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lunedì 17 ottobre 2022

Fuori dai binari


Binari, strade; qual è la differenza?

I binari sono più sicuri, ma ti intrappolano in un percorso da cui non puoi uscire; non in piena corsa; non senza problemi; non senza un congruo investimento in energia ed in pianificazione.

La strada ti lascia più libero; certo, richiede attenzione, ma col tempo ci si fa l'occhio, ci si fa l'abitudine. Però quando c'è un ostacolo, a meno di non essere su un bolide a tutta velocità, hai l'opportunità di fare qualche manovra per evitare (o almeno diminuire) i danni.

Ora sono sui binari; e c'è un ostacolo. Uno di quelli grandi, abbastanza da far deragliare il convoglio, con un gran rischio di farsi e fare male. Qualcosa ho anche provato a farla per rallentare il treno e cercare di mantenere la calme, ma il panico non mi ha lasciato fino alla fine, ed ora è troppo tardi per qualsiasi precauzione.

Dopotutto la paura c'è sempre stata; la sensazione di essere lanciato a tutta velocità su un binario morto è lì da tempo. Sentirsi prigioniero ed incapace di qualsiasi scelta non è nulla di nuovo. Ora è solo l'apoteosi di ciò che è in atto da lungo tempo; il frutto di non-scelte a causa di una paura che mi porto dietro da troppo tempo.

Paura di essere chi sono e di volere ciò che voglio, che mi ha portato alla soglia di decisioni impensabili, quando bastava dire di no una delle molte volte prima. Ma come al solito devo ridurmi all'ultimo, agli sgoccioli, con psicologo e psichiatra che non sanno più che dirmi per farmi imparare a farmi amare me stesso ed a farmi rispettare, a non essere un pendolo alla continua mercé di forze esterne a cui non ho il coraggio di reagire.

No. Devo uscire dai binari. E non importa quanto difficile e doloroso sarà.

martedì 12 luglio 2022

Onde di nostalgia

Fermo; come sempre, in fondo.

Fermo, in un certo sistema di riferimento; in fondo la Terra gira, su se stessa; e gira intorno al Sole; e mi trascina con se in un movimento di cui non ho alcuna responsabilità, né ho alcuna influenza.

Mi muovo nel mio immediato spazio fisico; casa, ufficio; casa, ufficio; casa, ufficio.

Tutto entro quattro grandi muri (più o meno) immaginari; muri di paura, di panico, di confusione, dove non faccio altro che continuare a sbattere, in un grande flipper di emozioni e di strette al cuore.

Pianti nascosti sotto la mascherina e dietro gli occhiali, che nemmeno avessi occhiali da sole, almeno riuscirei a nasconderli veramente; ma il più delle volte sono pianti a metà, dove non ho neppure il coraggio di piangere veramente, per paura di sembrare debole. Come se non lo fossi veramente.

The Midnight in cuffia; musica atta a stimolare vaghi ricordi; ricordi che iniziano a svanire, di un passato nonostante tutto spensierato, privo dei fitti cumulonembi che coprono il presente.

Così la nostalgia va e viene, a ondate, tra visioni, sogni, e profumi di un passato che inizia inevitabilmente ad essere riscritto nella mia memoria nei termini, ahimè, del presente.

Che poi non è che non abbia voglia di tornare; ma vorrei farlo alle mie condizioni e nei miei tempi. Forzarmi fa solo peggio, e mi allontana sempre di più; aumenta solo la sensazione di essere intrappolato in un tempo, un luogo, una situazione che non riesco a controllare.

Inchiodato, dalla paura.

Paura di essere nuovamente la goccia che fa traboccare il vaso.

venerdì 30 luglio 2021

Pensieri sospesi: l'implosione

In nessun luogo in particolare, ma probabilmente nel tunnel sotto Victoria Harbour.

L'Alexander-Dennis biancoverde della NewWorld fa quel che può ai comandi del "capitano" (come chiamano qui gli autisti dei double-decker) che, come abbastanza solito per le corse tardo-serali della compagnia isolana, non risparmia la pressione sul pedale di destra.

Io gioco col telefono; tentativo estremo di non pensare al presente; ed al futuro, ovviamente. Ma il futuro non c'è, nei miei pensieri; assente, non pervenuto. A quel punto meglio non pensarci. Ma non pensarci significa, qui ed ora, nascondere la testa sotto la sabbia, fare finta che tutto vada bene o, come più spesso capita, semplicemente non fare menzione della verità.

Ma anche evitare di pensare ai problemi, ed evitare di parlarne, ha un limite. Ed è al raggiungimento di quel limite che inizia l'implosione.

Inizia il vuoto; inizia la solitudine, quella vera e profonda.

Certo, non necessariamente solitudine fisica, ma solitudine emozionale. Tutto resta dentro; le persone che in un modo o nell'altro mi sono state vicine vengono allontanate, vuoi tramite silenzio ed isolamento, o menzogna. Che in fondo dire "...tutto bene. Te?" è un'abitudine. Non va mai tutto bene, almeno non per me, non ora.

Il risultato è sentirmi solo; unico conoscitore del dolore che provo ogni giorno; nessuna condivisione. Sto male, e sono il solo a saperlo.

