, perché in fondo c'ho messo sin troppo a pagare quei conti con me stesso, facendo finta di essere agganciato a chissà cosa.
Comunque, quel giorno in cui tornavo da Pordenone, e in cui trovai lo sbarramento di nebbia, beh, conobbi il mio futuro.
Non fu un bell'impatto, in effetti. La credevo persa dietro ad un bello e dannato che niente aveva a che fare con uno come me, ed in effetti era così.
Dal canto mio, il giorno prima mi ero fermato in un posto strano.
Avevo tirato 150km/h su una pista di pattinaggio su ghiaccio con accanto un'altra persona ignobilmente sparita dalla mia vita dopo avervi giocato un paio di ruoli di primo piano.
Un paio, appunto.
Comunque, in ogni caso si fa a cazzotti con le proprie convinzioni. Ci vogliono mesi, e i bruchi diventano farfalle, i pensieri lasciano lo spazio alla concretezza, ai tratti appenninici, alle settimane insieme, alla voglia di svegliarsi uno accanto all'altro ogni giorno ad orari decenti.
Si vince per bene e si viene pervasi, conoscendosi l'un l'altro, dalla voglia di prendere una casa, di dire "passo a prenderti", di prendere un paio di biciclette e spararsela tutta quella ciclabile sterrata, di costruire qualcosa, di avere un abbraccio ogni mattina, della colazione in giardino, della spider Veloce aperta che non vuoi guidare.
Perché il futuro ce lo costruiamo ogni giorno, contro ogni difficoltà, spigolo del carattere, angolo vivo da smussare.
E vedo che la benzina c'è, la velocità e la sintonia idem.
Cerco casa, non tanto disperatamente, casomai ma spero di non abitarci ogni giorno da solo, e che qualcuno prenda la sua macchina o il suo treno e venga davvero a godersela con me.
Cerco casa per costruire qualcosa.
Pensieri, parole. Devono diventare fatti, come noi siamo ormai un fatto consolidato e, spero, duraturo.
SS223, 140km/h. O meglio 88 miglia orarie. L'Alfa Mito, da mia personale Ammiraglia si trasforma in De Lorean e per un attimo prosegue. E nessuno la ferma, nemmeno lo scorrere del tempo.
Io proseguo. E non ritornerò mai indietro. Semplicemente andrò avanti, contando i giorni che mi separano dal prossimo abbraccio.

domenica 28 luglio 2013

Try

Siena, notte: il motore dell'Ammiraglia prende vita con la sua voce borbottante. Sembra quasi dirmi che è tardi e che ha sonno. Ma di sonno ne ha poco, come il suo pilota.
Vuole correre, ma come un cavallo impazzito ne tengo le briglie. 
Superstrada Siena-Firenze, 110km/h costanti. L'Ammiraglia, la Mito rossa, sfoggia il suo passo autostradale classico, nel fresco della notte. Classico, appunto.
La vettura procede, imperterrita, con il suo fare di ammiraglia accalorata da questa strana estate che si prennuncia bella.
E Virgin Radio, stranamente, tira fuori un pezzo di Pink che non credevo mi piacesse. Try.
Try. Vuol dire provare. Bisogna sempre provare. 
L'Ammiraglia Mito si ricorda, in uscita di curva, che per i 72.000km precedenti non ha fatto altro che vivere da vettura guidata da un autista per le autostrade a rincorrere chissà cosa, chissà chi.
E allora, in uscita di curva, il sonnolento "Turbo grande" inizia a soffiare. Il piede del pilota affonda. Sopra 3000 giri. 4000 giri. 5000 giri. La Ypsilon che avevamo davanti viene inghiottita dal vuoto buio che c'è dietro. Prolungo oltre ogni limite del buon senso la fase della pestatura dell'acceleratore.6000. 6500 giri.
Cambio. Freno. Rientro nelle zone a basso consumo.
L'Ammiraglia, che si è ritrovata per un attimo nel suo terreno migliore, sembra ringraziare, come qualcuno che chiede "ancora".
La morale è che devo provare.
Che dal bel terreno in cui mi trovo non mi sento più di dover assumere, ancora una volta, una maschera che non mi compete. Ed  è fantastico e strano allo stesso tempo.
Non mi sento costretto a dover apparire indistruttibile, ad "organizzare" per andar dietro alle paturnie altrui, a "fare" quando vorrei star fermo.
Non ho idea.
Forse è la stanchezza fortissima di anni che NESSUNO ha avuto sinora la minima voglia di comprendere. Nessuno. Tranne chi c'è ora.
Inizio ad aver meno voglia di capire, di far finta che tutto vada bene, di non poter dire "stasera sono stanco, stiamo a casa per favore", di dover sembrare quell'essere indistruttibile che non sono. Anche io ho pecche. E ne ho tante, in primis la poca resistenza.
Inizio ad aver voglia di dire che sono felice.  Di concretezza.
Perché chi alle volte sbandiera le cose per me sbaglia e lo vedo adesso, in questa nuova vita che mi sono costruito, chi mente sulla propria felicità. E io non ho bisogno di farlo, ora.
Bisogna provare. Provare ad avere una dimensione, altrimenti nella vita non si fa strada. E non si ama.

