martedì 6 dicembre 2011

La Freccia delle due lagune - Lezioni

Autostrada A13, 140km/h. La stessa situazione del post precedente. C'è ancora molto tempo per tornare a casa. Non è un tempo che si può occupare in una qualche maniera, alla luce del fatto che di domenica mattina gli amici dormono e non si possono chiamare pena urlacci dovuti alla prematura sveglia. Dalle 8 sono in piedi, tanto non dormirei. L'A13 è un nastro di asfalto pressoché dritto lungo 117km, che va da Padova a Bologna.
Ha 4 curve di numero, è di una semplicità tecnica disarmante se il tempo è bello ed è asciutto in terra. E' dotata di Tutor, dal 2008, è soggetta a nebbioni colossali, insomma la sua facilità disarmante in condizioni difficili la rendono un toboga pericoloso. Ma il suo essere lunga, dritta e piatta, ti conferisce, al ritmo della tua musica o semplicemente del motore, il tempo per pensare, quindi, innamorarsi di momenti vicini ed amare anche momenti brutti passati, nonché farne tesoro.
Non sembra, ma questa strada è stata protagonista di un tratto, anche abbastanza lungo della mia vita. Mi appartiene anche se ci guardiamo con distacco. Rientra a pieno titolo nel novero delle "strade della mia vita", e forse è quella che aveva prospettato il cambiamento più repentino.
E' molto lontana, in effetti, rispetto alla prima Via di Sottobosco, alla importantissima SS223, alla effimera SS429, alle varie strade che ho percorso per amore. Una storia strana, in effetti.
Correva la fine dell'anno 2007. La Laguna di Venezia si stagliava sulla mia sinistra, con le sue luci, così piatte e così vere. La SS11, Padana Superiore, transitava da tutti i paesetti pieni di ville venete quali Oriago, Mira, Dolo, Stra, e si involava diretta fino a Padova. Non è banale come l'A4, larga e piatta.
O meglio: era larga e piatta pure lei, ma estremamente panoramica e tipica del veneto.
L'Ammiraglia non era ancora tale, era troppo giovane per esserlo. Era semplicemente soprannominata la "Freccia della Laguna", per le note tirate sull'A13, dove il piccolo motore dava il meglio di sé, toccanto punte di 180km/h agevolissimamente.
La vera Freccia della Laguna era un treno di prestigio, che andava da Roma a Venezia, più veloce delle schifezze che ogni mezz'ora banalmente percorrono la linea ferroviaria Bologna-Padova. Come tutte le cose belle di quell'epoca, quelle affascinanti e veloci elettromotrici di lusso color grigio perla e verde magnolia, non esistono più, sostituite da banali e anonimi elettrotreni ad alta velocità che fanno fatica, arrancano dietro all'eccessivo traffico ferroviario presente. Andò tutto a rotoli, ed è stato meglio così.
C'era qualcosa nell'aria, ogni volta, che mi faceva sentire molto spaesato, totalmente a disagio e sperduto come non dovevo essere. Sono lezioni che si imparano, alle volte, e sofferenze che si subiscono quando, sicuramente, si ha paura di restar soli.
Cito la nostra Conservativa che arriva in fondo, la quale afferma che "....forse chi viaggia porta con sé solo tanta tristezza, l'insana infelicità di non poter restare, il vuoto della cartolina ricordo: bella da spedire, non da rimirare. Quanto vorrei aver trattenuto quegli attimi in cui mi dicevo "goditeli, presto non ci saranno più, un giorno passa velocemente" e più me lo dicevo più tentavo di aggrapparmi con tutte le mie forze a quel luogo non troppo lontano...". Adesso so che quella tristezza del viaggiatore che si sente errante, lontano da casa, mi apparteneva in quel periodo.