Perché se mi guardo intorno vedo solo persone che non potrebbero avere alcun interesse al mio stato emozionale. Oppure persone che già hanno provato ad aiutarmi, ma senza successo, e non me la sento di dire che ho bisogno di nuovo di aiuto. Oppure persone che si preoccupano per me e verrebbero turbate dal conoscere il vero stato delle cose. Oppure persone che hanno già il loro bagaglio di problemi di ogni giorno da risolvere, a cui di certo non gioverebbe dover pensare anche ai problemi di qualcun altro.

E allora via, a mentire. A far finta. A piangere da solo su una panchina, o nelle ultime file di un autobus semivuoto. A pensare a come anche farla finita sarebbe solo una fonte di problemi per persone che non hanno bisogno di ulteriori problemi da risolvere.

E allora l'unica soluzione resta vivere, in un angolo, continuando a soffrire in silenzio; senza sogni e senza speranze. Giorno dopo giorno, una giostra senza fine. Una lunga attesa, del momento in cui la solitudine ed il silenzio non saranno più un problema.

lunedì 26 aprile 2021

Guilty

Fermo, come sempre di recente.

Fermo, bloccato.

Bloccato dalla paura e dai sensi di colpa; bloccato in una buca profonda, che continuo a scavare.

Il pilota è appiedato da tempo, lasciato a bordo strada sui tornanti del Passo Giau un anno fa; nulla più è sotto controllo da allora, e neppure le metafore riescono a riempire il grigiore della mancanza di emozioni e di direzione, o a farlo apparire meno triste di quello che è.

Non ci sono più metafore per indicare la mancanza di gioia di vivere, la lunga lotta per cercare giornalmente ragioni per non farla finita ed arrivare a domani.

La voglia di scappare, e la paura dei sensi di colpa.

L'ansia ogni sera prima di tornare a casa.

E quell'orologio che dannatamente continua a ticchettare senza aspettare nessuno.

Ma queste parole sono noiosamente difficili da pronunciare; forse dovrei scriverle? Qualcosa dentro di me si ostina a dirmi che dovrei affrontare la situazione faccia a faccia, anche se non ne sono mai stato capace, ed ora che il tempo sembra stringere, obiettivamente non sembra una grande idea.

Così le scrivo qui, nella fioca speranza che materializzarle in qualche modo, anche se solo nella forma di pixel su uno schermo e di bit su qualche oscuro hard drive in qualche server di Google, mi aiuti a rendere queste parole più normali e ad accettare di poterle condividere con le persone a cui ho consentito (e finché non lo faccio continuerò a consentire) di tenermi emotivamente prigioniero per tutto questo tempo.

Che poi in fondo si tratta di fare la cosa giusta, per tutti.

Invece passo il tempo a sentirmi colpevole, sia di quello che faccio che di quello che non faccio.

Avrei bisogno (sai che novità...) di una pausa; non necessariamente da tutto, ma di certo da molte cose, e persone.

Percepisco il cuore che palpita, come imprigionato in una gabbia da cui si affanna per provare ad uscire; senza riuscirci. E la gabbia forse altro non è che quella distanza tra me stesso ed il mondo che ho creato intorno a me per nascondere questo disagio e questa lunga battaglia contro le mie paure.

sabato 20 marzo 2021

Il tramonto incolore

Da qualche parte; o in nessun luogo in particolare.

Il chiarore si estingue, le tenebre prendono lentamente possesso del cielo e di quanto sta al di sotto di esso; e con il sole vanno via i colori.

Che non è che non siano più lì, solo che gli occhi non riescono più a percepirli; tutto diventa a toni di grigio, con poche luci colorate in lontananza a ricordare che forse non tutto è perduto. Ma all'apparenza sono troppo lontane, non sembra esserci alcuna speranza di raggiungerle.

Non c'è nessuno attorno a me in questa fresca serata, almeno metaforicamente (metaforicamente fresca o metaforicamente nessuno, a scelta). E con tutte le persone che ho lentamente allontanato da me, ci credo che non ci sia nessuno.

Sono solo (o almeno mi sento tale), e non è una sorpresa. Ho lentamente smesso di rispondere; ho lentamente smesso di cercare. Ed ora mi trovo solo, con una maschera che metto e tolgo ogni giorno e che pesa sempre più; pochi hanno avuto la possibilità di vedere oltre la maschera in una manciata di occasioni, ma poi l'ho subito indossata di nuovo, fingendo giorno dopo giorno che tutto vada bene, così che anche quelle poche persone che hanno visto la maschera non facciano più domande.

Dietro la maschera c'è un essere umano che fatica ogni giorno a trovare il modo di arrivare a fine giornata; ci sono pianti nascosti nei momenti più disparati, spesso la mattina o la sera andando e tornando da lavoro, negli unici momenti in cui ho qualche minuto per confrontarmi con me stesso (e cronicamente vedere la miseria emozionale in cui vivo).

