venerdì 12 agosto 2011

Ferryboating



La macchina non aveva corso granché, quel venerdì. Ero partito con estrema calma, con l'idea di chi sa bene dove sta andando e di chi sa dove esattamente deve arrivare. Una decisione che non spetta mai alla mia personam, se non su percorsi estremamente sicuri e civili, nonché conosciuti. Ero partito con la calma di chi sa che a quell'ora non c'è traffico, col traghetto prenotato e con mezz'ora di comporto. Insomma, ero dotato di un senso di infallibilità che pochi avevano quel giorno d'inizio agosto.
E' una strana serata questa. Il vento di maestrale raffresca l'aria. Non so dove tu sia o cosa tu faccia. Non so più nemmeno, alla fine, chi posso essere io per te, se non qualcosa che somiglia a un libro di ricordi vecchi che hai messo su un remoto scaffale. Perché, in effetti, il tempo passa, inesorabile. I capelli si allungano, e non ho voglia di tagliarli. Mi viene da piangere sempre più spesso, per la mancanza di coraggio di chiederti come stai, come va adesso, se hai trovato amore. Il tempo passa: le nuove persone della mia vita sono lì che attendono come cagnolini di essere portate fuori, ma non lo faccio per paura. Perché ogni giorno, tu ci sei.
Attendevo che tu mi chiedessi come stavo e non so come mai io non riesco a non vivere ancorato al nostro passato, vecchio, finito, ma bellissimo amore, che per te poi non rappresenta lo stesso.
Avrei voglia di venire da te, adesso, e piangere tra le tue braccia.
Non ho voglia di vivere, stanotte, senza te.

lunedì 8 agosto 2011

Tempo di bilanci



“E quando fuori dalla tua finestra il cielo si fa più grigio... e quando dentro ai tuoi pensieri si insinua un senso di amarezza... e quando avverti una crescente mancanza di energia... e quando ti senti profondamente solo... ecco, quello è il giorno dell'appuntamento col bilancio della tua vita.”


E’ da un po’ di tempo che rifletto e, in modo lento e graduale, mi sono sentita quasi spontaneamente in dovere di trarre un bilancio della mia vita. Non uno in particolare, ma uno dei tanti, di quelli di fine anno, anche se spesso vengono redatti in modo distratto, più nell’amarezza o felicità di un momento che non tramite un’accademica disamina.

Improvvisamente ho avvertito un cambio di marcia, come se tutto il panorama intorno si fosse alterato. Coloro che venivano a portarmi il pane non passano più davanti alla mia porta, le mani non vengono più strette, niente favori, niente parole di conforto, niente di niente. Il mondo ha smesso di girare intorno a me. Questa strana sensazione mi incalza e lascia fluire vari interrogativi attraverso la mia mente. In qualche modo sento di aver esaurito ogni credito. Il cassetto delle cambiali che stava sotto al mio tavolo, sempre a portata di mano, appare adesso vuoto ed emette un suono sordo al tocco del ginocchio che, impaziente, ogni tanto lo urta.

C’era un tempo in cui tutto era da desiderare, in cui non si aspettava la famosa manna dal cielo ma si credeva che qualcosa, bene o male, in ogni caso sarebbe arrivato. Una proposta, una persona, un biglietto aereo.
Si siede in attesa dell’inaspettato giocando nel frattempo a scorgere segnali di quel cambiamento, con occhi da bambini: grandi e curiosi. E lo si sente, si sente sempre. E’ la sensazione di chi aspetta, di chi si sente confinato su una piattaforma instabile. Molte volte mi sono sentita come se tutto questo fosse solo temporaneo, come se da lì a poco sarebbe arrivata una svolta, anche non sapendo quale.