La "Freccia della Laguna" mi riportava a casa, divincolandosi tra le macchine lige al limite, a 180km/h. Il piccolo ma potente motore turbodiesel mi ricordava che c'era una via di casa, mentre l'ansia saliva, più che mi allontanavo da quei posti che ora mi piacciono molto, sempre più e che in quel periodo iniziavo ad odiare.
L'altra laguna la Lancia Ypsilon la vide a marzo del 2010: era una laguna toscana, altrettanto bella. Non c'eraVenezia, è vero, dall'altra parte della bellissima visuale che si stagliava in quella fredda domenica mattina di marzo.
Ma c'era un senso di libertà, di piacere, di vittoria, quella mattina a Orbetello.
La Lancia Ypsilon era lì, rossa come sempre. Il vento soffiava forte, quando i due fidanzatini, stavolta senza il minimo rimpianto, accendevano la macchina e correvano veloci verso casa. La SS1 conferiva un senso di instabilità alla mattina. Dovevo tornare a casa a mangiare, se non ricordo male. Sarei rimasto volentieri, in realtà, fatto sta che la paura, quel giorno, che tutto finisse in una bolla di sapone permeava la mia mente, quando mi iniziavo ad inerpicare nell'acerba, dentro di me, SS223 dopo Paganico.
Lì c'era un salitone dove dovevo in tutti i modi scalare in quarta. L'Eroica lì terrebbe la sesta e arriverebbe in cima a velocità da Space Shuttle.
E pensai che ero sulla Freccia delle due Lagune. Prima una, poi l'altra. SS223, 120km/h, un non meglio precisato giorno di marzo 2010. Quella sensazione strana di avercela fatta, a trovare quella benedetta felicità che come sempre era assente, ma di non essermene ancora reso conto, aveva un sapore particolare. Piacevole.
Il tempo ci avrebbe dato ragione. Poi torto. Poi di nuovo ragione. Poi di nuovo torto. Ancora una volta ragione. E infine un bel torto marcio definitivo.
In questo lungo tratto dell'A13 non ci resta che pensare a noi.
Al fatto che ci sono cose che sono belle e strazianti. E forse, proprio per il loro non realizzarsi e per il loro far male diventano rare e lontane. E' il motivo esclusivo per cui ne apprezziamo la loro bellezza.
Me ne sono capitate diverse: ne ricordo una, impressa nella mia mente col pirografo dei ricordi che non vogliono saperne di sbiadire, che rimane lì e non se ne vuole andare. Ricordo delle telefonate che capitavano nei momenti più inaspettati.
C'era un amore potenziale, che pareva, nei racconti ufficiali della nostra vita, finito in un momento ben preciso.
Non lo era, e allora si portava dietro un carico, pesante come vecchio un camion col rimorchio, di sofferenze da cui credevamo di non poterci staccare, ma che poi alla fine sono arrivate a destinazione, si sono dissolte.
Adesso è il momento di crederci di nuovo. E di arrivare.
C'è un vento nuovo nella mia vita, proprio come quello di Orbetello. Non ci sono lagune, stavolta. Non ci sono porti di destinazione, ma c'è un viaggio che vorrei non finisse mai.
Un viaggio appena cominciato. Su strade, forse, già conosciute, ma mai apprezzate sino in fondo. Vivo e voglio vivere. Dopo aver imparato le lezioni dal passato.