mercoledì 24 luglio 2013

Introversi ed estroversi

In questi giorni gira molto in rete la vignetta dal titolo How to live with introverts. Pare un manuale di istruzioni per maneggiare con cura chi è introverso e non si apre.
Ho un amico fraterno (mannaggia a te che te ne vai, ora mi tocca pure comprare un Falcon 900EX per richiapparti laggiù in fondo al mondo) in particolare che si ritiene molto introverso, ma col tempo si è aperto e secondo me, a dire il vero, a modo suo dice tutto.
Anzi, dirò di più: non è introverso, ma è semplicemente un genio che ancora non si è accorto di avere qualità e sensibilità superiori alla media, che semplicemente sa che vanno condivise con pochi. Ma lui è il migliore in assoluto e manco vuol sentirselo dire.
Ce ne fossero di persone come lui. Il fratello che non ho mai avuto. E' un prego la sua sopportazione.
A differenza sua io sono un estroverso cronico, o meglio uno che lo fa, e che ti mette davanti il suo mondo.
E da estroverso dirò che io amo l'Elba, anche se non ci vado mai. 
E che potrebbe anche venirci.
Me ne innamorai da piccino, di ogni anfratto, spiaggina, montagna (perché c'è anche quella), animale, sorgente, fondale ecc.
Come gli amori infantili, questo è rimasto dentro di me.
C'è chi la ama come me quest'isola. C'è anche chi la odia, senza apparente motivo, e potrei fare nomi e cognomi, ma tant'è che non importa. Probabilmente la odiano per motivi personali, ma tiriamo oltre.
Ogni estate scovo punti molto positivi da mostrare a me stesso e dividere con gli altri.
Vorrei avere un po' di tempo per andarci. Ci andrò, per carità.
Lo direi al mondo di venire, pure all'amico introverso. Qui si sono consumati amori, finiti sulla nave del ritorno. Amicizie vere sono nate e rimaste. 
Solo perché sono estroverso e faccio amicizia. Alle volte sono eccessivo io. Chiacchiero troppo e terrorizzo chi recepise quella brutta e lamentosa parte di me.

Il problema sono quelli che si fingono introversi e che in realtà ti studiano. Studiano come fare a fregarti.  Subdoli. 
Viscidi.
Brutti e cattivi. 
Ma qui la chiudo, perché tanto contro di loro è così. Ho un paio di nomi ben precisi in mente.
Voi non siete niente, e c'è pure chi vi rincorre, stupidamente.

L'amico introverso, quello buono, quello fraterno, è vero, è lì che capisce ogni mio anfratto, pubblicabile e impubblicabile.
Conosce la verità, quella che non sa nessuno. 
Pure dai suoi silenzi capisco che devo smetterla di dire certe cose, certi eccessi che si prolungano sin troppo dentro di me.
E allora come dire grazie alla tua introspezione, amico mio, che in silenzio insegni, con tutti i tuoi "amen", tutti i tuoi ripetuti e allo stesso tempo irripetibili. 
Ecco, in questi anni mi hai dato tanto, come quando a Bologna, il 6 novembre 2010, in un periodo un po' strano fatto di, tanto per cambiare, rincorse inutili, hai portato un attimo di luce ascoltando questo chiacchierone mentre il presidente internazionale Lions era a dirci qualcosa di biascicato.
Qui sta la differenza degli introversi: quelli che ti fanno capire lo stesso, e quelli che lo fanno perché vogliono solo esser rincorsi.
E' un peccato che la vincano quelli sbagliati, la battaglia per le cose giuste. 
Parola di eccessivo chiacchierone.