Forse siamo noi stessi ad accorgerci di quanto il presente sia precario o di quanto si voglia porre fine ad un frammento di vita troppo insoddisfacente. Perché fin quando non si giunge alla soddisfazione, sebbene non piena, si tende sempre a guardare più lontano del nostro orticello.
L’uomo è un essere dinamico, diventa sedentario quando non sa più dove andare, come se in quei pochi passi avesse già girato tutto il mondo.
Ed eccomi qua. Siedo ed un giorno come tanti altri mi accorgo di ciò che mai avrei notato. I cambiamenti nella vita a volte avvengono lentamente, come un’abitudine che pian piano si perde, senza sentirne la mancanza, senza saperne il perché. Come l’albero invecchia lentamente, perde le foglie una ad una, ma noi riusciamo a notarlo solo quando è completamente spoglio, ripensando a quando era forte e rigoglioso.

Non siamo acuti osservatori, spesso dobbiamo giungere al culmine prima di capire. Ma forse anche questo piccolo dettaglio porta con sé una goccia di bellezza. Chi di noi vorrebbe vedersi pian piano invecchiare? Nessuno, almeno spero.
Forse è meglio così: un giorno ti svegli e i tuoi capelli sono grigi, la tua pelle raggrinzita e le gambe più deboli. L’inconsapevolezza fa parte del percorso.

Quindi oggi mi sono svegliata e, come l’anziano in questione, mi sono guardata allo specchio interiore. Non mi manca più niente, non saprei cosa chiedere alla vita, non saprei cosa chiedere a me stessa. Certo, le piccole cose sono infinite, ma non sto certo a parlare di dettagli. E’ come se avessi finalmente realizzato un progetto lasciato sulla scrivania per troppo tempo, aggiungendo di tanto in tanto qualche segno di penna atto a completarlo. Non so più dove andare, non voglio più guardare oltre, non ne ho più bisogno. Sarà ora di restituire alla vita ogni singolo favore e stringere le mani di coloro che sono in attesa.
Finalmente vivo da protagonista.

domenica 7 agosto 2011

Takeoff

Quella mattina di giugno, mi balenò l'idea di concretizzare quella balzana idea che mi bussava da anni nelle pareti del cranio. Ero sempre stato appassionato di aerei, mi sono sempre interessato all'aviazione di linea e non della General Aviation. Primi di luglio e il noleggio, costosissimo, fissato da un aeroporto famoso per la general aviation.
Il Piper Seminole è lì, perché quando vuoi fare le cose le fai in grande, secondo me. Il viaggio d'andata verso l'aeroclub è stato piuttosto strano. Non ho scelto uno di quelli vicini a casa come Ampugnano, Firenze, Pisa, Tassignano, Grosseto e altri, ma sono andato in Emilia. Un bell'aeroporto, fiorente general aviation hub. Il Piper è lì, splendente, nonostante i 23 anni di vita. Un po' troppo elettrizzato dall'idea di volare avevo fatto i tornanti appenninici un po' troppo allegramente, pervaso dall'euforia che avrei, adesso, volato su un aereo tutto mio, un aereo noleggiato da me. Mi sarei seduto al posto del secondo pilota, pagando naturalmente tutto io ma non me ne importava niente, in quel momento. La pilota, 33 anni, giovane, decisa, vestita in modo sobrio e sportivo, mi attacca discorso, parliamo di aerei, di quanto è bello il Seminole che ci aspetta. Ed in effetti lo è. Due Lycoming turbocompressi da 180cv l'uno, ben 12 cilindri che rombano fino a 360km/h in volo, e la libertà che ti imprime lui con la sua bella linea, con la fascetta azzurra che corre lungo la fiancata, il suo muso che fa tanto anni 80, le sue eliche, il suo sguardo sornione che sa tanto di avventura. Ci guardiamo, parliamo, e siamo pronti. La bella carlinga si apre. Mi metto a sedere, a destra, nel posto del secondo pilota. Ray Ban aviator saldi addosso sugli occhi di entrambi. I due Lycoming prendono vita, a spese mie. Si accendono e le eliche girano. Ci allineiamo.Diamo tutta manetta, la sua mano sulla mia, e l'aereo con una spinta impressionante prende velocità, 80 nodi, il muso si alza e non siamo più sulla terra. Il rateo di salita è positivo, direzione Corsica. Parliamo e ci capiamo. Non siamo più sulla Terra, dove ci sono state lacrime, sangue e perdite di conoscenza, stiamo volando verso la Corsica. L'aereo alza il muso e noi lo seguiamo con il pensiero il suo andamento, per dire al mondo "noi siamo quassù (a caro prezzo) e i pensieri stanno a terra, provate ad acchiapparci". Giornata magica, per un attimo credevo di avere il comando dell'aereo. La mia pilota ride a ogni mia battuta, l'aereo atterra, dopo un'ora.
E i miei pensieri non ci sono stati. Mi getto in una dimensione nuova del motorismo mentre torno a casa. Ecco, la vera sensazione di libertà l'ho appena provata, da solo, e non ne posso più fare a meno. E alzo gli occhi e guardo il cielo, ed ogni volta cerco e trovo il mio Seminole, la mia bella pilota e una giornata che non potrò dimenticare. Che nessuno sa. E a settembre ci torno.

