martedì 9 luglio 2013

Last train home


La metro gialla si avvicinava regolarmente alla stazione nel profondo tunnel sotto Piazza del Duomo, poco più di venti minuti dopo la mezzanotte; c'erano le note dei Toto che risuonavano ancora nelle orecchie, con l'aria leggermente inumidita dalle poche gocce di pioggia che avevano imperlato e rinfrescato la serata. Sono riuscito a prenderla, quella corsa, probabilmente la penultima della giornata, nonostante la lunga attesa della rossa a Lotto, mentre uno "yeaaaaaah" scritto nell'etere accompagnava piacevolmente la salita su quell'ultimo treno verso casa della serata.

Poco più di un'ora prima ero ancora di fronte a quel palco da cui si propagava la solita serie incredibile di note e di canzoni che hanno fatto grande quella band che, seppur rimaneggiata in più parti nel tempo, unisce da trentacinque anni più e più generazioni di appassionati di Musica, quella vera, quella dei musicisti. Una scaletta che ha spazzato l'intera storia della band, dagli esordi del 1978 alla sempre carichissima e mai banale Falling In Between, ultimo sforzo creativo della metà dello scorso decennio.

L'ultimo treno... quanti ultimi treni sto prendendo, o perdendo, ora, in questi sempre meno giorni rimanenti di permanenza nella mia Milano, quella Milano che mi ha indubbiamente regalato impareggiabili emozioni e profondissime amicizie? Quante altre sorprese dovrò aspettarmi e quanti altri saluti dovrò fare?

Ho guardato a lungo il Duomo al tramonto, pochi giorni fa, aspettando due aprioristicamente improbabili amici di due diverse realtà che non si conoscevano; l'ho guardato, il Duomo, come simbolo di questa città che ha unito, uno dopo l'altro, i miei mondi separati; l'ho guardato con la nostalgia di chi lascia un luogo che ama per seguire una strada lunga ed in salita; l'ho riguardato, poche ore dopo, illuminato nella notte, al fianco di quegli stessi due amici che hanno compreso la mia nostalgia, sull'onda di azzardate similitudini cromatiche con le Dolomiti.

No, non sto scappando, ed è strano; è bello ma fa un po' male; è bello per la soddisfazione di aver costruito qualcosa; fa male per quelle tensioni che si accumulano e che vorrei provare a scaricare in lunghi e silenziosi abbracci e che invece restano, ancora, dentro.

Zahir


Non ho mai amato lo stile di Paulo Coelho. E' terribilmente "costruito" e tenta in ogni modo di sfruttare le proprie prerogative al consumo di massa. 
Quando un autore scrive, ci deve mettere del suo, e le parole devono essere intrise delle emozioni che lo stesso vive.
Anch'egli, tuttavia, qualche bella idea la tira fuori. Come Lo Zahir, suo romanzo del 2004 sul viaggio come percorso introspettivo. La moglie del protagonista sbaracca sparendo con chissà chi.
[Ironia ON] Lo stesso, invece di fare come le persone normali che si rassegnano all'idea di aver perso la moglie, andare da un Avvocato e fare le pratiche per la separazione, probabilmente perché è pieno di quattrini e non ha un cavolo da fare, spinto da quell'ossessione si fionda come un deficiente in giro per il mondo con tutti i mezzi possibili e immaginabili, arrivando da Parigi alle steppe dell'Asia, ritrovandola vestita non si sa da cosa, per di più incinta di non si sa che cavaliere di passaggio. Al posto suo l'avrei salutata e sarei montato sul primo volo intercontinentale contento di averla persa [Ironia OFF].
Si badi bene che quel romanzo mi è piaciuto, al di là dello stile troppo pomposo e terribilmente asettico di emozioni dell'autore. Il motivo sta nell'idea di seguire una ossessione che è lo Zahir. 
Wikipedia definisce lo Zahir come un pensiero fisso, da cui la mente non sa staccarsi. 
È la paura ossessiva per la perdita di una persona amata, il vuoto lasciato nel cuore della persona da un lutto improvviso, la spirale delle sensazioni, delle emozioni e del bagaglio dei ricordi che inevitabilmente le parole, i luoghi del vissuto comune e le esperienze condivise riportano ad ogni momento alla mente. Rievoca nell'individuo la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco, di aver imboccato una strada senza uscita.
Lo Zahir si può risolvere solo con il raggiungimento della pace ritrovata in seguito alla ricongiunzione, ovvero, allo stato di quiete, dato dalla condizione di perenne consapevolezza di impossibilità di raggiungere il proprio fine, la soluzione del problema.
 