Ho speso così tanto tempo a cercare metafore e modi di parafrasare che forse li ho finiti; e avendoli finiti non ho più modo di raccontare la mia vita, visto che ad usare modi diretti non ci sono mai riuscito. Così ho iniziato ad isolarmi; a concentrarmi sull'unico grande problema che non riesco a risolvere (e che apparentemente da solo diventa ancora più grande da risolvere), senza riuscirci.

Così ogni giorno è semplicemente un passare del tempo, senza più alcun piacere, senza più alcun obiettivo, senza più sorrisi veri ma solo di facciata.

E brutti pensieri.

Spesso, troppo spesso; come soluzione a tutto; come soluzione finale all'aspettare perennemente ad un'alba ed un chiarore che sembrano non arrivare mai. Soluzione al groppo in gola che sento da mattina a sera; all'ansia; ai sensi di colpa.

Eppure resta un filo di speranza, che mi tiene vivo anche di notte, che mi dice che forse un giorno l'alba arriverà e che magari domani, o la prossima settimana, sarà meglio, nonostante tutto dentro di te continui a dirti che nulla andrà meglio.

Ed ora come ora, l'unica speranza è che quel filo non si spezzi.

lunedì 15 febbraio 2021

Dove non arrivano le rondini


Victoria Harbour, 09:20, Star Ferry (non so quale dei traghetti di preciso).

Un cielo insolitamente (per la stagione) grigio fa da sfondo alla commute mattutina (perché non c'è un'unica parola italiana con cui tradurre "commute"?). La musica è a medio volume, come sempre, cercando di non danneggiare l'udito ma pur sempre di sentire tutte le sfumature che le Sennheiser IE400 fanno emergere dalla musica raccolta negli anni e quasi mai più aggiornata.

Un giorno qualsiasi in cui ho sentito di non essere particolarmente in ritardo e allora ho continuato a bordo del rosso Dennis Enviro 500 KMB fino al ferry invece di scendere prima e prendere la metro come spesso faccio. Perché in fondo mi sento quasi sempre in ritardo.

Ma un po' alla volta il ritardo diventa altro, e non sai più veramente perché io mi senta in ritardo (a parte quando mi mettono una riunione alle 10); in ritardo su cosa? In ritardo verso che obiettivi?

Mancano gli obiettivi, manca la prospettiva, manca uno scopo.

Più e più volte negli ultimi mesi mi sono trovato a tu per tu con la sensazione di non avere più nulla per cui vivere, nulla da raggiungere; e la parte peggiore è che ho continuato a nascondere questo malessere, indossando ogni giorno una maschera sempre più spessa ed elaborata facendo finta che tutto vada bene; quando poco o nulla va veramente bene dentro.

Non ci sono più strade, non ci sono più curve, non ci sono più rettilinei.

Non sono più alla guida, ma assisto inerme, passeggero, ad una rocambolesca discesa, che non sembra mai finire; la sensazione è quella di essere sempre nella traiettoria sbagliata, rischiando di finire fuori ad ogni curva; e non c'è nulla che io possa fare, non ho il controllo del veicolo e non ho la forza di assumerlo.

Ho pensato più volte di rimuovere la costante principale, aprire la portiera, buttarmi giù e lasciare che la macchina si schianti finalmente ponendo fine a tutti i problemi; ma non so mai se sia la codardia oppure un barlume di speranza di riuscire un giorno a riprendere il controllo a tenermi lì, aggrappato, trattenendo le urla ad ogni tornante.

Il pilota è sceso un po' di tempo fa, si è seduto a bordo strada e guarda il vuoto.

Non ci sono più oceani, più tramonti; solo un gran rimorso; e la paura.

Paura che il sole un giorno non sorga più per lui.

lunedì 12 novembre 2018

Camminando al contrario


Anni.

Guardo indietro e continuo a vedere tempo perso.

Perché perso? Tutto fa esperienza, direte. Sì, vero; ho sicuramente imparato, malvolentieri, molto; ma quanto tempo e denaro vale l'esperienza?

Quante domande, in fondo forse non sono cambiato. E se lo fossi? Ho voglia di andare più a fondo, scoprire da dove arrivino le mie paure; così guardo indietro, mi faccio aiutare da chi riesce a convincermi a fermarmi un attimo ed a guardare dove sono; guardare dentro quei momenti, quelle sensazioni che mi tengono bloccato in quella grande bugia che continuo a raccontarmi per continuare a far finta di essere buono, di poter accettare qualsiasi cosa pur di non sembrare una cattiva persona.

Ho imparato? Qualcosa forse sì; ma è come se stessi studiando per un esame che continuo a non voler affrontare, solo per non mettere un piede al di là della paura e fare un balzo nello scomodo vuoto dell'essere sé stessi e padroni dei propri pensieri senza essere responsabili delle emozioni altrui. È un territorio per un certo verso inesplorato per me.

Così ho bisogno di quegli amici inaspettati che mi mettano di fronte alla nuda verità e me la riversino in faccia senza filtri. 

Come se non la conoscessi la verità. Razionalmente la conosco bene, purtroppo; tuttavia continuo a costruirmi una gabbia ogni giorno, ogni volta che mi dimentico di cosa voglia veramente.