martedì 23 luglio 2013

Crossing borders

Crossing Borders: pare quasi il titolo di un film. E viene voglia di passarli quei confini, qualche volta. Non parlo di confini fisici, o forse non solo di quelli che uniscono e dividono Stati, Paesi, Regioni vere o immaginarie (come il ponte sul Po dell'A13). 
Mi riferisco ai confini che ho nella mente, al voler spezzare, ora che ne vale la pena per davvero. 
Mi è presa la voglia di viaggiare, di attraversare confini. Soprattutto quelli della mia mente. Soprattutto nelle cose rispetto alle quali ho detto mai più. Già, confini. Viaggi. Macchine. Aerei. No, non sono solo patito del mezzo meccanico.
Vorrei guadagnarmi sul campo la cultura dei luoghi, degli aerei, del muoversi.
Voglio ritrovare in me questa passione perduta, per la quale vengo preso per i fondelli.
La mia professione mi piace, e pure tanto. Se c'è una pecca che le trovo, tuttavia,  è l'eccessiva territorialità, che ho saputo crearmi ed è un bene, forse.
Ma non so cosa posso aver fatto per stare sempre in questo Paesetto di provincia, dove non ci sono mercati coperti e dove la gente ha una mentalità molto chiusa. 
Non ho idea di come fare a sbloccare questo loop.
Ho voglia di viaggiare, e anche molto. E so anche con chi. 
Perché attraversare confini apre la mente, le volte che l'ho fatto ho davvero trovato una cultura diversa. C'è chi ne sa mille volte di più, è ovvio.
L'Italia la conosco benissimo, ora vorrei esplorare dei luoghi dove non sono stato.
Metto la bandierina su Trieste, quest'estate.
La metto anche su altre città europee. Ma manca Parigi all'appello, pure Londra. Eppure sono oppresso dagli impegni e dalle catene della mia mente.
Vorrei un aiuto a spezzarle. E ad attraversare questi confini.


domenica 21 luglio 2013

Mercato coperto

Via Nova in salita, 50km/h. L'Ignara Spider Veloce sta dietro ad una serie del tutto infinita di Apini, l'amato punto di riferimento della camminata mattutina, ovvero il pullman che va a Volterra, e una teoria altrettanto lunga di vetture accodate con poca voglia di sorpassare. 
Minaccia piogga, la solita delle 18:30 che qui da una settimana si presenta puntuale come una cartella di Equitalia. 
Stiamo dietro. Non importa, la strada è poca e forse ce la farò a rintanare la preziosa decappottabile dentro il garage prima che le gocce si presentino. 
Seconda marcia. Non so quanti giri perché il trimmer del contagiri è scassato e fondamentalmente irreperibile sul mercato e va cambiato. Lo farò a settembre.
Ma a questa velocità la Spider, col suo fare da persona che non sa e che non ne vuole sapere di niente, mi tira su degli inaspettati ricordi recenti.
Modena. Ecco, Modena. 
Un giro al mercato coperto di sabato mattina, in cui mi sentivo come rinato. Non ne ho idea del motivo, o forse sì e lo spiegherò più avanti. 
Siamo andati a fare questo giro là dentro, in quella bellissima struttura in stile liberty che credo si chiami Albinelli. C'era del pane, della frutta, dei fiori, odori e rumori, persone che nella loro giornata si affannavano a comprare le cose per la settimana. Due cuori.
Forse perché non c'è il mercato coperto a Colle, mi piaceva troppo stare là dentro. Osservare chi ho accanto comprare i pomodori, chiedermi cosa volevo e prendere tutt'altro e ridere sotto i miei inesistentissimi baffetti di quanto lei sia brava a fare la spese e non se ne renda nemmeno conto.
Per carità, io avrei comprato tutt'altro, però de gustibus non disputandum est. 
Eppure lei era così bella in quei momenti, in cui mascheravo il sentirmi bambino portato al mercato, lì presente tutti i giorni, e così assente nella mia piccola ma stupenda città con tutte quelle torrette.
Ma la realtà  è che tu, donna adulta, hai vinto. Hai combattuto senza mostrarlo contro le paure, le tue e le mie, i fantasmi, i dubbi che inevitabilmente si palesavano.
Sarà che adoro quella città lassù piena di Ferrari e Maserati, di gente aperta e non chiusa e burbera, di accenti carini e simpatici, di persone che ti accolgono e non ti giudicano, di gente spontanea.
Sarà che adoro chi me l'ha fatta conoscere quella città con i pullman gialli e blu e che mi sopporta ogni giorno.
Sarà che davvero le emozioni devono esserci, ma se dopo i primi tempi non trovi il verso di giocarti le carte della normalità e della complicità, la spontaneità e il non dover lottare.
Ho voglia di alzarmi la mattina ed andare al mercato coperto a comprare le cose da mangiare, i cetrioli e il pane.
Ho voglia di sentire l'odore dei fiori e sentirmi bambino senza dover mettere filtri a quello che dico e senti.
Ho voglia di gustarmi il silenzio e di venire ripreso perché sto zitto. 
A tratti questo paese mi sta stretto.
Ho voglia di vivere a pieno questa stupenda normalità.
Forse sono vecchio, ma se lo sono, ne vado orgoglioso. La vita è adesso.

