venerdì 12 ottobre 2012

Dubbiose memorie


Forse stasera mi tocca dare ragione ancora una volta a Bublé... "I haven't met you, yet..."; forse ripetermi quella frase è solo un modo per cercare di non darmi la colpa di qualcosa di cui resto sempre e comunque l'unico a darmi la colpa; forse sono queste ansie che non aspettano altro che la minima debolezza per tornare in superficie; forse è questo continuo bisogno di compagnia, di riempire un vuoto, di sentire quella voce amica che ancora per un po' non sentirò.

Forse è quel confine che non so ancora se ho varcato o meno; forse sono tutte quelle telefonate che mi hanno colorato tante giornate altrimenti grigie; forse sono tutti quei cambiamenti che vedo attorno a me; forse sono quei bagliori di sole che ogni tanto accecano ancora; forse sono angoli di cielo inesplorati che cerco di non guardare; forse l'ancora brutto rapporto che ho col passato, mio ed altrui.

Forse sono i tramonti sul mare che non si sono mai colorati; forse sono queste storie che non riesco mai a raccontare a chi vorrei; forse sono le strade sbagliate di notte che non dimentico; forse sono quegli sprazzi di felicità di strade che si incrociano che cerco di ricordare mentre in sottofondo Adam Levine canta con i Maroon 5 "...it's just a feeling, it's just a feeling that I have..."; forse sono tutte quelle canzoni che ascolto cercando di dimenticare tutto quanto succede dentro la mia testa; forse sono i testi di quelle canzoni che invece non dovrei ascoltare.

Forse sono gli amici che proseguono giustamente per le loro strade; forse è questa vita che è finalmente mia, ma che è e resta solo mia; forse è questa voglia di volare con la mia incapacità ad esprimermi che mi tiene a terra...

"A soul in tension that's learning to fly
Condition grounded but determined to try
Can't keep my eyes from the circling skies
Tongue-tied and twisted just an earth-bound misfit, I"

martedì 9 ottobre 2012

Viaggio nel tempo

Attendo con pazienza un regionale Trenord, destinazione Tortona, due amici ad attendermi, mentre sul binario successivo arriva un elegante Italo; osservo con un po' di invidia i passeggeri tranquilli all'interno chiedendomi quando avrò l'occasione di salirci di nuovo; oggi non lo prenderò, oggi la mente corre lentamente, alla stregua del paesaggio visto dal piano rialzato di questo regionale che moderno non è più, all'indietro; come diverse altre volte negli ultimi giorni ripercorre alcune tappe di questi dodici mesi passati nella mia barchetta in balia dei venti.

Parte dalle propaggini sudorientali del Piemonte questo viaggio, da un pullman che correva nella notte, una voce allora ignota, curiosità, amicizie in divenire, un viaggio di rientro per buona parte alla guida della BMW dell'amico maestro pilota con i primi discorsi dettati dall'esperienza associativa dell'anno precedente che iniziavano ad uscire senza fatica dalla mia bocca.

Poi i muri contro cui ho iniziato ad andare a sbattere, le violente frenate, le prime ansie, le inutili fughe notturne ad alta velocità, i silenzi che già facevo fatica a gestire, la lucina del telefono che non si accendeva ma pure le prime flebili folate di Scirocco ed una voce ancor poco familiare che cominciava ad attraversare l'etere, bit dopo bit; tutto questo fino a due giorni trascorsi in un universo parallelo, a seguito dei quali tutto ciò sembrava dover avere un termine. Ma a quanto pare non è andata così.

Certo, non c'erano più i muri davanti a me, in fondo avevo comunque cambiato strada; eppure hanno iniziato ad arrivare, una dopo l'altra, folate di brezza leggera da sud-est che mi regalavano qualche tramonto sereno nonostante le nuvole tutt'attorno che coprivano il sole a tratti; e non si sono fermate; anche quando il sole non splendeva più mi ridavano la forza necessaria per continuare a guardare avanti. Sono passati così dei mesi finché, dopo un lampo di verde, mi sono ritrovato senza accorgermene di nuovo in mare a seguire di bolina quella che ormai non era più una brezza ma un vento teso.

Mi sono incautamente infilato nella tempesta, uscendone malmesso e disorientato, non capendo più quale fosse la rotta da seguire, pur riprendendo a risalire di bolina stretta quello Scirocco che avevo mesi prima abbandonato, ora fin troppo invitante, rischiando di scuffiare, di superare quel limite oltre cui l'equilibrio viene a mancare; fino alla bonaccia attuale. Ora, esattamente un anno dopo, come previsto dal recente bollettino del mare, quel vento soffia altrove, lasciandomi il tempo di riparare le vele e di riflettere sul da farsi.