Allora riservo le lacrime per quei sogni che non ho avuto modo di sognare perché ero troppo giovane, per quelle note forti ma tristemente finite che fanno breccia prepotentemente nella mia corazza mettendomi voglia di urlare fino a finire la voce.

martedì 26 settembre 2017

La pioggia ai margini del tifone

Cammino, con calma, con le scarpe nuove che, evidentemente non adatte alla pioggia, danno avvisaglie di un attrito non perfetto col suolo. Ma non posso protestare; non è decisamente quello l'ambiente per cui sono state pensate, per quanto innocentemente io potessi pensare che fossero adatte a qualsiasi uso.


Beh, a questo punto dovrebbe essere già chiaro che, anche se parlo di una situazione reale, sto cercando di parafrasarla in una metafora attinente alla mia vita; "cercando" è la parola giusta perché, per quanto ci provi, la metafora della scarpa non calza benissimo (anche quando magari la scarpa lo fa).

Comunque, cammino; come in altri periodi della mia vita, tengo gli occhi fissi a terra per paura che qualcuno possa veramente percepire l'inquietudine e la paura che nascondo con tutte le mie forze (forze? Quali forze? Non faccio più allenamenti di alcun tipo da anni, ormai).

Mike Oldfield; ci prova lui a risollevarmi nelle cuffie; o almeno lo spero io, quando faccio suonare a volume un po' più alto del solito (sparare a massimo volume? Mai! È pericoloso per i timpani) The Studio Albums in sequenza casuale (sì, casuale; lo so che non ha senso con Mike, ma la verità è non ho voglia di pagare per Spotify).

In fondo è la musica a ridarmi quella lieve sensazione di ripresa, a regalarmi qualche energia ed emozione per schivare le copiose gocce di pioggia e camminare dritto. La musica, forse l'unica tra le attività in cui mi piaceva perder tempo che sono riuscito a ripristinare, anche se non ancora ai livelli dei tempi d'oro dell'amata Milano.

Tutto il resto, come cantava il Califfo, è noia. O rumor di fondo che dir si voglia.

domenica 19 febbraio 2017

Binari paralleli

Venerdì sera, 19:01, treno della metropolitana sulla Kwun Tong line tra Yau Tong e Lam Tin. Mi guardo attorno.

Analizzo, cerco qualche carattere che mi colpisca, in questo secondo giorno di autunno tropicale; ma manca qualcosa. Chiedo "Quanti di voi sono felici?" ad un nugolo di voci lontane sparse in diversi angoli del pianeta; e la conversazione si fa intensa, sui diversi aspetti e significati di felicità e serenità.

E la cerco, la felicità; negli occhi di tutti gli ignari passanti che incrocio nelle mie quotidiane deambulazioni; purtroppo sempre con una meta. Cerco di percepire e catturare le sfumature di sorrisi nascosti, di occhi curiosi e speranzosi; e mentre faccio ciò, fingo un incedere deciso, come per volermi far vedere sicuro, almeno in qualcosa.

Ma quella sicurezza è solo ostentata; crolla al primo ostacolo; non sa tenere un discorso, mi fa dubitare anche delle mie temporanee sicurezze (non che sia difficile). Fino ad implodere in scatti di rabbia senza simili precedenti. È come se la frustrazione iniziasse a venire fuori e colpire le emozioni nel modo peggiore.

E non so più cosa pensare.

Neppure la musica mi da più sollievo, se non nel passare le mani sui tasti bianchi e neri nelle veloci pause nelle pause.

martedì 19 aprile 2016

Mezzi di trasporto inadeguati

A22. Che non è un'autostrada ma una linea di autobus; a due piani, come la maggior parte qui in questo piccolo angolo di Est Asiatico; è una delle linee che porta velocemente (per quanto possibile) all'aeroporto da Kowloon. Tutto ciò ha un lato negativo: se all'aeroporto ci vai per motivi diversi da quello di viaggiare, gli aerei li vedi solo dai finestrini del bus mentre ti decollano sopra la testa.

Oltretutto, essere in aeroporto, vedere tutte quelle persone che fanno check-in, e tornarsene a casa senza aver staccato i piedi da terra è un po' come una tortura. Mi sarebbe venuta voglia di prendere un biglietto qualsiasi e partire; non importava dove.

Ma non era momento né luogo per andarsene; e quell'A330 della Cathay Pacific (o almeno quello credo fosse quello nella foto) l'ho visto solo dal finestrino dell'autobus, un mezzo ben piantato a terra, per quanto viaggiare al piano superiore offra un minimo distacco da terra.

Tra parentesi, per chi non avesse mai visitato Hong Kong, ci si potrebbe chiedere come mai continuino ad usare gli autobus a due piani anche su linee dove le dimensioni del mezzo in questione sembrano spesso inadeguate alla strada da percorrere. E così tocca agli autisti (per ragioni a me ignote qui chiamati "captain") condurre tra fronde sporgenti, curve strette, ripide salite e traffico nervoso, questi goffi mammut stradali. Ed obiettivamente fanno un gran lavoro, senza risparmiare piccoli momenti di terrore ai passeggeri meno avvezzi a questi viaggi.