domenica 4 dicembre 2011

La borsa del viaggiatore


Posto X, ore 23.39. Una pungente nostalgia mi pervade.
Il motivo? sempre lo stesso: tutto è destinato a finire.
E non ne parlo come un ritorno da scuola dopo una giornata noiosa scandita dal suono della campanella e dalle risatine dei giovani compagni. Ne parlo come ne parlerebbecolui che ritorna: triste, ma carico di un bagaglio impalpabile.
Siamo umani, nella nostra vita succede che si possano prendere mille strade per altrettante destinazioni, si possono conoscere persone, assaggiare luoghi, dormire in letti d'altri, mangiare cibi stranieri.

Ma cosa ci rimane quando torniamo?
Una musica, un odore, due occhi. Un vuoto. E' il vuoto di chi sa che non è possibile trattenere. E così torniamo alla domanda: cosa porta chi torna? Un sorriso, un pianto, un segno di falsa indifferenza.

Strano pensare come ricorderemo quel luogo ed immancabilmente lo collegheremo ad altre immagini scolorite. Forse chi viaggia porta con sé solo tanta tristezza, l'insana infelicità di non poter restare, il vuoto della cartolina ricordo: bella da spedire, non da rimirare.
Quanto vorrei aver trattenuto quegli attimi in cui mi dicevo "goditeli, presto non ci saranno più, un giorno passa velocemente" e più me lo dicevo più tentavo di aggrapparmi con tutte le mie forze a quel luogo non troppo lontano. Fuori dalla nostra quotidianeità si fanno cose diverse, come persone nuove, ed addirittura si pensano cose diverse; è così bello non sentirsi noi. Lontano ci si sente migliori, forse lo siamo.

Così non so cosa riporto, so solo l'amarezza che lascia un ritorno. La malinconia di vivere la propria vita e di non avere che rari flash di vite d'altri, di mondi diversi. Ma forse l'importante non è quel che ci viene lasciato, ma ciò che in quei rari momenti riusciamo ad essere.

Felicità.

Come per dirsi: "ne sono ancora capace".

Nebbioso rientro reloaded



Autostrada A13, 140km/h. C'è nebbia in questa domenica che sa molto di rientro. Una nebbia consistente, forte, che attanaglia tutte le macchine e si deposita, fuori, sul vetro dell'Eroica che tenta, senza inutili fanali antinebbia, di penetrare la dura cortina che sembra quasi un impalpabile muro. Percorro un'autostrada conosciuta, a bordo di una macchina che ci passa per la prima volta, prolungamento naturale di un bellissimo weekend, con persone fantastiche.
George Michael, con il suo album "Songs from the last century", accompagna questa disciplinata e conosciuta, un tempo, corsa di avvicinamento verso sud. Lo fa con le sonorità dolcissime, piene, morbidissime di Miss Sarajevo e Roxanne, che fanno sorridere e sembrano davvero accarezzare il musetto rosso verso la sua lontana destinazione.
Un anno fa pari pari, il sottoscritto, giovane (ok, giovane dentro...) voglioso di riscossa al volante di una nuovissima e acerba Alfa Mito Rossa, andò a riprendersi ciò che era suo. I km erano 300 invece di 500, ma il cuore batteva. Batteva sempre più forte. C'era la stessa nebbia ma era molto più a sud, e non era tipica, ma comunque la canzone sembrava aver preso una piega giusta, e il pilota si giocava tutto. Proprio tutto.
Fu la famosa Missione Eroica, missione che, un anno dopo, definisco del tutto inutile. Ma il passato non si rinnega: dobbiamo solo trarne vantaggio per il futuro.
E sia, allora, torniamo sulla mia A13; Bologna-Padova: il Tutor sorveglia noi potenziali indisciplinati improvvisati piloti. e allora le manovre di sorpasso sono lente, calibrate, con poco angolo di sterzo, c'è tempo di notare gli altri che arrivano, perché la velocità relativa tra me, profondo conoscitore delle tolleranze operative degli strumenti di rilevazione, e le autovetture vicine, è molto bassa.
Non si deve correre, qui. Ci si deve conformare a quanto di più reale è l'esigenza di essere sereni e arrivare a destinazione, senza fare "forzine" o accelerazioni inutili.
Fatto sta che tutto questo si traduce in un passo veloce e silenziosissimo dell'Eroica, che per l'occasione si tramuta in perfetta passista autostradale, a tratti pure comoda, che non fa sentire minimamente il motore, ma solo le gomme Pzero Corsa che agevolano ritmicamente la musica che invade il caldo e non umido abitacolo.
Il silenzio che prima faceva male adesso è un qualcosa che mi rende sereno e tranquillo. L'Eroica va avanti a 140km/h. Va avanti e il suo pilota adesso non vuole guardare più indietro, da quanto conosce questa strada.
C'è pace, e non quella eccessiva che fa male, malissimo, che conferisce un senso di vuoto, quella che ti fa sentire solo e sperduto. Il telefono suona e mi fa capire che il mio momento è adesso.
E non guardo più indietro, dopo questo fine settimana. Magico, vivo, vero, che ti fa ricircolare il sangue nelle estremità, che rende le tue mani calde.
Cosa è successo?
E' successo, semplicemente, di tutto. Non mi rendo conto di quanto sto bene, o forse non voglio rendermente conto, mentre l'Eroica inizia a prendere possesso degli Appennini che appartengono al vorticoso, ignaro, e oscuro passato del pilota e forse anche al radioso presente.
Radioso, nonostante la nebbia che circonda la vettura e il suo pilota, che ha la lenta sensazione di arrivare a casa, di dividere un obiettivo che non pesa né al pilota né alla vettura.
C'ho provato 1000 volte a riaccendere il mio motore. E non ci ero mai riuscito. Ma a Pordenone ho vissuto un nuovo brivido. Mi sono reso partecipe di quella riaccensione che nessun aereo è riuscito a riportarmi.
Iniziamo dalla professione: bella conferenza, penso di aver fatto "breccia": ma soprattutto credo che la mia autostima abbia tratto un notevole giovamento dall'esperienza pordenonese.
I miei occhi brillano di nuovo. Mi voglio rimettere in gioco, nel campo professionale.
E voglio che, adesso, i miei occhi brillino riflessi in quelli di qualcuno che se lo merita.
Ho la sensazione che sia il mio momento, e non voglio sia un'illusione.