Lo ripeto: quando nel 2007 lessi per la prima volta quel libro mi piacque molto, non tanto lo stile, ma l'idea di andarsi a riprendere la persona amata che sbaracca (e forse un motivo ce l'aveva anche in effetti).
Ecco, il protagonista di quel libro è mosso da un misto di amore e di risentimento, e soprattutto di voglia di rivalsa contro se stesso, chiedendosi il perché se ne è andata
A 26 anni ero un giovane insicuro e ansioso, mosso dalla voglia di rovesciare le cose sulle persone, con alternativi impeti e stati di spavalderia. 
Su quel libro c'è una dedica stupenda e indimenticabile, per le sue parole. Il soggetto che me l'ha regalato è dimenticabilissimo e dimenticata.
Comunque il caro nostro protagonista, visto che non aveva appunto un cavolo da fare, parte. E fa questa Missione. E' pure bravo, la ritrova anche. 
All'epoca ammiravo quel fenomeno che partiva, credeva in un ideale e che si batteva per riprendersi l'amore della sua vita.
Ammirevole.
Così ho fatto mille volte, le famose Missioni per le quali l'Agip vicino casa e la Società Autostrade hanno ringraziato sentitamente il mio Conto Corrente. 
Ci credo e ci ho creduto nella Missione, ma il mio pensiero si è evoluto. sono dell'idea che vada fatta entro un certo termine. Decorsa tale scadenza, purtroppo, nessuna Missione rende recuperabile, o per lo meno non subito, il danno cagionato, se di danno si può parlare in effetti. 
A 32 anni si riesce facilmente a comprendere che, se qualcuno forma pregiudizi dentro di sé, puoi esser bravo quanto vuoi, puoi stare anni a dimostrare quello che sei diventato e come ti sei evoluto, non ce la farai mai. 
E non è rassegnazione, la derfinirei come un frutto dell'esperienza accumulata, chilometro dopo chilometro, lacrima dopo lacrima, sorriso dopo sorriso, speranza (vana) dopo speranza. .
Nel 2013 sono un po' meno ragazzo che nel 2007, ma soprattutto molto meno ansioso e ben più razionale. 
Non ho accantonato la componente emozionale nella vita a cui do priorità assoluta, ma forse oggi vengo sorretto dalla consapevolezza dei 32 anni, dalle esperienze di cui sopra.
Nel 2013 l'ho riletto quel libro. 
L'ho ritrovato intriso di sogni.C'ho rivisto l'Andrea della Mito, quello che nel 2013 è sparito.
La seconda volta si fa caso ai particolari che la prima non si vedono, quando si legge.
Alla seconda lettura, a sei anni di distanza e con un percorso alle spalle ben più lungo di quello del protagonista, so bene che quel viaggio è da non fare.
Semplicemente perché il protagonista ha perso tempo. Il termine di cui parlavo prima,  a mio parere, era già scaduto quando il protagonista è montato sul primo aereo. 
E allora quello che si impara da questo libro, nella prima lettura è quello di credere nell'amore e nelle ripartenze.
Alla seconda lettura si comprende che non si deve rincorrere questo fantasma all'infinito, ma trovare la pace dentro noi stessi. 
Ogni fermata è occasione di ripartenza. Ogni fine è occasione di un inizio, alle volte migliore. 
Non conta con chi o con cosa, conta ritrovare quello che siamo, e non nascondersi dietro maschere e spadaccinate varie contro i fantasmi. 
Tutto il resto viene naturale, le persone forse vincono i pregiudizi e si avvicinano col passare del tempo. 
Ne ho dimostrazione ogni giorno oggi.
Anche se, comunque, coltivare un pensiero è terribilmente emozionante e coinvolgente.