giovedì 18 luglio 2013

Eterna lotta tra stronzi e principi azzurri


Non so perché ma mi ci va di riportare un post vecchio (con considerazioni allegate) divenuto tematica di un qualcosa che non si doveva vedere, però sempre bello ed è una tematica vittoriosa (per altri) e ironica per me. Correva qualche tempo fa. Ed è bello rileggersi, riscriversi e riadattarsi, alle volte. Ci ho messo qualche Add on, per chi lo lesse nel posto segreto tempo fa.
"...Ricomincia la lotta tra scuole di pensiero, e tra i vari modus agendi.
Principi azzurri contro stronzi. E' una eterna battaglia in amore. Che vede alternarsi le varie categorie in testa. Manco a dirlo, cerco di appartenere alla prima: addirittura qualche mese fa credevo che vi fosse una vittoria semplice del sindacato che rappresento in modo amplissimo e degno.
Missioni Eroiche, fiori, scenari romantici. Tutto bello davvero. 
Potenzialmente, il meglio che una donna possa avere(...). Sotto i miei pressoché inesistenti baffetti, sotto la pelle del viso resa velluata dalla crema antirughe e antistress, si nasconde una profonda insicurezza di fondo sul da farsi, sulla potenziale adesione alla seconda scuola di pensiero.
"...Ci si deve stronzire, non c'è verso..." - tuonavo stamani coniando il neologismo alle 8:25 al telefono al povero Francesco, mentre la giornata nasceva e iniziava a manifestare i primi segni di giramento. La risposta, di nuovo reitera una domanda, con l'innocenza tipica di chi, esattamente come me, non sa che pesci pigliare. "...Sì, ma come?...".
Principescamente parto. Inanello mosse da record i primi mesi. Divento colui che fa sperare di nuovo che ci sia un dopo.
Ma puntualmente inizio a perdere pezzi e arrivo malconcio a destinazione.
Come me, tanti altri.
Perché viene a noia il principe, in effetti. Posso montare su cavalli bianchi, rossi, neri, su aerei, pullman e treni, ma lo stronzo che "ogni tanto" si fa sentire e che casca nella vita quando gli pare, si prende agevolmente tutto quanto noi ci sudiamo.
Tutto il nostro lavoro, concretizzatosi con immensa difficoltà in mesi a colpi di Missioni Eroiche (e ho anche un adepto in tal senso, forse 2, visto che la Missione di Pericciuolo a Grosseto a settembre scorso era da considerarsi tale), di serietà ostentata e internamente patita, si vanifica non appena colui che sa di aver terreno facile arriva, e vince.
Lo stronzo deve essere ricercato, il principe ricerca.
Lo stronzo bombardato di messaggi se ne frega, e fa ciò che vuole, cosicché i momenti (pochi) vissuti insieme alla bella sono inevitabilmente magici.
Il principe rincorre, affronta Appennini, Alpi, marciapiedi di stazione (io li odio, ma qualcuno a me molto amico ci ha fatto qualche missione seria in stazione), vie romane in discesa sotto l'acqua, nebbie la mattina sull'A1. Lo stronzo arriva, colpisce e scappa, magari per settimane.
Lo stronzo viene terribilmente sopravvalutato. 
E allora la domanda che diviene ricorrente è quella del fratello acquisito: "...sì, ma come?...". Come si fa? Chi ha esperienza ci aiuta per cortesia?
Rimarrò comunque principe, mi sa. Un principe malconcio e bastonato, ma sempre tale...". 
Mi rileggo e rido. Rido di quella che è una verità e della nostra perseveranza, della felicità che arriva quando meno te lo aspetti. 
L'Ignara Spider Veloce, che non sa di tutte queste riflessioni, peraltro effettuate mentre eravamo entrambi a piedi, mi ha preso in un periodo in cui amo essere principe e in cui ho maturato l'idea che essere stronzi serve solo per pochi momenti.
I nodi arrivano al pettine, prima o poi. E due diventano compagni con le mani intrecciate, valutandosi e dandosi tutto senza diversità.
Non sono teorie, ma pratica da applicare.


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