La strada dietro di noi

Sto ancora scendendo da quel promontorio al buio, con la sola luce della mia frontale ad illuminare il percorso, mentre, un po' come il Velocissimo ma inconcludente capitano di Aethalia guardava a poppa la terra che si allontanava, con la bianca scia dei motori che mano a mano si dissolveva, ripenso alla vista che si godeva dal promontorio; contava non solo essere nel posto giusto, ma anche esserci al momento giusto. Ora quel momento e quel luogo sono dietro di me.


Certo, potrei tornare su, ma non sarebbe più il momento giusto, dovrei aspettare un altro giorno ed un altro tramonto, sperando che il cielo sia sereno e che ci sia di nuovo la brezza che increspi lievemente la superficie del mare. Una partenza volontaria in attesa di un ritorno, di certo non un addio ai monti manzoniano (almeno non quello di Lucia, che "non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo") ma lo stesso una partenza, sapendo però che un ritorno non riporterebbe tutto come prima e che ciò che troverei non sarebbe quello che ho lasciato, anche se spero non quanto quel ragazzo della via Gluck che "torna e non trova gli amici che aveva, solo case su case, catrame e cemento".

Il tempo passa e dobbiamo accettare che le situazioni si evolvano e i luoghi e le persone cambino; ma quanto di questo cambiamento riuscirò a fare mio? Quanto riuscirò a costruire e a cambiare per opera mia? Quanto del mio futuro sarà veramente mio? Mi preoccupo di ciò mentre, lasciando il mio immaginario personaggio perso sullo scosceso lungomare, riprendo A4 ed A31 alla riscoperta di vecchie-nuove amicizie e di sogni lasciati consapevolmente a metà per non averci voluto credere fino in fondo. Riscopro i sogni e torna, per qualche istante, la voglia di non lasciarli nuovamente a metà, per quanto il mio pessimismo pragmatico continui a farmi pensare che non siano realizzabili; comunque, realizzabili o no, per qualche ora ho ripreso a sognare.

