martedì 11 settembre 2012

Avevo tanta voglia di viaggiare, tu mi dicesti vai ed io partii



Eccomi qui a scrivere su un blog a me nuovo. Ho iniziato pubblicando pezzi critici su Controvento nei confronti di qualunque cosa mi desse fastidio o semplicemente non mi piacesse e ora sono, inaspettatamente, davanti ad una pagina bianca dove posso scrivere un pò quello che sono la mia vita, le mie sensazioni, i miei pensieri, le mie paure e chi più ne ha più ne metta. Ho, per così dire, fatto il salto di qualità grazie a due carissimi amici.
Sono dell'idea che le cose non succedano mai per caso, ma tutto abbia un suo senso logico: nel bene e nel male. Fino a qualche tempo fa leggevo passivamente i vostri post e spesso mi rispecchiavo e mi dava sicurezza perche mi dicevo: "beh, almeno non sono l'unica a provare certe emozioni o ad avere certi timori" ed ora?  Ora parto da zero, sia in questo contesto, quanto e soprattutto nella vita, la mia vita. Si, sono in quella fase in cui mi chiedo perché dall'Alto hanno pensato di gestire a la mia quotidianità, i miei affetti a modo loro. In questi ultimi mesi ho sentito tremare la terra sotto i piedi (e non solo in senso figurato) venendomi a mancare ciò che pensavo fosse invincibile ed eterno, il tutto nel modo più inaspettato possibile e l'impreparazione era scontata! Ma si sa, i fiori più belli e odorosi sono sempre quelli che vengono colti per primi.  
Quaggiù si procede ad un passo alla volta con la voglia, spesso, di celare il viso dietro a una sottile patina di rugiada che fa riaffiorare ogni singolo ricordo, ogni singola parola, ogni singola fotografia di momenti che pensavo di poter rivivere ancora tante e tante volte, invece...
Poi mi fermo. Il sole di un'estate calda che troneggia alto con tutto il suo calore, mi culla. Asciugata ogni lacrima riparto, riprendo in mano il timone. Ora tocca a me portare questa barca, insieme con la mia famiglia, verso nuovi porti, nuovi sentieri in cui troveremo fiori che mi ricorderanno che il fiore più bello e più profumato lo posso portare sempre con me e sentirne il profumo in ogni momento.



Girarsi indietro sull'autostrada dei sogni


Pensavo di scappare eppure qui c'è una valvola di sfogo difficilmente sostituibile. 
Autostrada A1, 130km/h. Non piove più, adesso. La terra non si è ancora ripresa da lunghi mesi di siccità, e nel mio giardino la magnolia lotta, ancora, per sopravvivere, come se volesse strappare le sue radici, muoversi e andare a bere altrove. Sembra quasi apprezzare i miei tentativi di recupero, di annegarla con tanta acqua, e con la forza che ci contraddistingue sempre e comunque sembriamo molto simili.
L'A1 è stata l'autostrada dei sogni, nelle sue varie direzioni. Nella mia vita l'ho percorsa tantissime volte. Ho calcato il caldo asfalto estivo con la Punto Cabrio, prima nelle circoscritte colonne d'Ercole della Toscana, quando andare a Barberino di Mugello pareva quasi un viaggio avventuroso.
Poi vennero le varie passiste autostradali, sempre del tutto inadatte all'ambiente largo e piatto dell'A1.
Non importa con quale mezzo l'ho percorsa, a dire il vero.
Torno indetro, nel piccolo tratto fino alla Firenze Siena.
A Firenze Impruneta si vedono già i cartelli per Siena e Grosseto, quei tre numeri così familiari e che, nei momenti tristi, appaiono in modo incontrovertibile nella mia mente, quel 223 che era anche stato il mio numero di gara. Ma quale gara corro adesso? 
Mi viene da piangere, senza un motivo preciso: la lacrima corre velocissima sulla mia guancia, mentre transito nella corsia Telepass.
Così fu. Il nostro viaggio pareva finito, in effetti. Mancano i nostri momenti felici, il nostro amore incondizionato, i sogni che coltivavamo e io coltivo ancora, come un ragazzino testardo, sordo e cieco a cui non manca la fantasia, né la capacità di costruire le cose tanto agognate.
La mia mente si focalizza su un viaggio di ritorno da Bolzano, dopo 3 giorni fatti di abbracci mai forzati, di un caldo intensissimo sotto le nostre coperte fatte a fagotto, di urla di gioia, di un trenino pieno di finestre ampie che danno sulle vigne, di una vasca calda alle terme, di un cibo ottimo e di una birra tanto scura che ci entrava dentro benissimo.
Non è solo l'amore che ci legava che in effetti si è perduto. Sono andate ad arenarsi anche le navi cariche di complicità, della fiducia che ha chi crede nell'altro e nelle prospettive future che a 31 anni fanno capolino in modo inevitabile.
Mi giro indietro, di nuovo. Guardo a quella Statale strana, che è cambiata. Guardo a quella diversa, sbagliata ed eccessiva complicità che avevamo, ai periodi bui successivi, ad un qualcosa che pare rimasto intentato e che affonda le sue radici in un passato in cui il cuore batteva fortissimo e che ho avuto l'illusione di ricreare.
Poi, col tempo, la fatica soppianta l'entusiasmo e le giustificazioni alle domande sempre più forti e poste ad un ritmo incalzante hanno sempre il solito, dolce, tono "...era l'inizio....".
Mentre i Puddle of Mudd urlano una versione moderna di Gimme Shelter nella mie orecchie, la voglia di vivere di nuovo è tanta. Vivere, non sopravvivere.
Shelter, rifugio.
E' quello di cui avrei bisogno adesso, di un rifugio. Perché "...war, children, is just a shot away...".
Rimpiango quel periodo in cui ci prendemmo per mano, a vicenda, e tu che sei qui dentro sai di cosa parlo.
Le nostre mani intrecciate erano incorniciate dalla verdi vigne che spingevano via, nel rosso del tramonto, il colore intenso dell'Eroica parcheggiata con le quattro frecce. Ce l'avevamo fatta, in quell'istante. Ma in quello dopo le guerre che combattevamo, del tutto separate, ci portarono via.
Non ho rifugio dalla pioggia di bombe che nella fredda, terribile, dolorosa, odierna normalità, mi cade addosso per mia esclusiva responsabilità.
"...Non dovevo, eppure l'ho fatto..." (cit.).