lunedì 8 luglio 2013

Le ragioni del tempo

Superstrada Siena-Bettolle, 110km/h. Notte fonda. Il telefono suona nelle casse ed interrompe un capolavoro della musica che è il concerto Frampton comes Alive. 
Interrompe le mie ritrovate velleità rocchettare, accantonate solo momentaneamente, ma rientrate con il massimo stile in questa vita. 
A partire da chi le ascolta senza protestare questa roba da trentenni
La telefonata interrompe anche il silenzio. Un silenzio in cui sto troppo bene, consapevole di ogni conseguenza, consapevole che a quest'ora ci vuole la musica e qualche messaggio dolce, chiarificatore, oppure di rottura.
Niente di tutto questo. 
L'Ammiraglia procede col suo fare imperturbabile, dotata di un preciso senso della traiettoria arricchito dall'esperienza dei miei trentadue anni, così come è avvenuto in tutto.
Col passare del tempo, le percorrenze diminuiscono, le traiettorie si fanno fini ed eleganti.
La telefonata di mera cortesia, ricevuta in modo estremamente gentile, chiude una splendida serata. Andrea avevi ragione, dice chi è all'altro lato del telefono. Chiudo. 
Frampton riparte con la sua chitarra a spingere la rossa e il pilota in direzione di Siena Firenze Grosseto. 
Chiaramente a Siena si gira verso Firenze.  Verso casa. 
Un tempo dicevo che ero a casa a Grosseto, figuratevi voi cari lettori. E la cenere ricopre quei fuoco effimero, di paglia. 
Pareva tutto ma era una piacevole ossessione, al sapore di gasolio (all'epoca), sudore, lacrime, sangue, contatti e altre cose che non sto a dire perché altrimenti scadrei nello scurrile.
Così la gente si illude, si lascia andare a chi non se lo merita. 
E matura pregiudizi.
Ecco, io li odio. Odio i pregiudizi.
Si fa presto a prendersi ragioni che non si hanno, nella vita. Si fa ancora prima a non ricordarsi delle cose belle e buone, perché è bello l'inizio ma è dopo che ci si scontra con la realtà. 
Si fa ancora prima a stare tranquilli come lo sono io adesso e in silenzio. 
La via è tracciata, come questa superstrada fatta di musica rock seria, di un colore nero persistente e di un profumo di asfalto troppo presente.
Non è la mia via, non lo è più. 
La mia via ora è quella dei fatti, del voler sconfiggere i pregiudizi che ancora affollano le menti quando non dovrebbero.
La mia vita deve correre nel vento, adesso.
E la felicità arriva solo se la si vuole dentro di noi. Esperienza accumulata.
Non so se il tempo mi darà ragione, ne sono del tutto convinto comunque.
Ogni parola è inutile adesso. La parola d'ordine è vivere.

sabato 6 luglio 2013

Trains (reprise)


Ho sempre amato i treni, sin da piccino. In uno scatolone ci sono stazioni, un abbozzo di plastico, una fila di locomotive che tirerebbe un parco per un piccolo Stato, tanti carri e carrozze specialmente italiani. 
Tante idee mai concluse in effetti.
Amavo una variopinta ferrovia, quella de beige-arancio-viola, del rosso vagone dei carri, dell'azzurro e blu dei Caimani e delle Tartarughe, dei Rapidi e degli sparuti Pendolini che iniziavano, nel loro colore biancorosso, ad effettuare treni di livello.
Amavo i merci con le locomotive marroni e lo sferragliare notturno all'impazzata la domenica dopo cena, dopo che la nonna mi aveva fatto le uova al pomodoro. 
Ero un bambino sopra la stazione di Campo di Marte, innamorato come pochi di quei movimenti, perso nel chiedermi perché la littorina per Borgo San Lorenzo passasse così spesso e fosse sempre così vuota.
Era la fine degli stupidissimi ma esaltanti anni ottanta, i miei nonni erano ancora vivi e innamorati come il primo giorno, la prima Alfa Romeo rossa con tanto di quadrifoglio verde era arrivata nei nostri garage con il suo zero a cento in nove secondi. 
Crebbi. Tutto questo finì e i treni finirono nello scatolone.
Nell'era dell'ETR 500 (ancora non si chiamava frecciarossa) l'avevo ripreso qualche treno per andare a farmi prendere per i fondelli.
Nonostante le mie dichiarazioni essenzialmente macchinare, qualche volta ho pure amato l'idea di andare col treno nei posti, per la piacevole sensazione di averla lasciata a casa, quella macchina rossa (indistintamente dal modello, tanto sono tutte di quel colore).

Nel mio umore altalenante, le mie macchine rosse le amo e le odio, paio Catullo. Amo accantonarle, vedere quei rossi relativi nel garage. Ho spostato il piacere del possesso dalla persona accanto alla vettura d'epoca. Mi pare un passetto avanti.