Poi A31 ed A4 scorrono nuovamente al contrario, verso casa, ma i sogni sono rimasti ai piedi dei monti, a metà, nella strada dietro di me.

giovedì 1 dicembre 2011

Momentanee interruzioni della lunga attesa

"...Prima di partire per un lungo viaggio, trova il coraggio di non tornare più...": non ricordo dove o da chi ho sentito questa frase, ma ha un signifcato notevole e calzante.
Sto partendo per un viaggio in solitaria, verso le terre friulane, per lavoro, e forse anche per ostentare un prestigio e una autorevolezza la cui presenza faccio fatica a inculcare dentro me stesso, dopo la demolizione precisa e puntuale operata da chi diceva che ero dentro al suo cuore.
A coronare la partenza per questo road trip solitario di 500km c'è un cielo meditativo, come piace a me, grigio intenso. L'Inutilmente Eroica sull'asfalto bagnato manifesta la sua esuberanza eccessiva, e la sua scarsa attitudine al passo lungo autostradale, col suo silenzio a tratti eccessivo e con lo slittare continuo delle gomme quando l'acceleratore affonda un po' più del dovuto.
La macchina corre, costante, a 140km/h, al limite dell'intervento del tutor su questo tratto che riporta su ricordi di litigi, di urla, strepiti e pianti al ritorno, ma anche, perché no, di tirate a tutto gas per cercare quell'amore scientemente sbagliato che stava nascendo. Correva l'anno 2007, e correva la Lancia Ypsilon sull'A13 priva del tutor. Questa è un'altra storia....
Lo stesso cielo meditativo che si ritrova oggi sopra di me è stato presente nel più strano viaggio di ritorno che abbia mai fatto. 131km particolari. 131km contati uno ad uno, quando la Mito era Eroica e l'eroismo sembrava aver funzionato, quando tutto sembrava essere tornato per il verso giusto.
Non so definire le sensazioni. O forse sì. Era l'inconscio inizio di una attesa, dal sapore dolce e forte, intensa come l'aroma del caffè, dolorosa come una ferita che non si rimargina e gronda sangue ma non in modo eccessivo, così tu rimani vivo e soffri e alla fine ti rimane una cicatrice vecchia.
Comunque, appena varcai la soglia di casa, iniziò una lunga attesa. Lunghissima. Credetti fosse una momentanea sensazione, perché l'inaspettata bionda compagna di viaggio di quel giorno che apparve dopo 3km (o forse fui io che apparvi stranamente in un luogo ove pochi si sarebbero aspettati di trovarmi) mi riportò, per un attimo, il sorriso, distogliendo momentaneamente i pensieri da ciò che era appena successo.
Questa parte del viaggio non l'ho mai raccontata. E' rimasta dentro di me fino ad adesso.
Ma, appunto, quella sensazione di attesa non fu momentanea. Quel giorno col cielo meditativo, così lontano e così vicino allo stesso tempo, non fece altro che dare il via a uno strano e prolungato stato di ansia.
L'ansia per l'attesa, appunto. Non si sa di chi, né di cosa. Non sapevo cosa fare.
I Keane cantavano Nothing in my way, mentre la silenziosissima Alfa mi riportava a casa.
Ogni giorno era uguale. Ogni giorno ricalcava questo testo:

A turning tide
Lovers at a great divide
why d'you laugh
When I know that you hurt inside?

And why d'you say
It's just another day, nothing in my way
I don't wanna go, I don't wanna stay
So there's nothing left to say?
And why d'you lie
When you wanna die, when you hurt inside
Don't know what you lie for anyway
Now there's nothing left to say

A tell-tale sign
You don't know where to draw the line

And why d'you say
It's just another day, nothing in my way
I don't wanna go, I don't wanna stay
So there's nothing left to say
And why d'you lie
When you wanna die, when you hurt inside
Don't know what you lie for anyway
Now there's nothing left to say

Well for a lonely soul, you're having such a nice time
For a lonely soul, you're having such a nice time
For a lonely soul, it seems to me that you're having such a nice time
You're having such a nice time

For a lonely soul, you're having such a nice time
For a lonely soul, you're having such a nice time
For a lonely soul, it seems to me that you're having such a nice time
You're having such a nice time