L'amaro ed il salato



E forse fa più male la Verità di qualsiasi altra disgrazia. E la verità è sempre difficile da ammettere. Varie volte ci viene negata, altrettante la neghiamo a noi stessi. Perché niente crea più dolore di ciò che è vero. E la verità, talvolta, è che non proviamo il dolore che vorremmo provare.

E' dura sopportare questa profonda malinconia. Una casa vuota, nessuna macchina parcheggiata di fronte al cancello, un letto troppo grande per esser solo mio. Lenzuola nuove, spazi da riempire con nuove abitudini... tutto cambia e, in questo rapido evolversi, mi rendo conto che non provo dolore, ma nostalgia.
Può la nostalgia essere definita dolore? Nel mio modo di vedere le cose, sono sensazioni ben diverse. Il dolore è il vuoto che ci viene lasciato dentro, la nostalgia è l'amarezza del ricordo. Come fossero due gusti distinti: salato ed amaro, si assomigliano ma sono percepiti da aree diverse di quella piccola grande prateria di papille gustative.

Non manchi solo tu, manca il tutto che avevamo, perché, quando finisce qualcosa, anche le cose più brutte finiscono per mancarci. L'essere umano è diventato terribilmente abitudinario.

Il dolore, quello lo conosco bene da mesi, è il dolore di una perdita per molti superficiale, per me vitale. La mia parte umana se ne è andata, lasciandomi in consegna un cesto di amore da conservare, troppo bello per esser donato, troppo nobile per non esser protetto. Tu manchi, fino in fondo, il tuo ricordo mi provoca una lacrima ogni sera, persino a fianco della persona che condivideva il mio letto.

Ricordo bene quando, una triste notte, mi voltai dall'altra parte, pensando "non è sufficiente". Non bastava avere qualcuno a fianco, il mio inconscio cercava ancora quella parte bambina, spontanea e capricciosa che se ne è andata con te quel giorno di febbraio con la neve ancora alta.
E adesso, che sono sola, non riesco a sentirmi più sola del giorno d'inverno in cui sei volato via. Strano come, nell'amore, poco conti la razza a cui si appartiene. Come diceva quel caro amico: "ci si innamora di tutto".

Rimango quindi nella mia passiva nostalgia in questa casa vuota, conscia che il dolore che so provare è unico, come lo è stato l'amore profondo e libero da condizionamenti umani.
Ma, se mi volto dall'altra parte del letto, mi chiedo: "è solo nostalgia tutto questo?"