Ora che il sole ha mostrato di nuovo qualche raggio, ora che l'Oceano non sembra più così lontano, ora che guardare indietro sembra fare meno male, ora che comunque continuo a non capirci niente, ora che diversi dubbi hanno lambito anche la sfera professionale, ora che faccio nonostante tutto ancora fatica a pensare a me stesso ed al mio futuro, ora che stanno cambiando i canoni con cui valuto quel futuro, ora che ho paura di quando lo Scirocco tornerà a soffiare, ora che questa storia, questo viaggio nel tempo, avrei voglia di raccontarla senza metafore dall'inizio e di affidare queste parole al vento.


domenica 7 ottobre 2012

E tu che sogni di fuggire via...



La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare. 
Una frase che mi frulla in testa da alcuni giorni e che, oggi più che mai, mi sono ripetuta più volte.
Sono seduta mentre aspetto il treno che mi riporti a casa dopo l'ennesimo weekend in giro per  l'Italia. 
Mille pensieri in testa, i soliti bilanci di una giornata piena di emozioni, le solite delusioni e le lacrime che scendono dal viso di una amica cara a fianco a me. 
Nel binario di fronte a noi, due nonni portano a spasso la loro piccola frugoletta con gli occhi incuriositi da questo complesso di ferro che porta in giro migliaia di persone e che scorre velocissimo davanti a lei scompigliandole i capelli biondi e ricci. Chiede al nonno di portarla a prendere un gelato e a me, automaticamente, la mente va a quando avevo la sua età: piccola, con la voglia di esplorare ogni minima cosa mi circondava, con l'unico pensiero di giocare fino a crollare sfinita e dormire ore e ore come un angioletto. Rendo partecipe di questo ricordo anche la mia compagna di viaggio e un leggero sorriso illumina, per un attimo, i nostri visi. 
Il viaggio continua e la mente corre alla stessa velocità di questo treno, fermandosi a qualche ricordo un pò come il treno alle stazioni. Il mio capolinea, quello che vorrei raggiungere, però, ancora non so dov'è, non so chi sarà là ad aspettarmi per prendere le mie valigie piene di ricordi, di pensieri, di dubbi, di lacrime, di delusioni e abbracciarmi.
Il capolinea a cui papà mi aspettava era a pochi km ma io avrei voluto viaggiare ancora, continuare a pormi quelle domande alle quali so come voglio rispondere ma che il destino, la vita o non so che altro, mi impongono di dare una risposta diversa: perche "è giusto così".
Ma in certi casi il "giusto" vorrei davvero dimenticarlo, scollegare per un attimo il cervello e "sfogliare a caso le pagine di questo libro" che è la vita, la mia vita. Voglio, per una volta tanto poter sfidare tutti e vincere, anche se il trofeo è insignificante apparentemente, per me quel trofeo vale più di tanti altri riconoscimenti. Ma la sfacciataggine di lottare in modo anche scorretto pur di avere la meglio non mi appartiene, e mai mi apparterrà; seduta in questo mio angolo di solitudine con la sensazione di un nodo allo stomaco, di un luccichio agli occhi e di avere davanti un libro che non riesco a scrivere pur avendo la penna in mano...

venerdì 5 ottobre 2012

Paused - reazioni naturali.

Via Nova, tratto discendente, 60km/h. Non ho voglia di camminare stamani, non so come mai, ma l'Eroica aiuta a districarsi nel traffico a colpi di sorpassi e di mosse un po' strane.
Non accendo nemmeno la musica, nella tipica indigestione da "situazione sotto controllo" dopo esser stato messo in pausa da chi amo.
Pausa. Come nello stereo. Pausa. E chi ripigerà il tasto "Play"?
Non ho mai concepito queste situazioni. Mai.
Nel frattempo, mentre passo accanto alla Stazione di Colle, il ruggito di un vecchio pullman Setra fa da musica, quantomai giusta, per qualche secondo, a questo scenario un po' vuoto ma, stranamente, sereno.
Certo, è un andamento sinusoidale. Questa fase la conosco. Pausa. Pausa. Pausa. La Pausa, quella con la "P" maiuscola, ti traghetta direttamente, come il pullman n.6 (autocit.), nello strano scenario infinito della singletudine. Ma ti ci traghetta piano, come uno scivolino del varo delle barche.
Ti traghetta nelle megastoppe colossali alle feste. Nei rientri controversi. Nelle nottate strane.
Nel tassello più sfrenato di poveri elementi femminili che si fidano solo dell'involucro e non sanno che l'anima è sempre a 223km di distanza. Guarda caso, proprio 223 in nome della numerologia ricorrente.
L'anno scorso era così. Lo scenario pare una bella fotocopia, però stavolta a colori, del rientro da Orbetello.
"...La tua ironia ti salva sempre. Anche se in calcio d'angolo...", diceva una persona del mio passato. E' vero, ma in questo caso devo anche comprare un portiere di quelli bravi.
E allora perché strane coincidenze prendono forma coneffetti reali  in quello che  mi circonda?
Evviva la singletudine e la libertà. Degli altri. 