mercoledì 3 agosto 2011

Inattesa spensieratezza


C'era un'atmosfera di spensieratezza inattesa, in quel giorno di aprile. Il cielo stava per restituire il suo miglior tramonto. Sulla destra, la sagoma incredibilmente affascinante di Radicondoli era perentoriamente aggrappata alla sua collina. Ancora più a destra, la Val di Cecina con tutte le sue rughe intagliate dal sole, dalla pioggia di migliaia di anni, faceva da culla al sole che scendeva e che andava a riposarsi.
C'era un dettaglio di quel crepuscolo che mi faceva pensare che tutto il male fosse passato, ma non era così. C'era aria di vittoria contro il dolore lancinante e costante.
Quella spensieratezza era, capii solo dopo, una sensazione illusoria, perché in realtà ho compreso in questi mesi che c'è chi vince, alle volte immeritatamente, le battaglie che altri combattono con tutte le loro forze per mesi, anni, decenni.
Per un arcano motivo questo mondo è sbagliato, premia chi non è buono, e chi lo è deve accodarsi, prendere le cose e le persone di seconda scelta.
Il sole tramonta ma poi risorge: riesco a pensare di non aver mai avuto nessuno con cui dividere questo bello scenario sinora. Qualcuno che si emoziona davanti a questo strano, forse banale perché quotidiano, spettacolo naturale.
Uno spettacolo che può permettersi ogni imperfezione perché tanto ha la possibilità di ripetersi giorno dopo giorno. Il sole ha vinto.
La terra gli ruota intorno, come ho fatto per tanto tempo con te. E invece, qualcun altro ha vinto la battaglia che ho combattuto, con immense difficoltà.
Ma in fondo, senza l'amore, nella vita, dov'è la vittoria?
Lo cantava anche Sting, "There are non victories in all our histories, without love".
E quando sarà la mia vittoria? Quando? Me lo domando ogni giorno. Tanto è inutile vendicarsi, fare pazzie.
Avevo atteso, per lungo tempo, il tuo ritorno. Senza fare mosse eclatanti, senza prendere e andare a Roma come feci un tempo.
Alle cose, in effetti, si attribuisce un significato. Un anello è solo un pezzo di metallo con un nome inciso dentro. Un nome che il trascorrere del tempo ha fatto trapassare dalla tua mente. Un gesto che non ti piacque. Lo ricordo benissimo, il giardino degli aranci. Sembrò quasi che io mi fossi costruito ad arte quella realtà per riconquistarti, per guadagnare la tranquillità del "Sì, sono la tua ragazza" quando poi trattavasi di una buccia priva di polpa, una scatola vuota, un cartellone pubblicitario senza prodotto.
Per questo non mi sono mosso: forse anche io ero ancorato ad un'idea, a un pensiero. Ad un qualcosa che diveniva fissazione. Certo è che di strada con te ne avrei fatta. Tanta. E magari saremmo anche stati bene. Ma quando l'amore finisce le strade diventano larghe e piatte e non si arriva mai.
Svuotato dell'amore, ogni elemento cambia faccia, sostanza e forma.
E allora, "There are no victories, in all our history, without love".