Così pure io mi sento spesso inadeguato alla strada che sto seguendo, costretto a continui slalom tra ostacoli, portato a sbattere a destra ed a sinistra per l'impossibilità di adattarmi al luogo in cui mi trovo, incapace di scalare le difficoltà, ostinato in un ambiente che mi respinge; e fondamentalmente di scarsa utilità. Pronto ad essere contraddetto, ma senza successo.

sabato 27 febbraio 2016

La via delle spezie


Sabato pomeriggio, Argyle Street; il numero 27 - double-decker della KMB - si muove nervosamente nel moderato traffico del fine settimana di Kowloon. La mia meta si avvicina; due fermate... una fermata... in modo quasi automatico mi preparo a scendere - in tutti i sensi, visto che sono al piano superiore. La corsa nervosa del 27 per oggi finisce lì.

Mi lascio alle spalle l'autobus grigio-ocra e cammino verso casa; ma ci sono tante altre cose che non posso lasciarmi alle spalle. Pensieri, voci, che come spine mi pungono ogni volta che provo a bilanciarmi per ritrovare quell'equilibrio che ormai manca da troppo tempo. Equilibrio e direzione. Mi sono accorto di aver vagato per diversi mesi in una palude senza prendere una direzione decisa; ora una direzione c'è, anche se solo per poter dire di averci provato veramente.

Tuttavia mi guardo meglio attorno e mi accorgo che una direzione non è abbastanza. Di sicuro mi aiuta a mettermi in marcia più seriamente, ma per uscire dalla palude devo imparare a prendere le situazioni di petto, a fidarmi di me stesso, a non deviare ad ogni piccola incertezza, a non continuare a rallentare ed accelerare.

Così mi siedo nel caffè sotto casa e riprendo a scrivere, come mezzo per andare a scavare dentro di me e cercare di fare chiarezza tra le montagne di pensieri e di irrequietezze che continuano ad accumularsi senza tutte quelle vie di sfogo che mi hanno aiutato a rendere felicemente memorabili alcune parentesi della mia vita fino a settembre del 2014.

E sì, lo so, più guardo ai vecchi scritti su questo diario e più mi accorgo di quanto fossero intrisi di sterile negatività; ma in fondo all'epoca le parole impresse in questi bit erano soprattutto uno sfogo, come delle urla lanciate al cielo. Ora sono cresciuto (davvero? Mah, almeno così dice la carta d'identità) ed i pensieri che escono da questo guazzabuglio di neuroni dovrebbero quantomeno essere influenzati dalla lunga ricerca intrapresa per capire una personalità - la mia - anomala ed ipersensibile.

Cerco. Ancora. Freneticamente.

giovedì 3 dicembre 2015

Tre ore e quaranta



Altitudine e velocità di crociera, Mare Cinese del Sud; l'Airbus A330 della Cathay Pacific vola tranquillo verso la sua meta (non ce la faccio a chiamarla "casa") e si lascia alle spalle la Cina, punta a sud-sud-est. Ma non è dalla Cina che è decollato; si è alzato da quello che sulle mappe di solito nulla è più che un puntino; un puntino che mi ha visto ospite per tre giorni.

Eppure tanto insignificante proprio non è. Lo insegna la storia, lo insegna l'economia... Ed a me, invece, cosa insegna? Cosa sono queste lacrime che vogliono uscire e che in più riprese ho provato a trattenere? Cos'è questa sensazione che per la prima volta mi ha riportato indietro le memorie di Shanghai? Cos'è questa voglia di non partire, di non tornare indietro?

Ho rivisto amici lontani che sono tornati vicini, amici prossimi a scelte importanti, amici che scelte importanti, diverse, le hanno fatte. Mentre io cerco ancora; cerco non so esattamente cosa, provando ad ascoltare le mie emozioni ed a lasciarmici andare; imparando; sbattendo la faccia per terra e guarendo le ferite; perdendo la mia solita attenzione a tutto.

Ma per chi parte in ritardo, la strada per imparare è ripidissima. E le ansie, di ogni genere e tipo, non mi danno tregua e mi consumano ogni energia residua, giorno dopo giorno.

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Sette mesi sono passati da quel volo; ora quel puntino sulla mappa è la mia attuale base operativa. No, non ancora casa, anche se vorrebbe fortemente esserlo; ci provo, giorno dopo giorno a farla diventare la mia casa, anche se i risultati tardano ad arrivare.

Provo a reinventarmi; cambio obiettivi; dico anche di no. Ma resta grande il quesito su chi io sia veramente, su cosa io voglia. E su dove io voglia veramente andare...

giovedì 26 marzo 2015

Stress di una nuova vita

Gate A11, Aeroporto Internazionale di Dubai, notte fonda. L'A380 che mi riporterà a Kuala Lumpur è già qui fuori che attende, paziente, senza troppi pensieri; anche se mi immagino che frema dalla voglia di tornare in aria, visto che in fondo quello è il suo elemento, quello è l'ambiente dove si trova più a suo agio.


Quello che si fa troppi pensieri è qualcun altro, qualcuno che tra meno di due ore sarà nella sua enorme pancia per la prima volta; da solo, come sempre. E non ci riesco veramente, non ancora, a trovare un modo per liberarmi da queste maree di pensieri che vanno e vengono e che spesso e volentieri mi impediscono di vivere serenamente questo scampolo di vita malese.