giovedì 4 ottobre 2012

Avanti a tutto vapore!

"...Full steam ahead...", ovvero avanti a tutto vapore. Potrebbe essere una dicitura di navale memoria, ed in effetti lo è: a me personalmente fa venire in testa eroiche e lussuose traversate oceaniche di navi di ferro spinte dal vapore a velocità non tanto distante dalle nostre moderne veloci imbarcazioni che fanno anche il canale di Piombino.
Al di là della vena romantica, "...Avanti a tutto vapore..." era anche la locuzione che usavo quando ero in difficoltà in una situazione analoga a questa, quando qualcuno aveva appena lasciato la mia vita dalla porta principale.
Così è, se vi pare.
Ovviamente, avanti non sono mai andato. Forse ci va l'involucro che mi avvolge, trincerato dietro i Ray Ban, dietro il finto sorriso, maschera la tensione della pelle, e ostenta la falsa ed effimera saggezza dettata dalla rabbia.
L'anima, il "ripieno", rimane al palo. Distante. Le lacrime restano dentro l'involucro esterno, ributtate dentro.
Oppure estremamente presente, ma altrove.
E' un terribile silenzio quello di questi giorni: sentirsi dire che uno si deve "disintossicare" da te farebbe comunque male. Fa male anche il mancato riconoscimento di responsabilità da parte di chi dovrebbe in modo maturo prendere in mano la situazione e dire "ripartiamo".
Non si riparte, ovviamente.
Non lo sanno in casa mia che quando rientro sorridendoche dentro qualcosa muore, e che quando canto tiro a mascherare qualcosa che fa tanto male, per non vivere in quel silenzio che sembra del tutto presente.
Non lo sanno gli adepti di La forza della rabbia, in corsa, che quando sto davvero male la lucida follia rimane dentro, a compensare quello che causò tutto un tempo, andando piano, e l'anima da pilota professionista non reclama quasi più il suo piccolo spazio.
Non lo so nemmeno io, cosa sento adesso.
Forse sì. Delusione, mancanza. Ma anche consapevolezza che quello che eravamo non tornerà.