Perfect landing

La chiamata del volo fu chiara e precisa, quel 28 agosto 2010. Io ero lì, in prima fila, agli imbarchi, da più di mezz'ora, per vincere la mia ansia di perdere gli aerei e allora giù di caffè, Corriere della Sera ecc....L'aereo bianco e rosso fischiava con l'Auxilary Power Unit che faceva da generatore, mentre il pullman portava 140 passeggeri verso l'A319 della Meridiana. Poco prima, con l'alba che sorgeva, il taxi mi stava portando all'aeroporto di Cagliari, lungo la SS425, con un autista che aveva una voglia di chiacchierare che moriva, quando io ancora non avevo acceso nemmeno mezzo neurone. Torno a casa da 15 giorni di vacanza fantastici, con gli amici a Villasimius. Giorni in cui ho ritrovato me stesso e l'amicizia di persone care. Avevo ridotto, sino ad allora, la loro amicizia, ad un mero rapporto di risate, condivisione, conoscenza...e invece no. Quando ero su quel pullman aeroportuale ero un'altra persona. Cosciente che agli amici si è vicino, come loro sono sempre stati a me. Ero stato cieco, sino a quel momento. Non avevo visto che avevo dei fratelli. Una persona nuova stava davvero salendo su quell'aereo, per un breve volo di un'oretta. Partenza ore 8:45. Alle 6:30 ero in aeroporto per il Check-in. Raffica di caffè, pastarelle, una puntatina in qualche negozio. Con una strana euforia. In quel viaggio avevo pensato. Molto. Avevo una storia a cui avevo dato una bella pugnalata, un mese prima. Sempre dopo questa pugnalata, mi sono accorto che stavo sbagliando in una maniera bestiale, e tutto il mese precedente mi ero dedicato all'attività di recupero della fiducia. E allora ci rifidavamo. Ero in Sardegna 15 giorni. Avevo capito che nei primi mesi di quella storia avevo ignorato dei segnali, avevo prestato poco ascolto a chi mi amava per davvero, prendendo vie strane, fughe dalla realtà per la paura di aprirsi e dire i problemi.
Il pullman aprì la porta. Avevo telefonato ai miei. Avevo telefonato alla mia metà che voleva avere notizie del mio arrivo. Ero tranquillo e rilassato, stranamente. Mi misi a sedere ed ero accanto ad una bellissima mamma 35enne con figlia che avevano, anche loro, una voglia di chiacchierare che morivano, come il tassista.
Tant'è, assecondiamola. L'aereo rullava e io, fregandomene del rumore di sottofondo delle hostess che ripetevano il ritornello delle dotazioni di sicurezza, le quattro uscite centrali se si ammara, il giubbotto di salvataggio, il sentiero luminoso perché noi non siamo l'Easyjet, siamo i figaccioni della Meridiana e abbiamo l'A319 iperaccessoriato con i sedili di pelle e i cerchi tamarri, e altri ammennicoli vari, guardavo fuori per vedere gli aereini, in un impeto puerile di curiosità, largamente velata dall'espressione quasi disinteressata, quando sobbalzai alla vista di uno Skymaster anni '60.
L'aereo, finito il rullaggio, decollato un turboelica della Luxair, diede tutta manetta, fece un bellissimo Steepclimb, virò verso est, sopra il mare, sopra Villasimius dove ero io. Si vedeva una bella raffica di maestrale che spazzava le coste mentre l'aereo saliva e gli orecchi si tappavano, e i pottaioni della Meridiana servivano il caffè, l'ennesimo, della mia mattinata. E non erano ancora le 9. Una strana euforia avvolgeva l'aereo che fluido andava verso Firenze. Avevo idea di arrivare a casa, riposarmi e correre verso Grosseto dopo pranzo, perché erano 15 giorni che non vedevo la mia amata. L'aereo iniziò la discesa verso Firenze, tirò indietro i motori e fece il solito brusco atterraggio dovuto alla pista corta. Accendo il cellulare, e mi arriva un messaggio "Sono qui, vai alla libreria Mondadori". Dentro la libreria, 2 occhi. 2 cuori. Un abbraccio. 160km fatti per me, di mattina presto. Non mi era mai capitato. Ero una persona felice. Letteralmente felice.
Ora posso dirlo, è passato quasi un anno. Ero la persona più felice della Terra, quando incrociai quegli occhi.
Avevo l'idea che ogni tempesta fosse passata, in tempo breve. Vabbè, non era così, lo sappiamo come è andata, l'ho scritto mille volte. Però la felicità so che sapore ha, ed è un qualcosa di stupendo. I soldi non fanno la felicità. In quel periodo ero squattrinato ma felice. Non importa se accantoni 30.000€ in un anno in un conto corrente senza rinunce. Non importa se ce la fai adesso a comprare casa, cambiare la macchina tutto insieme senza patemi d'animo. Non importa. Non è quello che conta. La felcità, una volta assaporata, è un qualcosa di cui non puoi fare a meno ma che capita così di rado. Forse quelli sono stati gli unici mesi (agosto e settembre 2010) in cui alla domanda "sei felice?" avrei risposto senza alcuna esitazione "sì".
Adesso tutto questo è passato. Altri aerei sono partiti, atterrati, l'aeroporto di Firenze è sempre lì, pure l'A319 della Meridiana è sempre lo stesso. Ma è come una cattedrale nel deserto per me. Un senso di vuoto mi pervade quando passo accanto all'aeroporto di Peretola, sull'autostrada. Sono decollato da lì mille volte. Ma mai è stato piacevole rientrare da una vacanza come quel giorno.
Adesso mi ritrovo con un silenzio sempre più assordante. Macchina, casa, persone. Silenzio. Tanto. C'è una strada lunga da percorrere. Credevo, sinceramente, fosse più breve, lo pensavo mentre affrontavo il MIO Appennino al ritorno da Mantova, con Chiara accanto sorridente dopo due giorni da leoni.
Giorni da leoni, adesso, non esistono più. Mi sono richiuso in quel guscio che credevo fosse stato spezzato. E allora, come fare? Continuo a camminare.