Ma mi chiedo come si faccia ad essere tranquilli senza una vera prospettiva, senza un vero progetto, senza una stabilità, personale ed economica, e senza un vero obiettivo. E ci sto provando, a cambiare; ci sto provando ad intercettare i pensieri, a capire da dove arrivino, da dove nascano; e mi trovo a pescare nel mio passato, recente e non.

Mi trovo a rivedere alcune situazioni da un altro punto di vista, a capire come mi abbiano influenzato e mi influenzino tuttora; talvolta a capire come ora mi trovi in situazioni opposte e contrarie. E non nego che ogni tanto faccia paura, tutta questa continua ricerca. Ma sembra che ora non riesca a fermarmi.

E forse un giorno mi piacerebbe anche smettere di viaggiare da solo ...ma a quanto pare questo sarà un diverso capitolo di tutta questa intricata storia.

domenica 26 ottobre 2014

A due passi dall'Equatore


Dubai, notte fonda. L'elegante B777 della compagnia degli Emirati si prepara a partire verso sud-est, verso una meta nuova; inaspettata per certi versi, ma cercata e per assurdo quasi pianificata per altri. Lascio a casa le preoccupazioni per una volta; le lascio in quel cassetto del mio comodino dove le cianfrusaglie si accumulano, anno dopo anno ed esperienza dopo esperienza. Per l'ennesima volta non riesco a capire esattamente cosa mi spinga in quella direzione, ma ormai cosa importa?

Ci aveva provato anche l'Air France a non farmi partire, annullando il volo prenotato una settimana prima; ma con la mia solita testardaggine ho trovato una soluzione addirittura migliore del piano originale. Così eccomi là, a diecimila metri di quota in un Boeing bianco-oro sopra l'Oceano Indiano, dopo una ragionevolmente breve sosta nell'aeroporto che a maggio fu meta finale del viaggio di allora.

Malesia. Cosa mi dice a parte i racconti di Salgari e le Petronas Tower? Poco o niente.

So che ci sarà un amico ad aiutarmi a sentirmi a casa; so che forse avrò un posto da chiamare casa dopo qualche giorno; so che le prime due notti le passerò in un alberghetto in Bukit Bintang; so che la mattina dopo sarò già in ufficio... ehi... ufficio? Sì. Questa è una nuova ripartenza professionale. Dal basso, senza pretese, come sempre; per far vedere chi sono e cosa so fare.

Il resto? Boh... e va bene così!

martedì 8 luglio 2014

Le scelte, nonostante tutto...

VCE - Aeroporto di Venezia Marco Polo; il 767-400 della Delta attende, dopo essersi fatto a lungo attendere, il giornaliero carico di passeggeri da portare a New York. Imbarco a zone, il più velocemente possibile, con gli assistenti di volo d'esperienza che cercano, come possono, di recuperare il ritardo accumulato nove ore prima a 6000km da lì. Stavolta il posto l'ho scelto bene, almeno tra quelli rimasti, salvo essere molto indietro.

Si parte; e come per le precedenti due partenze, una lacrima scende, nascosta. Si parte; e subito si inizia a ballare. Decido, cosa ultimamente insolita, di guardare un film; mentre l'aereo continua ad attraversare una turbolenza dopo l'altra, la scelta ricade su Gravity. Ammetto che vedere l'impatto dello Shuttle con i detriti seduto su un aereo che se ne va in tutte le direzioni in una serie di vuoti d'aria fa una certa impressione... altro che cinema 4D...

Ma quei vuoti d'aria non mi spaventano; so che questi moderni apparecchi sono progettati e costruiti per sopportare ben di più. Sono altre le prove che dovrò superare, a livello personale, in quest'ultimo viaggio in terre inesplorate. Ed è difficile lasciare nuovamente le belle amicizie che restano in Patria, con quegli abbracci forti forti (ed a volte piacevolmente inaspettati) che rendono più bella la vita. Ed intanto le turbolenze non finiscono, con le hostess che servono a tempo di record i pasti nei pochi momenti di volo tranquillo.

Dopo otto ore atterriamo finalmente a New York, a conclusione di quello che ricorderò come il volo intercontinentale più traballante mai provato; come se ci provasse anche il meteo a minare le mie sicurezze ed a farmi chiedere perché io abbia deciso comunque di proseguire verso la West Coast, nonostante tutto. Nonostante io stia guardando a futuri prossimi in tutt'altre parti del mondo (considerato anche che trovare un lavoro qui è pressoché impossibile); nonostante la sempre minore considerazione per questo popolo di "perbenisti moralisti e classisti, ma [che] sei hai una idea ti permettono di realizzarla"; nonostante avrei potuto optare per destinazioni per le quali avrei dovuto compiere meno sforzi (economici e non); nonostante il prematuro addio a Dubai.