Eh già. Questa era la canzone di ogni giorno, per un lunghissimo periodo.
Avevo provato a spezzare questa catena, a suo tempo. Ci avevo provato in mille modi, restando ancorato a chissà cosa, illudendo persone che non se lo meritavano.
Adesso, potrei definire che quelle erano Momentanee interruzioni di una lunga attesa che sembrava non finire mai, ma che alimentava se stessa di illusioni, e di speranze quando un minimo segnale giungeva.
Ho illuso, tanto. Ho sbagliato di nuovo a crearmi delle vite diverse con la testa altrove, edifici perfettamente progettati e manutenzionati che però si poggiavano su terreni che volutamente avevo scelto traballanti, e sono franati al minimo.
Non c'è stato mai niente di così sbagliato di queste fughe inqualcosa di apparentemente confortante.
Tutte tranne una, di fughe, in effetti. La persona giusta al momento sbagliato.
Cito il mio romanzo, che scrissi quando ero sicuro che "...Di fatto, il nostro amore finì, quando da parte mia, cieco e illuso, pareva tutto rimesso a posto o sulla via di rimettersi. E allora mi involai verso la patria reale e amata, rifugio dall'illusoria percezione della rinascita, dell'amore sbagliato. Passata la poesia, purtroppo, c'è solo spazio per amarezza, delusione, rivalsa, cattiveria. Speravo ci fosse di nuovo spazio per l'amore. E invece no.
C'è spazio per la rinascita e la novità, però forse è anche prematuro adesso (...).C'è spazio per farsi sostituire al volante. C'è spazio. Punto..." (cit.)
.
LA SENSAZIONE DI ATTESA E' FINITA ADESSO.
C'è spazio proprio in questo momento, in questo lunghissimo viaggio, nella sensazione di novità che esso porta, nelle persone nuove che ho conosciuto, nell'idea che davvero adesso si possa costruire qualcosa di buono, bello, e vero.
C'è spazio per accogliere chi se lo merita adesso. E chi vuole vivere e dividere. Vincere e con-vincere.
Sì, stavolta ho il coraggio di partire per non tornare.

Dopo il tramonto

Resto ad ammirare il mare sul mio promontorio finché il sole scende dietro l'orizzonte e la brezza cala, lasciando solo il rumore di fondo delle vite degli altri ad inondare e colorare l'aria; senza fretta metto la frontale in testa e inizio a scendere seguendo il sentierino che percorre tra gli arbusti il fianco del colle fino al lungomare. La fioca luce a LED illumina quel che basta, pochi metri in avanti, mentre alle spalle resta tutto buio, tanto non devo fare strada a nessun'altra persona; non è come quella volta al ritorno dal Campo, quando spremevo la piccola frontale al massimo della potenza per mostrare la strada ad una coppia di amici, salvo spegnerla per un paio di minuti per restare ad ammirare, in silenzio, lo spettacolo di uno di quei cieli stellati che si vedono solo in montagna in serate come quella; ora invece è in modalità "economy", e credo che ci resterà fino alla fine della discesa, anche se l'occhio deve ancora allenarsi del tutto al cambio di illuminazione.


...e pensare che la frontale, quella seria della Petzl con il corpo batterie separato per poterlo tenere al caldo, non la semplice Black Diamond che sto usando ora, l'avevo presa per affrontare il buio invernale del Grande Nord, allora come oggi in compagnia del mio egoismo e delle mie paure e non di un passeggero. Avevo rischiato, allora; ho fatto cose per cui vengo considerato pazzo dalle persone a cui lo racconto, cose che, per quanto pianificate, richiedevano un bel po' d'incoscienza; tuttavia non ci pensavo, guardavo solo l'obbiettivo finale: arrivare oltre il Circolo Polare Artico, sotto lo Snjerak, in un luogo che allora non conoscevo e che ora invece ricordo con una fortissima nostalgia.