martedì 2 agosto 2011

Both sides of the same story - Perdersi.

C'è una storia che custodirò sempre nel cuore. C'è un momento che, nella mia vita, ha sancito un punto di svolta nel mio personale modo di pensare. E stavolta non c'è la SS223 a fare da contorno.
C'è una storia che le "versioni ufficiali" della mia vita raccontano distorta, con personaggi diversi, macchine diverse. I miei, ad esempio, non lo sanno. Mi sono inventato un fantomatico aperitivo con un amico per giustificare il ritardo.
15 aprile, Monza. Giacca scura, cravatta rosa. Abito stupendo. Fine di un lavoro eccezionale lì. Dal finestrino della Freccia del Bernina tornavo da Monza in Centrale, per correre a prendere il treno per tornare a Firenze. Avrei dovuto fare una corsa e così feci. Macchinetta fast, biglietto di prima classe, partenza 18:15, treno 9553. Accanto c'è il 9653, che va a Roma non stop. Salgo su quello, per errore. Il posto a me assegnato (sull'altro treno) è lì. Sembra il mio: "buonasera", saluto gli altri passeggeri dei quattro posti vicini. Il treno, col suo ronzio metallico, parte alla volta della sua meta di cui sono ignaro. Il Controllore mi dice con una certa nonchalance che ho sbagliato treno e che prima di Roma non si scende. La drammatica prospettiva che non ci siano treni per il ritorno mi impone di spiegare a casa il fatto che dormirò a Roma.
Ma invece no. Alzo il telefono, quel numero che può salvarmi la vita. "Ciao". "Ehm, senti, non è che potresti venire a ripescarmi a Roma?" "A Roma? Ma non eri a Milano?" "Storia lunga". Inizia da lì, senza esitazioni, l'accordo per Orte. E mentre il treno andava, la Lancia si muoveva verso Orte, verso il "recupero del sottoscritto bloccato". E nel frattempo si consumavano drammi torinesi, mentre appariva all'orizzonte lei, la mia salvavita. Pioveva, in quel giorno di aprile. Pioveva forte e l'A1 non finiva mai. Sosta carburante, sosta cena, breve, ripartire verso quello che sarà l'arrivo ad un orario strano, lungo e lontano.
I lampioni gialli dell'autostrada A1 lambivano il parabrezza della Lancia Ypsilon nera che procedeva a 140km/h, dove NON DOVEVA ESSERE, dove non dovevamo essere. L'arrivo a Firenze era previsto per le 2. Nel frattempo per il mio passato ancora allora presente si consumava un dramma a Torino, e mi arrivavano dei messaggi strani, stranissimi. Ilaria era lì accanto, che guidava e vedeva le mie facce totalmente interrogative. Ilaria era lì che mi stava salvando letteralmente la vita.
La macchina, col suo familiare rumore di crociera, che per troppe volte ho sentito, che tanto mi ricorda quella SS223, risale a 140km/h l'Italia, dove mi sono perso. Perso a lunga percorrenza, in un treno da cui non potevo scendere. E' così bello sapere che puoi contare su qualcuno che senza esitazione ti viene a salvare, pensavo. La macchina correva, ancora. Valdichiana, lassù ci sono tanti lampioni. Il cambio di pilota all'area di servizio è stato fatto rapidamente. Adesso sono io il secondo pilota che non vuole