Mi ponevo tutte queste domande, ormai già in questa fredda e dispersiva San Francisco, quando arriva inaspettata una voce a ricordarmi che il coraggio è una scelta... in questa giornata in cui, malgrado alcuni residui giri in ottovolante del mio umore, ho felicemente rivisto sorrisi e volti che avevo lasciato in oriente quasi due mesi fa, mentre resta il timore di rivederne altri; a volte mi chiedo ancora perché alcuni dopo siano così complicati, ma è la natura umana. Poi ripenso a quella frase, a quel coraggio; ed un'altra lacrima scende; la nascondo nuovamente.

Ma è vero, la vita è fatta di scelte; e delle loro conseguenze.

venerdì 6 giugno 2014

Nel vortice del deserto


Dubai Marina Beach, a pochi metri dal mare, mezzanotte passata da poco; un discreto bubble tea nel mio stomaco rinnova qualche memoria cinese. Mi siedo sul gradino di pietra scura che introduce sulla sabbia e guardo il mare, per la prima volta, effettivamente, da quando mi trovo in questo apparente, appariscente ed estemporaneo paradiso mediorientale.

Le onde si infrangono con fragore sulla spiaggia, spinte dal vento di settentrione che dovrebbe (così è stato annunciato) essere foriero di una lieve tempesta di sabbia proveniente dall'Iran; ma al momento l'aria è ancora pulita e mi godo l'inusuale temperatura sopportabile. I riflessi delle potenti luci sui palazzoni alle mie spalle rendono visibile ogni singola cresta che muore sulla battigia; inaspettatamente non ci sono molti rumori attorno, nonostante Marina Walk alle mie spalle non sia di certo uno dei luoghi più tranquilli di Dubai. 

Allora chiudo gli occhi e ascolto.

Onde, vento... curiosamente non si sente la risacca; forse solo perché non ci ho posto troppa attenzione. Forse solo perché la mia testa era troppo impegnata nel provare a deconcentrarsi da tutti i turbini degli ultimi giorni, attivare la default network interna, spezzare quei circoli viziosi che la mia autoconsapevolezza inizia malvolentieri a riconoscere.

Cerco di tradurre sensazioni in risposte, ma le recenti lezioni di psicologia manageriale sulla fallacia del nostro cervello e della capacità decisionale umana mi convincono a lasciar stare ed evitare qualsiasi tipo di traduzione. Da un lato diventa ancora più difficile prendere decisioni con queste nuove conoscenze, dall'altro possiamo imparare dove provare a cercare gli errori più probabili.

Dopo un tempo non meglio precisato decido che sia meglio tornare verso casa ed andare a dormire. E la lunga passeggiata tra i contrastanti panorami della zona diventa solo una continuazione di quanto iniziato. Inutile cercare risposte; la testa ragiona per i fatti suoi e le da quando meglio le garba.

mercoledì 21 maggio 2014

All'ombra delle (poche) palme


Da qualche parte nei cieli sopra la Turchia, notte fonda, più o meno 800km/h; l'A330-343 targato D-AIKS procede a velocità di crociera verso DXB. Dubai International, per i meno avvezzi alle sigle aeroportuali. Il sonno ha finalmente la meglio su di me e mi lascio andare nel mio sedile in posizione anomala; nota: mai scegliere la prima delle ultime file a tre sedili; la prossima volta la seconda, oppure più avanti.

In quel sedile è tutto strano; è disallineato da quelli davanti quindi lo schermo non è davanti ma devo girarmi leggermente a destra per guardarlo; il tavolino esce dal bracciolo, che quindi è pieno ed inamovibile, oltretutto eliminando lo spazio per il telecomando del sistema, che quindi è sul lato interno del bracciolo, diventando quasi inaccessibile. Ma in fondo è tutta esperienza accumulata, qualcosa che imparo, per non sbagliare una seconda volta; perché sbagliare ci sta, ma bisogna apprendere.

Continuo a fare cose giuste e sbagliate, in diverse parti del mondo, in loco come a distanza. Ne ho fatte tante negli ultimi 8 mesi e mezzo. Shanghai. Un nome, una città, tante, troppe sensazioni, troppi ricordi. Tante cose rimaste a metà, incomplete. Potrei provare a elencarle ma forse non è questo il modo, non così strutturato in linee, pensieri e paragrafi. È una grande nuvola dai contorni non sempre definiti che va e viene dalla mia mente.

E poi c'è chi va e chi torna. Echi dolorosi lontanissimi che non diminuiscono e voci che, seppur lontane, tornano a regalarmi sorrisi che avevo quasi dimenticato. Tutto circondato da una grande incertezza sul futuro prossimo. Ma soprattutto c'è il coraggio; il coraggio di ammettere di aver sbagliato e quello di perdonare. Roba non da poco.

Commetterò nuovi errori? Chi lo sa...

Per il momento torno nella mia microbica casa mediorientale e mi lascio cullare dal caldo vento del Golfo Persico, sempre tra mille domande; una in particolare grande grande. Ma forse ci penso meno. E forse devo seguire i consigli di quella voce lontana.

martedì 25 febbraio 2014

Il filo sottile


上海, Cammino veloce sotto la pioggia in 人民广场, sette e mezza di mattina, il cinquetresette si allontana nel traffico, come al solito strombazzando, verso 老西门. I pensieri, quelli no, non si allontanano.