Tornando ai treni, quell'amore di lunga data, come quelli travagliati, non sopisce mai. Di norma.
Ma da quando correva l'anno 2012, 1 luglio, San Marziale, c'era la finale degli europei di calcio e soprattutto con l'America's Cup world Series in corso, sono rimasto inchiodato a Bologna, litigando come un deficiente con Trenitalia, prendendo insulti perché lui è un cliente premium e lo mettiamo dentro la Freccia che viene da Bolzano in prima classe, facendo lo spadaccino telefonico per la mia proverbiale cattiveria insultereccia, insomma, ho detto basta.
Alle volte, i grandi amori come quello mio per i treni, finiscono. Durati 31 anni e finiti per un cavolo di disagio e una serie di catastrofi che questo spadaccino ha dovuto subire.
Da quel momento, le mie fide macchine rosse mi hanno sempre portato a giro, solo saltuariamente tradite da qualche pullman a lunga percorrenza, da qualche autobus urbano, forse anche dal tram di Firenze.
Ma come nei grandi amori finiti, qualcosa rimane.
E' come quando uno incrocia l'ex moglie alla stazione, un vortice di sensazioni prende. Uno forse si sente pure tradito, ma la cosa bella è che una parte di me rimarrà sempre affascinata da quello sferragliare, dai ricordi che hanno preso forma su questo mezzo che dovrebbe costituire l'ossatura di un Paese.
Lasciatemi guardar fuori, allora, la prossima volta che ci salirò. E fatemi sperare ancora.

mercoledì 3 luglio 2013

Atomi e pregiudizi


Via Nova discendente, 70km/h. L'andatura della Spider Veloce, con le sue goffe movenze da vettura sportivissima dei tempi andati, inizia a prendere forma (cit. di ieri) tra le mani esperte (cit.del 2010 targata Maremma, 7 gomme forate a causa dei suoi accidenti) del pilota.
E' vuota in basso, incredibilmente cattiva in alto.
Le mie mani risultano essere esperte in tante cose, in tantissimi campi, senza scomodare le zone un po' osé che vanno tanto di moda di recente. 
Sono mani esperte nella tenuta del volante coi guanti, quelli da spiderista che tanto negli anni '90 mi piacevano e che nel 1999 mi comprai. 
E allora, prendiamo forma dai. Prendiamola nel curvone che scende e che in tanti ricordano, su cui l'Ammiraglia, prima del cambio gomme e delle HankookVentus V12 Evo (nome altisonante, ma ottime veramente, pure meglio delle Pzero Corsa),  scodava vistosamente e io mi sentivo il pilota di un tempo, quello che andava come le mine. 
Ma ora è diverso. 
La Mito non scoda più, non c'è verso. E' un'ammiraglietta sottosterzante. Veloce come al solito, anzi di più,  ma sottosterzante.
La Mito si fa l'autostrada. 
Questa vettura storica invece con le gomme norvegesi e la trazione posteriore fa dei traversi allucinanti. Non per mano mia, ancora inesperta in questo argomento. 
Il ritorno alle competizioni in zona vecchi è vicino. Pur sempre gare sono, e di un livello più elevato delle moderne. I piloti sono esperti, i navigatori di più. 
Eh già, ma io il navigatore che ho devo istruirlo. 
E allora prendiamo forma.  Prendiamo forma nella vita, come entità pilota-navigatore.
Come persone che si stanno accanto. Prendiamo forma, dai. 
Tra le prove che si affrontano nelle competizioni di regolarità ci sono numerosi cambi di direzione. 
Boh, vedremo.
Intanto io e te prendiamo forma.
Si parte. Piano. Ma il ritardo si accumula. Coda: 130 cavalli e non so quanti Nm di coppia sono fermi al nastro di partenza che girano al minimo, e io che tento di enfatizzare la partenza fissando la mia mano nell'atto di mettere dentro la prima marcia di questo cambio da veri uomini, da veri alfisti, che mi fa pure male alle mani, che chiede la terza spinta "di palmo".
Se ricomincio a correre, stavolta parto per vincere. Non c'è verso. Niente piazzamenti in classi inferiori.
Un tempo ci si accontentava del piazzamento, quello buono, dell'eroica rimonta e del divertimento.
Ora no, non mi accontento delle medaglie d'argento.
Mi spiace. In gara poi è esattamente come in amore.
Soprattutto in amore, ora che so cosa è l'oro. In gara non si vince tanto più facilmente.  Niente più argenti.
C'è chi lo fa, con tutto se stesso, si infatua dell'arte dell'accontentarsi e di una pia illusione, scambia oro per immondizia ed immondizia per oro (peraltro il sudicio produrrebbe anche energia, quindi....chissà cosa è meglio).