Troppo difficile trovare una risposta.. come spesso accade nella vita, si chiude gli occhi, in attesa di un nuovo giorno, di nuove domande che spazzino via le vecchie, in un eterno dubbio dimenticato che, come un film muto, manca del suo pieno significato, lasciandoci senza certezze.

lunedì 10 settembre 2012

Defying Gravity

Qualche mese fa una carissima amica mi ha consigliato Wicked a Londra. Nella mia eterna lista di musical-almenounavoltanellavita non c'era, ma complice un buon prezzo al botteghino sono andata a vederlo prima di tornare in terra italica. Beh, è diventato il mio preferito. Mi manca Londra, ma ancor più mi manca SentirMi come mi sentivo a Londra. La colonna sonora che stava dando alle mie azioni.
I'm through accepting limits 'cause someone says they're so 
Some things I cannot change But till I try, I'll never know
Mi manca essere stimolata mentalmente dal punto di vista lavorativo. Sentire che quello che divento giorno dopo giorno dipende da Me, non dai bagagli che mi porto dietro. Mi mancano i teatri con il loro Stile unico.

Ma finalmente (?) è giunta l'ora delle nuove partenze. Il punto di domanda è dovuto al semplice fatto che in realtà un pochino son già partita, nel senso che sono nella Terza Città del mio eterno balletto delle Tre Città di quando sono in Italia. La Bellezza di un posto è data in gran parte dalla persona con la quale la condividi, e a Roma questa bellezza la vedo. Io qua sto bene. No, la Nala dottoranda che cerca il suo Posto nel Mondo a dire il vero tanto bene non ci sta, ma quasi tutte le altre Nale che convivono burrascosamente nella mia testa sono felici e molto più libere di Essere. Molto più qua che altrove, sicuramente.

Ma tanto stanotte si riparte. Intanto per pochi giorni, prima della Partenza-oSantoCielo della prossima settimana. Verso l'una e mezzo di notte per un aereo che parte dopo le sei, perchè i collegamente notturni con Fiumicino sono ridicoli. E si riparte con un po' d'ansia, per Bilbao, divisa al solito tra la voglia di buttarmi e la paura di non sapere aprire le ali.

Too late for second-guessing Too late to go back to sleep 
It's time to trust my instincts Close my eyes: and leap!
It's time to try Defying gravity 

I think I'll try Defying gravity

Vertigine.



Perturbazioni di passaggio

Laguna Veneta, ore 01.30, piove, musica ad alto volume, le onde fanno muovere il barcone su cui mi trovo assieme ad uno scarso centinaio di festanti persone, l'umore prosegue con i suoi sbalzi tipici da festa collettiva apparentemente allegra, mentre io provo a non sottostare ai miei soliti odiati momenti di asocialità.

Anche nel mio mare ci sono nuvoloni grigi all'orizzonte, hanno portato un po' di pioggia per fortuna senza far danni, ma vedo la tempesta che si scarica non lontano, tutt'attorno. Ci sono nuvole a sud-est; il temporale forte lì è passato, anche se piove ancora; c'è questo Scirocco forte che porta fin qui l'aria umida della pioggia che cade.

E tutto questo non fa altro che aumentare lo stato di confusione attuale, questo stato di più e più sensazioni che si fondono e si rincorrono, che provo a buttare fuori rincorrendole con le mie stesse gambe, riprendendo timidamente a correre in questa città che ormai tanto più nuova non è; ma non ci riesco, i miei affanni continuano a farmi compagnia e non riesco a trovare un po' di pace, nonostante i momenti di felicità e le nuove amicizie, i nuovi colori, i nuovi tramonti.

Tornano le ansie che non riesco a sfogare, tornano gli sbalzi di umore incontrollati ed ingiustificati, tornano le voci nel telefono a ristabilire un temporaneo equilibrio che però non scaccia immagini non viste di un passato non vissuto che creano irrazionali ed assurde paure. No; il passato non conta; conta oggi, contano questi successi di cui continuo a non curarmi, contano le persone che mi danno fiducia nonostante la mia quasi inesistente autostima.

Ma allora perché non riesco a calmare quest'inquietudine? Mi metto le cuffie buone e alzo il volume... Mike Oldfield, Pink Floyd, Toto, Sarah McLachlan, Alanis Morissette...e ora pensiamo a domani, senza patemi d'animo; proverò a non crearmi le solite inutili aspettative, anche se sarà difficile.


mercoledì 5 settembre 2012

Bagarre (Sottotitolo: rottura del silenzio per espressione del disappunto)