Passo dopo passo, tra i sassi, sento aumentare una pericolosa apatia, frutto di una lunga disillusione personale; forse inizio a non crederci più; inizio a non credere più di poter arrivare dove voglio, di trovare una persona che mi accompagni fino alla porta della mia immaginaria casetta in Svezia. Pensieri che si fanno vedere solo ogni tanto, che vanno e vengono ma sempre presenti, frutto di trent'anni di delusioni personali e di rischi non presi, di rimpianti molto più che di rimorsi; pensieri che non vorrei fare ma che ben si fondono con il buio circostante e con la polvere accumulata sul sedile del passeggero del mio fedele Trattore.

Per rischiare ci vuole un motivo ma forse ancor di più la motivazione; i motivi sembra che ora ci siano ...ma la motivazione dove sta finendo?

mercoledì 30 novembre 2011

La guida perfetta viene sempre nelle circostanze peggiori

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SS68, l'ultima rimasta di una lunga serie di strade che ho percorso, 100km/h. Metto dentro la quinta a giri piuttosto bassi.
Sto guidando alla perfezione. Con una pulizia mai avuta negli impeti di un pistard giovane e forse sin troppo sicuro di sé.
Le ruote non slittano. Non eccedo con l'angolo di sterzo, in queste curve a destra. Non eccedo nemmeno nel tiro delle marce, non vado oltre 4500/5000 ma costante. Velocissimo, ti trovi in quinta oltre 4500 giri ad oltre 160km/h. Mi ci trovo pure io, a dire il vero. Dovrebbe essere un giorno qualunque. Lo è solo in teoria.
Mentre l'indicatore delle turbine viene soppiantato da quello della musica, e Imogen Heap reinterpreta Thriller di Michael Jackson, l'Inutilmente Eroica (perché l'Impresa Eroica fu inutile), velocissima come sempre e forse più di sempre, tenta di coprire col suo rumore pieno, pienissimo, il silenzio che è riapparso come la nebbia ad invadere questo abitacolo.
A tratti devo dire che ci riesce, torcendo brutalmente a colpi di "g" laterali il mio collo nelle curve. E' la cosiddetta guida a denti stretti. La guida che fanno i piloti in rimonta. Quelli che non hanno più niente da perdere, quelli che a Le Mans rincorrono il gruppo di testa che se ne va. Anche alla 6 ore di Vallelunga era così.
La mia guida da ieri è così.
Prolungo la fase di rientro dei sorpassi, e adesso sono di nuovo per questa salita a 150km/h, con le due overboost inserite, e le Pzero Corsa che usano tutta la loro speciale spalla rinforzata, stringendo la traiettoria e tenendo tutto giù, di nuovo.
SS68, scolletto di Maltraverso, 140km/h, benvenuti al limite. Se avevo l'assetto vecchio a quest'ora ero morto. A tratti mi domando se sto facendo la cosa giusta. Ho perso tutto e ho un futuro da costruire. E' arrivata la mazzata. Quella che doveva arrivare da tempo, riesco a pensare, mentre supero 170km/h prima del curvone e ci butto, addiruttra, una quarta a 7000 giri. Nemmeno una piega, né un minimo intervento dell'ESP fermano questa corsa folle su strade che se potessero si scanserebbero. Questa corsa che serve a far ricircolare un sangue che si è fermato di nuovo di colpo, per un piccolo evento, superabile.
Lo ha detto JR, potenziale anima scrittrice di questo blog: Se va come credo paradossalmente sei sulla buona strada...dopo l'incazzatura tutto è in discesa. Dovresti aver scollinato.
Ha ragione JR, ma è la discesa che mostra i veri piloti. Fa selezione su chi ha paura e alza il piede.
Ho scollinato, in questo preciso istante.
Ho guidato nel modo migliore che potevo, come da 12 anni non facevo, da ieri sera. Sono davvero uno che ci sa fare. Niente spettacolo, niente traversi. Ora, solo pulizia. Sono un pilota evoluto.
Pulizia in ogni senso. E devo diventare una persona evoluta. Dovevo diventarlo mesi fa, in effetti.
Ma non è così per tutti. Non ci sono riuscito prima e forse non ci sono nemmeno riuscito adesso, per quanto abbia imposto a me stesso
Torno nel mondo reale ed arrivo a destinazione, contrastando quel magone che il sonno arretrato e la tristezza attuale, nonostante fatti positivi, fanno premere fortissimo presso la mia gola, che solo l'acceleratore toglie, la spinta bruciante di tutti questi cavalli sembra seminare. Ma alla prima frenata tutto ritorna lì dov'è, a fare male, a ridirmi "ehi, guarda che qualcuno che nemmeno se lo merita è lì dove sei stato tu e si gode i frutti del tuo lavoro". Tutto vero.
Adele canta Someone like you a voce alta, mentre l'Inutilmente Eroica borbotta al minimo il suo bel rombetto da piccolo ma cattivo turbo benzina.