Non lo faccio più. Non mi accontento stavolta.
E poi arriva il momento in cui ti rendi conto che qualcosa è andato oltre, è cambiato.
Capita che passi per la Via Emilia SS9, dove c'è Vinicio e la concessionaria Motor, guardi i capannoni chiusi e ti rendi conto che il livello di discussione era rivolto in altissimo, sulla crisi economica, sulle cose serie.
Mi sono fatto quasi paura da solo, ci siamo fatti quasi paura da soli.
Mi sono sentito troppo grande, troppo a mio agio in queste zone serie, la mano intrecciata alla mia. 
L'amore fa paura. Quando arriva, anche di più. Quando se ne va, anche. 
Se ne va sospinto dai pregiudizi: E Einstein diceva che spezzare un pregiudizio è più difficile che spezzare l'atomo.
Certo è che vorrei essere in grado di sconfiggerli questi pregiudizi. Come fare? Non ho risposte. 
Eh già. Tutto si delinea. Il menefreghismo dissimulato dagli altri diventa amore, e la paura di lasciarsi andare sbaracca lentamente.


E tu dove vai adesso, pilota? Non so. O meglio lo so. Oltre.
Sai cosa, caro pilota? Ci sono momenti in cui le macchine avanti a te vanno oltre, e vanno lasciate andare. Tu fai la tua gara, pilota. Poi le riprendi senza esagerare, con naturalezza, quelle macchine scappate.
Non servono cose eclatanti, serve un passo condiviso nell'equipaggio.
Prima o poi quelle vetturette le riprendi, senza farti prendere dall'ansia, dall'idea che i primi stanno scappando anche se non se lo meritano e tu sei il migliore. 
No, i primi non scappano. Prima o poi sguazzeranno anche loro nel gruppone. Prima o poi. 



Eccomi qua, dismetto i panni del pilota professionista e mi rivesto da Avvocato e da persona che ha amato molto e che probabilmente ama ancora: vado a prendermi la mia medaglia d'oro. Semplicemente e naturalmente. In fondo, sono un Gentleman Driver. E pure felice.

martedì 2 luglio 2013

Happiness


La telefonata arriva rapida e inaspettata. E' Gianni, amico di sempre, uno dei quattro della foto della Sardegna che ha campeggiato per anni sul mio Fb, una vita vissuta tra Zurigo e New York, ora tornato a casa. 
Si fissa, come un tempo non lontano nei nostri cuori, ma che forse è decorso e ci ha fatto bene.
Dieciemezzo a casa tua.
Vai Boss a dopo. 
Salgo sull'Ammiraglia e mi faccio accompagnare dalla mia musica, ovvero il grande Peter Frampton, nei 3km tra casa mia e casa sua.
Come ai vecchi tempi. Mi sento rinato, non so come mai. I pensieri che di solito vanno dove non devono andare non partono nemmeno, fanno come i treni di Trenitalia, vengono soppressi perché nessuno, lassù in cima, ce li porta.
Non ci ero più abituato a tutti noi insieme così spesso, ma se ci si siete voi, amici miei, la vita è bella, bellissima.
Nel frattempo si parte, si esce, risiamo tutti noi come a 20 anni quando avevo mille pensieri inutili e ora, scevro di ogni ansia del tutto superflua cammino, verso i fuochi di San Marziale con Gianni Federico Matteo ecc.
Ho sofferto la solitudine, perché non c'erano loro. 
Ne ho patita molta ostentando una maschera orribile e inguardabile. 
Ho sofferto come un cane, rovesciando addosso a chi avevo accanto, anche ora, questo bisogno di socialtà che le circostanze della vita mi hanno negato fortemente, gli altri in grado di rifarsela quella vita, ma io povero disperato nella cittadina di campagna,  inchiodato a un palo e seduto su un divano in attesa di macinar chilometri il fine settimana per non star solo. 
Ecco uno dei miei limiti. Uno dei limiti dell'Andrea della Mito.
Che ora non esiste.  Più.
Ci ho messo molto a passare quella sottile linea tracciata con il gessetto, che mi impediva di essere me stesso.
Non rovescio più niente addosso a chi ho accanto. 
Non limito né mi limito. 
Anzi, probabilmente ho prospettive di avvicinare chi recalcitra, di costruire finalmente qualcosa con chi se lo meriterà. Basterebbe guardare davvero chi si ha davanti.
Non so quanto starete ancora nella Colle dove siete nati, ma finché ci sarete accanto a me, cari amici miei. 
Se devo fare un pronostico, so che non durerà molto, ma per ora me la godo.
Fuochi. Viaggio di ritorno di 3km come le persone normali. 
Bon Jovi a palla e un sorriso che non se ne vuole andare.
Eh sì: ora sono felice. Speriamo duri e che non sia una cosa relativa, ma sono certo che non finirà.
Non ora.