guidare e ho qualcuno che mi porta, e lo fa col sorriso. Che avventura che stiamo affrontando, che rimarrà il nostro piccolo segreto che porteremo nella tomba. Mi viene in mente l'ultima volta che percorsi con la macchina questo tratto. Era uno speranzoso e nebbioso rientro di dicembre, quando tutto pareva essere tornato per il verso giusto. Adesso sta tornando tutto per il verso giusto. Stiamo tornando a casa. La tappa Firenze-Colle sarà breve e arriverò a casa stanco ma felice.
Non l'avrebbe fatto nessuno per me questo favore. Non l'avrebbe fatto nemmeno chi diceva di amarmi. Nemmeno in casa mia. L'avrebbe fatto Federico, l'avrebbe fatto Giacomo ma sono su a Milano e Biella. E Orte è lontano.
Eppure sono qui, con te che mi hai letteralmente salvato, che hai fatto 300km per salvarmi la vita senza volere niente in cambio. Vedi che amicizia forte?
Per un attimo parve risuonare una musica nuova, nella Ypsilon turbodiesel, quella sera. Per un attimo parve che la via del recupero fosse spianata. E' sembrato quasi un crescendo, certo qualche volta sono inciampato. Poi Mantova e il buio, il "Tirare il freno d'emergenza".
Ma questa è un'altra storia, rispetto al salvataggio che mi ha fatto Ilaria quella sera. Ci guardavamo con sguardo complice, mentre lei guidava e mi teneva quella mano fredda che avevo, per la pioggia. Mi ha ripreso dove non dovevo essere, per un errore, proprio mio, a guardare, nella fretta, il numero del treno. La lenta risalita verso nord si sta trasformando in una delle serate più piacevoli di tutta la mia vita, di quei (quasi) 30 anni che erano lì, in agguato, pronti ad arrivare con il loro carico di riflessioni, obblighi, domande dagli altri ("quando ti sposi?" "ma non è l'ora di mettere la testa a posto?" "Sei un pinzo (colligiano per vecchio non sposato)"). E invece no. Prendiamo questa notte, questa pioggia, questa Ypsilon con le gomme un po' sgonfine (rigonfiate all'area di servizio Monte San Savino), questa musica, quei messaggi che arrivavano da Torino che mi facevano sentire un uomo che ce l'avrebbe fatta ad uscire dalla tempesta prima dell'altra parte, uno che ce l'avrebbe fatta a rimettere a posto le cose e a dare il 100%. Mi sbagliavo, in un senso o nell'altro. Ilaria è lì che mi sta salvando e non se ne accorge. Non avevo voglia di tornare a casa. Non avevo voglia di vivere, oggi. Fino alle 22:40, quando Ilaria compariva dal nulla che sovrastava Orte, a pescarmi sotto la tettoia di un distributore vicino alla stazione, col sollievo dei piedi, il sollievo dell'anima.
Oggi, Ilaria mi risalverebbe la vita. E io a lei. Perché queste cose legano, fortificano l'amicizia, la nostra amicizia nata come una storia strana che pochi capirebbero.
E allora custodirò nel cuore questa grandissima notte. Pazzia, strada, viaggio. Lenta risalita verso nord. Un apparente ritorno alla vita, che mi faceva sentire vivo, speranzoso di affrontare il tentativo di rivoluzione che mi balenava in testa e che, naturalmente, è rimasto lettera morta.