C'era un tempo in cui si discuteva della bagarre alla partenza delle gare di Formula 1. Era un tempo adesso lontano, quando la Benetton era Nannini e Piquet, Prost e Senna la McLaren, Alesi e Berger alla Ferrari, la Lotus non era con i motori Renault e la Williams schierava il "nonno" Patrese e Thierry Boutsen. Nannini scherzava sempre con Zermiani ai box, e i piloti correvano anche a Le Mans, i motori erano 1500 turbo con le pressioni da qualifica, con qualcosa come 1200cavalli in prova, e 900 in gara, e via dicendo, e i poveracci montavano il Ford DFV 3500V8 che andava comunque bene.
Era un ambiente umano, molto più umano di quello che si respira ora, con atleti ridotti a chimere, a idioti insipienti e arrogati, sprezzanti del mondo che li circonda. Molto più umano di quello che ebbi occasione di frequentare anni dopo.
C'è un'altra bagarre, a cui accennerò in seguito. 
Rientriamo in carreggiata. Raccordo Autostradale Firenze-Siena, direzione sud, 110km/h. Pioveva in modo battente e forte al ritorno da Prato, da "...quello che dovevo fare...".
Fin qui nulla di strano, se non che le Pzero Corsa non sono nel loro ambiente ideale, il differenziale elettronico, svogliato come un impiegato vecchio stile, i turbi, cattivi come sempre, entrano e fanno sbandierare questi 1040kg di lamiere, plastica e roba elettronica coperti da uno strato lucido e uniforme di vernice rossa. Ad ogni accelerata si rischia sempre per l'intervento sin troppo tempestivo del motore.
Il telefono suona. E' il numero di casa mia. Realizzo che è suonato l'allarme ed ho ancora 25 minuti di percorrenza, in cui l'eventuale ladro potrebbe fare il bello e il cattivo tempo in casa mia. Chiamano i Carabinieri, collegati all'allarme. Vanno verso casa. "...Lei venga prima possibile..." - tuona l'Appuntato nel cellulare. E allora, sotto questo uragano, sposto la mappatura in Dynamic, cosa da non fare, c'è scritto anche sul libretto di uso e manutenzione. Scalo in quarta. Quinta. Sesta. La progressione è entusiasmante. Ancora di più. Piove, i tergicristalli fanno tanta fatica a smaltire l'acqua da quanto piove. Raccordo Autostradale, vuoto, 220km/h, dopo la salita di San Donato. Sono un mostro che corre velocissimo, adesso.
Sollevo enormi colonne d'acqua. Ho lo "stato di necessità" dalla mia parte, misera giustificazione civilistica per chi va forte in macchina.
Corro, ancora di più. Poggibonsi Nord, 235km/h.
Ero sorridente.
Ma da quando è ricominciata la bagarre non vivo, di nuovo. Penso soltanto che anche una misera critica, la richiesta del "minimo sindacale", sarebbe stata ben accetta.
La vita è questa, ti fa scontrare con chi era tutto per te, con chi dava tutto senza problemi e adesso scopri che "...lo fa per forzatura..."
Bagarre, come tra Arnoux e Villeneuve. Bagarre. Troppa.
E a questa velocità si può morire. Ancora di più se si considera il bagnato e Sinead O'Connor che tira fuori il meglio di sé nella canzone che era "nostra" con una persona del mio passato, con cui ci siamo amati tanto e il cui finale è esattamente analogo. Bagarre. Ancora. Fine imminente.

lunedì 3 settembre 2012

La laguna dei dubbi

Autostrada A4, notte fonda, 120km/h di andatura da crociera sotto la pioggia, tratto Mirano - Padova Est, una BMW della Stradale mi sorpassa poco più veloce; non corro, non serve, non ha senso, per fortuna non ho sonno e i miei passeggeri si aspettano che li porti a casa sani e salvi. Solo i miei pensieri corrono, inutili ed infruttuosi come al solito, sulle ali di quei venti noti che ho paura di seguire.

Ora, in questa ennesima Frecciabianca domenicale ci sono le ultime luci del tramonto poco a sud del Lago di Garda a farmi compagnia; sono già lontano ma per qualche momento vorrei essere ancora più lontano, per questo timore, come sempre, di confrontarmi con le mie paure; continuo a convivere con questa voglia di fuggire dai gruppi che mi fa vivere momenti di estraneità da cui non riesco ad allontanarmi, per quanto provi a combatterli.


Continuo a sentirmi ingiustificatamente ed irrealisticamente solo, in cerca di contatti che non avvengono, prendendomela sempre e comunque con me stesso. Ora c'è di nuovo Bublé negli auricolari, "A song for You" a farmi tornare in mente vecchie pazzie; ora che non c'è la forza e la convinzione per farle, ora che torno nella vecchia condizione di rinunciare in partenza alle battaglie per motivi che forse nessuno riterrebbe validi.

Nel frattempo il paesaggio al di fuori del finestrino, ai lati dei binari, si è fatto buio; il mondo si racchiude tutto in questo treno, questa carrozza nove con i suoi passeggeri-personaggi attori delle proprie vite e mi accorgo nuovamente di quanto mi piaccia viaggiare di notte, ignaro di cosa si nasconda nelle tenebre, fidandomi della perizia di chi guida il convoglio a destinazione e lasciandomi trasportare sognante verso la meta, aspettando senza fretta di arrivare.


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