Maledico l'amministrazione cittadina per aver tappezzato il centro di Shanghai di superfici lisce, e contemporaneamente il maltempo per rendere quelle superfici sdrucciolevoli; colpa anche delle mie scarpe invernali che, dopo i chilometri percorsi a Milano, iniziano a diventare lisce. Cammino quindi in equilibrio, veloce ma misurando i passi, combattuto tra l'umidità della pioggia, ora più insistente, ed il rischio di andare a gambe all'aria.

In equilibrio, precario, come sempre da quando sono qui; tra i confronti che non riesco a reggere, le responsabilità che si fanno grosse ed i sorrisi di chi riesce a farmi temporaneamente dimenticare tutto ciò. Temporaneamente. Perché nulla qui è statico, prevedibile; nulla ha un orizzonte più lungo di date, comunque vada punti di svolta, che oggi sembrano ancora lontane; metà maggio, fine giugno, fine agosto.

Sento la suola scivolare sui soliti pezzi di pietra scura in 福州路 a pochi metri dal campus; in fondo ora ogni volta un po' me lo aspetto ma poi mi dimentico e mi fido nuovamente delle mie abilità rischiando di finire per terra. Eppure sento ogni giorno il rischio di cadere, di perdere ciò che ho conquistato nonostante i miei errori e che, a causa di quelli, sento sempre appeso ad un filo sottile che non voglio spezzare.

Eppure quelle date sono là, scritte, a sancire ciò che potrà essere un arrivederci, un addio ...o chissà cos'altro. E non voglio pensarci ma ora è sempre più difficile.

venerdì 31 gennaio 2014

A cavallo del nuovo anno


Shanghai, pochi minuti dopo la mezzanotte del capodanno cinese, boati, luci e colori a non finire tutt'attorno; guardo fuori dalla finestra all'ultimo piano del residence, mentre a duemilasettecento chilometri da qui un nuovo, inaspettato, pezzo della mia vita sorride sullo schermo del telefono.

Il capodanno segna anche cinque mesi di permanenza in questa terra, pur sempre straniera, pur sempre ancora sconosciuta, foriera di continue sfide, di barriere da scalare, aggirare ed abbattere; piena di colori, odori e sapori ancora nuovi. E di persone e di amicizie; da scoprire, da riscoprire, da avvicinare, da allontanare, da conoscere, da conservare.

Come sempre cerco di riguardare tutti gli eventi in ordine cronologico inverso per capire cosa mi abbia portato qui, a sedermi vicino a questa finestra per qualche minuto riempiendo una piccola recente solitudine, prima di riprendere le amichevoli sfide a biliardino di tarda notte tra una birra e l'altra. Guardo indietro e, a forza di cercare, i collegamenti vengono fuori; come se avessi bisogno per forza di spiegare quanto sta accadendo.

Non mancano i dubbi, legati al luogo, al tempo, alla distanza, a tutto quanto successo, alle scelte difficili (più o meno inaspettate) ed alle loro conseguenze (più o meno inaspettate, quantomeno nelle modalità). Ma in fondo se sono qui è anche per abituarmi a vivere nell'incertezza, per capire che non tutto si può pianificare. Imparerò, forse; per ora tocca farlo senza avere tempo per apprendere.

martedì 14 gennaio 2014

Cinquetresette

Mi sveglio, esco lasciando la stanza buia alle mie spalle; metto al collo la mia banalissima sciarpa di pile nera per contrastare il freddo che oggi è arrivato a Shanghai e mi dirigo a piedi verso la fermata degli autobus; pochi minuti di camminata solitaria con la musica nelle orecchie prima della consueto rally nel traffico sul veloce veicolo motorizzato Daewoo della linea 537.

Il bus mezzo vuoto e le note di sottofondo lasciano spazio alla mente per ripercorrere fatti ed eventi di queste ultime settimane; ci sono ingranaggi che non si incastrano a dovere, nebbie che vanno via via diradandosi rivelando grigie realtà e colorati dubbi. Sensazioni già viste, in parte già vissute; con la corda che inizia a tirarsi sulle vecchie cicatrici. Parole lontane di chi mi conosce rassicurano e rincuorano; in parte inaspettatamente ed in parte no; strana cosa l'amicizia.

Ho provato a mettere un paletto, un punto di svolta, in avanti; è ancora lì, devo arrivarci; e prima ancora incamminarmi, invece di restare fermo a continuare ad osservare lo scomodo gradino su cui sono seduto continuando a farmi male. Uno scatto deciso ci vorrebbe, uno slancio, una decisione di cui sono capace solo quando non è prevista e non è ordinaria.

Mi rimetto le cuffie e cerco di trovare il momento giusto per lasciare il fardello di pensieri che mi attanaglia e guardare nuovamente avanti; che di dubbi ne ho già tanti, e non è il caso di perseverare su strade infruttuose se non addirittura dannose. Ci ho provato, non si può dire di no. Non è ora, non è luogo ...non sono io. La strada davanti è la mia e mia deve tornare ad essere, con tutte le insicurezze che la contraddistinguono.

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