martedì 2 ottobre 2012

Freddo dentro


Inizia l'autunno con i suoi splendidi colori. Inizia nelle menti degli altri, perché nella mia è sempre estate, in quanto fatico a riprendermi da quelle che sono state vacanze durissime e ricche di tensione. Per il secondo giorno consecutivo vado a Firenze e mi avvicino ai binari. Faccio finta di nulla, qualcuno sale e scende dal treno ormai con la normalità che contraddistingue il pendolare distratto e sin troppo abitudinario. Mi ci rivedo, in quella studentessa universitaria che si crede affannata in tutto e per tutto: a 24 anni forse anche io ero così, da neolaureato che aveva tirato come una bestia negli anni precedenti e, in modo del tutto oggettivo, "...non se l'era goduta..." per tanti fattori.
Italo, tecnicamente denominato Automotrice a Gran Vitesse e acronimato AGV per i trenaioli più incalliti, unica ventata di modernità nel nichilismo ferroviario esistente in questo Paese, sferza l'aria con la sua linea elegante e il suo splendido rosso metallizzato, e giustamente non va dove devo andare, anzi ci va ma va troppo oltre, a testimonianza che l'amore tra me e i treni, di durata ultraventennale, è finito. Ma è una di quelle storie che si custodiscono nel cuore, che balza alla mente e ti ha dato un'impronta di conoscenza delle cose che magari oggi divengono inutili.
Il cielo minaccia di scatenarsi sopra Firenze e sopra di noi, riflette categoricamente anche l'umore che abbiamo dentro nonostante fuori diamo l'impressione che siamo solidi.
E invece così non è: la considerazione reciproca ha fatto una picchiata che nemmeno gli Spitfire della guerra mondiale erano in grado di fare.
Le risposte arrivano con un tono carico di tensione, le ovvietà tardano ad affiorare anche per spregio. Le distanze, un tempo invisibili e quasi nulle, iniziano a pesare.
E' la fine di cui non vogliamo renderci conto.
Non serve nemmeno guardarsi indietro: vecchie fotografie dentro di noi ingialliscono, certi visi non fanno più effetto.
"...One way ticket to the runaway train...", come la canzone, e forse davvero sarebbe la cosa migliore separarsi, non vedersi.
E' come prolungare l'agonia di un malato terminale.
Troppe distanze, troppe visibili incompatibilità.
Riparto. La mia mano abbraccia la leva del cambio, duretta nel mettere la prima marcia. Il passato è morto, e vive sotto forma di ricordi belli. Il presente non esiste.
Il futuro chissà come e dove prenderà forma. Almeno per me.
Esco dalla via della stazione e le prime gocce di pioggia si infrangono sul vetro. Tic. Tac. Plic. Ploc. L'uragano si scatena, la gente corre, dietro ai fari delle auto, dietro alle vetrine, al riparo sottoi balconi e i cornicioni che costituiscono una protezione effimera. I fari illuminano il nero delle gocce.
Il treno è ripartito con te dentro. Non so nemmeno se tornerai qui, 200km a sud rispetto a casa tua, dove le cose sono diverse, gli accenti
Ho freddo dentro, nonostante i 24 gradi Celisius che impattano contro il mio radiatore. Ho freddo perché, pur essendo stata qui finora, non ci sei più ormai.
Non ci sei più a scaldare l'inverno come a Bolzano. Sei una figura distante, sbiadita, burbera e intrattabile. Se ripenso a quella donna dolce, forte, intelligente di cui mi sono innamorato, non la rivedo nel tuo volto scavato dalle urla, dai continui strepiti soffocati nel nome del quieto vivere.
La tua felicità è lontana da quest'uomo così difficile, così particolare, così fragile. 
Sarà strano e faticoso ripartire di nuovo. 
Tuttavia, è un copione già visto, secondo il quale per i primi giorni dimostrerò la forza, l'ostentazione di quel che non sono mai stato, e mai sarò, quindi un pericolo per me e per tutti.
Tornano in mente fotogrammi di una situazione analoga ormai di tempo fa, già descritta. Penso a quegli occhi del colore identico a quello dei miei. Film già visto.
Un po' come Fantozzi per tutti noi, che ne conosciamo a memoria ogni scena. 
Rivoglio la felicità ma forse non riesco a conquistarmela.

lunedì 1 ottobre 2012

Rotolando verso sud


Una foto. Una semplice a banale foto di un paesaggio visto per la prima volta esattamente un anno fa. Era un sabato pomeriggio di fine settembre, ero in compagnia delle mie amiche di sempre con la voglia di trascorrere un weekend all'insegna del relax e del divertimento. Dopo una serata in compagnia, tra un centinaio di persone, conosciute e non, ci ritroviamo nel nostro hotel 4 stelle con "gli ultimi sopravvissuti". 
Le 6 del mattino. Una luce artificiale bianca e accecante per quell'ora e per me, che avevo il sonno che mi si leggeva negli occhi; eppure la voglia di stare in compagnia di quella persona, conosciuta pochi mesi prima, mi faceva dimenticare la voglia di dormire e tutto ciò che mi circondava. 
Sentire quella strana sensazione di essere un abbraccio col mondo e invece quell'abbraccio era solo mio. I miei occhi, quegli stessi occhi assonnati che avrebbero voluto comandarmi di andare a dormire immediatamente, si erano persi in quegli occhi scuri che in quel momento mi sembravano un angolo di paradiso. 
L'autunno, con i suoi profumi, i suoi colori caldi e l'aria umida che ti avvolge, che sembra dire: "Goditi questi attimi di tepore prima del letargo invernale!"  Ecco, ora come non mai mi torna alla mente quel momento vissuto un anno fa, lui, il mio autunno, quello che ora sembra essere l'unico sole che vorrei splendesse e illuminasse i miei occhi dal colore azzurro, freddo come l'inverno. 
Come l'inverno sa essere rigido, austero, "contro tutti", così io. Sono decisa e contro tutti. Contro i pregiudizi, le esortazioni a farmi cambiare rotta, ma la rotta, almeno per ora, è verso Sud. 
Sbaglierò, ma i miei occhi cercano quel sole, quell'angolo di paradiso.

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