I heard that you're settled down
That you found a girl and you're married now.
I heard that your dreams came true.
Guess she gave you things I didn't give to you.

Old friend, why are you so shy?
Ain't like you to hold back or hide from the light.

I hate to turn up out of the blue uninvited
But I couldn't stay away, I couldn't fight it.
I had hoped you'd see my face and that you'd be reminded
That for me it isn't over.

Never mind, I'll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don't forget me, I beg
I remember you said,
"Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead,"
Yeah.

You know how the time flies
Only yesterday was the time of our lives
We were born and raised
In a summer haze
Bound by the surprise of our glory days

I hate to turn up out of the blue uninvited
But I couldn't stay away, I couldn't fight it.
I had hoped you'd see my face and that you'd be reminded
That for me it isn't over.

Never mind, I'll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don't forget me, I beg
I remember you said,
"Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead."

Nothing compares
No worries or cares
Regrets and mistakes
They are memories made.
Who would have known how bittersweet this would taste?

Never mind, I'll find someone like you
I wish nothing but the best for you
Don't forget me, I beg
I remember you said,
"Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead."

Never mind, I'll find someone like you
I wish nothing but the best for you too
Don't forget me, I beg
I remember you said,
"Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead,
Sometimes it lasts in love but sometimes it hurts instead."

Ecco cosa succede. Il tempo vola e c'è chi sa come utilizzarlo. C'è chi sa arrivare in fondo, fermarsi un attimo, e poi ripartire anche meglio.
Ma altri vivono di speranze che coltivano rimanendo fermi ad un palo, morendo lentamente, giorno dopo giorno, e non sono in grado di lasciar andare le persone, non sono in grado di capire, di sentire quello che è meglio per tutti, di guardare oltre quella maledetta bassissima siepe oltre la quale c'è un mondo nuovo e una strada nuova, assolata e senza buche.
Una strada che ti eri forzato a non vedere tenendoti col campo visivo su quel terreno circoscritto

Adesso basta. Questa gara è durata sin troppo. Alla fine era una gara contro me stesso, lo è pure ora, ma molto meno. Abbiamo corso, forte, nella stessa direzione. Abbiamo poi corso paralleli e poi in direzioni diverse. Qualunque cosa sia successa dopo non dovrebbe importare, anche se poi di fatto
E' vero.
E ora, bandiera a scacchi. Anche l'ultima gara è finita. Si impacchetta il palco inesorabilmente vuoto della premiazione, del podio, si impacchetta tutto. Non ci sono più gare, adesso.
E' quasi dicembre, la stagione è finita. Del tutto. E non c'è modo di ricominciare. E' tutto sotto controllo adesso. Quel "sotto controllo" che sa di tremendo, scoraggiato, e forse anche rassegnato alla sconfitta contro un equilibrio che sapevi essere prefissato e che era lì, e prima o poi sarebbe tornato in prima fila. Al posto tuo.
E' finita una stagione. E non so se davvero ne ricomincerà un'altra. E i VOSTRI sogni diverranno realtà a differenza dei miei. Aiuto. Aiuto. Aiuto.
La mia nave affonda, adesso. E non ci sono scialuppe.
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