lunedì 1 agosto 2011

Mollare gli ormeggi

La nave partì, con l'inusuale traiettoria di chi sa che non deve fare tante manovre e di avere una marcia in più rispetto agli altri. Con una quasi inspiegabile velocità di manovra, tipica delle navi quasi nuove, l'Acheos salpò alla volta della sua meta. Lentuccio in crociera, veloce in porto. Al ritorno perché non gira ed ha due prue dà un quarto d'ora alle altre navi in servizio.
Molla gli ormeggi, e va. Dentro ha un bellissimo bar, una boutique di quelle vere. E' una nave bidirezionale ma veramente favolosa. Strano a dirsi, la nave in questione si muove con una sorprendente agilità.
L'agilità di una persona che molla gli ormeggi dal suo passato, con la spavalderia che dovrebbe contraddistinguere chi si libera del medesimo.
Il mio passato è morto. O meglio: quel passato è ancora vivo ma quella persona è morta. Non è più lei. E forse non stava bene con me proprio perché mancavano quei giochi che faceva con altre persone, che minano la fiducia e la felicità nella coppia, che distruggono la tranquillità.
Ecco, quella persona è morta. Con lei è morta l'idea che, forse, sotto quella cenere, covasse ancora qualcosa. E invece no. Dispiace sempre non sapere la verità.
Come Acheos che proseguì nell'alba la sua corsa, dovrei correre io. Oddio, in queste condizioni sono piuttosto inabilitato ma...gli ormeggi sono mollati. E non fa bene una cosa del genere. Ma prima o poi, se la nafta non finisce, ad un altro porto ci si arriva.
Alle volte, nella mia vita, ho finito la nafta in mezzo al mare, quando c'erano le tempeste. All'S.o.s. non rispondeva nessuno. E allora dovevo governare da solo questa nave in balia della corrente. Tante altre navi passavano e non si fermavano. Ecco. Fine. Speriamo di aver imboccato la via giusta, come a scomporre il passato e ricomporlo, ricostruendolo dopo la tempesta. Te, rottame incagliato su uno scoglio ma non ancora affondato, vieni recuperato da un rimorchiatore, trainato in porto, riparato, e poi sei pronto nuovamente a solcare i mari. Specialmente quello della vita.
Ma per fare questo, per arrivare al porto, si deve attraversare una brutta tempesta.
E dentro di me c'è un po' di tempesta ma c'è anche il porto con le sue luci.
Acheos arriva, non fa manovra, frutto della modernità. Apre la pancia e 140 macchine escono. La mia uguale. Grazie, Acheos, di essere entrato nei miei ricordi ed avermi fatto riflettere che il mare in tempesta fa sempre bene, quando si arriva in porto.
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