lunedì 1 luglio 2013

Ciò che è mio


"...Prendi quella cavolo di Spider rossa e vai a riprenderti quello che è tuo...", tuonò su Whatsapp un neo amico, ex rivale figurato, col cui fantasma avevo fatto a spadate per un bel periodo: a scanso di equivoci non avevo né vinto né perso, ma semplicemente non c'era competizione su questi piani. 
Era un suggerimento non richiesto, chiaramente, alla luce delle novità che pervadono il periodo attuale.
"...Non è un cavolo di Spider, ma una vettura storica serissima, che ne vuoi sapere te che ai tempi avevi una Atos gialla...", risposi io, nel tentativo di deviare il ragionamento da quella che doveva essere la via degli obblighi morali che avrei dovuto intraprendere (tratto Appenninico dell'A1 compreso, tanto per cambiare). 
Obblighi? Morali? Ma stiamo scherzando?
Non c'è niente a cui ottemperare.
E ricordo a coloro che mi incitano a fare sti blitz simpaticissimi (e ormai un tantino desueti) che di mio ho solo i beni intestati, parco macchine incluso.
E quelle non rompono gli zebedei. A parte le microperdite dal cambio, quelle sì ma non sono gravi.
Ma lascio perdere. Non ora, almeno.
Nelle casse dell'Ammiraglia, ancora più specialista nel suo snaturato compito di pesce fuor d'acqua, ovvero quello prendere la scia in autostrada, romba oggi Billie Jean di Michal Jackson.
Dovevo ripartire stamani e non l'ho fatto, in memoria delle alzatacce dei vecchi tempi.
Eppure qualcosa succede di imprevisto e si riparte prima di cena, si affronta l'Appennino con la forza delle vetture in rimonta a Le Mans, la solita che ci metto sempre.
Tu, pilota ed ex pestatore scoordinato di acceleratori, hai  lo sguardo fisso negli specchi retrovisori, tocchi la punta di 180 di cui nemmeno ti accorgi nel curvone più stretto della strada che ti riporta, come ogni volta, a casa, sulla quale maturi la convinzione che probabilmente ce la faresti a tenere quella velocità per tutta la strada se non ci fossero le altre fastidiose macchine a dare noia. Medie da Gran Premio di Monza (che ho la sensazione venga abolito nel 2014, tanto la 1000km di Endurance l'hanno già fatta fuori).
Sto scommettendo su qualcosa che dovrebbe venir fuori e lo fa a rilento. Prenderà velocità, ne sono certo.Non sono abituato alle accelerazioni lente, però. Sono abituato a buttarmi a fittone nelle cose belle, e tenere le briglie tirate non è da me.
E ora devo appellarmi alle mia capacità di contenimento di tutte le emozioni, che son troppo mieloso e pesantone. Grazie a tutti, Leo ed ex Leo, neo Lions, di avermi infilato in questo casino, sempre in mezzo all'autostrada.
Stavolta il New Jersey si è avvicinato sin troppo allo specchio sinistro della mia rossa titolare dei viaggi lunghi, regina indiscussa dell'Appennino.
Stavolta la sto rischiando terribilmente grossa. 
Mi sa che stiamo lottando per la stessa cosa: creare la convinzione che il passato è brutto, chiudere gli specchi retrovisori e dimenticare ogni bene.
E crearsi un futuro.
In questa lotta si prendono spadate, non figurate, vere. Ma le ferite si rimarginano.
Proseguo a testa alta, sempre.
Ma le cose nel cuore restano, qualunque siano le circostanze che ci sono intorno. Qui non lo si vuole capire o si fa finta di non comprenderlo. Bah. 
In fondo, sono l'Andrea del Duetto e non più l'Andrea della Mito.
site stats