lunedì 31 ottobre 2011

Rientri tra testarde speranze

SS14 Triestina, 110km/h, ore 2.07 (con l'ora solare ristabilita da 7 minuti, quindi come se fossero le 3.07); rientro da una serata Leo piacevole, tra buon cibo, buona musica, labari che continuano a sparire (stavolta in grande stile) e ottimi amici ...ma, al di fuori di lì, ancora attese.

Attese che sembro testardamente a continuare a cercarmi da solo, guidato sempre da quell'idea, che non voglio chiamare in altri modi (anche per paura di farlo), irrazionale ed un po' folle; pazza e curiosa idea che continua ad inseguirmi nonostante tutto, pur essendo ormai conscio della probabilità di trovare altri muri per strada, anche se forse oramai procedo in modo più guardingo e spero di riuscire ad attutire eventuali altre botte.

Attese autoinflitte, come un pugnale piantato, che finché sta fermo non fa male ma che, ad ogni movimento, mi ricorda che è lì e che prima o poi, in un modo o in un altro, dovrò riuscire a togliere; idealmente con l'aiuto di un medico che rimargini la ferita piuttosto che da solo, lasciando una ferita aperta che cicatrizzerebbe male e non a breve; ma in fondo sono solo, sempre, e ancora, sogni.

Attese dovute a speranze un po' dolorosamente rinate; speranze testarde ed incomplete. Sogni che vanno e vengono a metà tra il possibile e l'impossibile, ancora legati al desiderio di vedere quel sedile da passeggero occupato, di fare da autista ad un passeggero che è al di là del muro che non riesco ad abbattere; quel muro che continuo a non capire se ho costruito io o meno.

E intanto continuo a rientrare lungo strade dritte e buie a notte fonda, solo con i miei sogni e le mie testarde speranze.

giovedì 27 ottobre 2011

Prove Speciali


Salita di Montemiccioli, 140km/h di quarta marcia. L'Eroica, col nuovo assetto, con la quindicina di cavalli ulteriormente aggiunti, pare non sentire le sconnessioni dell'asfalto che ci sono, pare non sentire niente, nemmeno la salita che ripida si inerpica su per questa collina.
Si appoggia negli interni delle chicane e sale su, sempre più forte, con qualche seghettamento sullo sterzo di troppo.
Mi butto in picchiata, la macchina decide di colpo di intraversarsi e lo fa, in effetti. Ma lo fa in modo leggero, riprendibile, e la colpa è del maledetto autobloccante che interviene troppo tardi, quando il pilota bravo ci ha già messo del suo raddrizzandola come si deve, come da corso di pilotaggio.
Si appoggia di nuovo all'esterno, come una donna che ti implora di continuare a sbatterla, e dà tutto in uscita di curva.
Ora sul rettilineo successivo, di 1,5km, siamo quasi a 200km/h e i cartelli "limite di 50". Mi sento di nuovo pilota.
Sembra quasi che mi stia chiedendo di esagerare, sempre più. E le mani avvolgono, saldamente alle 9:15, il volante di pelle come se fossi in Prova Speciale, mentre il piede destro scarica tutta la pressione sul pedale del freno, affidando all'impianto frenante tutta la maestria di rallentare un mezzo che sta percorrendo in due secondi la distanza di un campo di calcio. Ozzy Osbourne schitarra a cattivo verso il saltino di Castel San Gimignano.
La rossa lo sa che deve stare inchiodata lì. I led delle turbine rimappate sono lì che soffiano, corposi e paciosi, tutti belli pieni di quel rosso che fa tanto auto da corsa.
La macchia si alza, sbanda dritta verso la zanella. L'acceleratore sta giù e l'autobloccante sbadiglia, come sempre, e si sveglia tardi, tagliando la trazione quando non serve, quando le PzeroCorsa, efficientissime, ultraperformanti, trasmettono sull'asfalto il moto cattivo delle ruote, dei cavalli che vogliono galoppare.
A cosa serve tutto questo? Semplicemente, per un attimo, a sentirsi vivi. E realizzati.
Stupido? Non direi. Semplicemente, pilota.

Sogni smarriti lungo strade piovose

A27, 120 km/h, pioggia forte tra una galleria e l'altra; le Continental TS830 M+S appena rimontate compiono egregiamente il loro lavoro, alzando un nuvolone di acqua alle mie spalle, annebbiando un po' la vista a chi mi segue, così come nella vita do sempre un'immagine incompleta e sfuocata di chi io sia veramente; mi accompagnano, come sempre ultimamente, i passeggeri che non ho e le risposte che non ho, in questo solitario viaggio di ritorno alla realtà.


Tengo le mani saldamente sul volante per non farmi tradire dalle numerose pozze d'acqua sul manto stradale e dalle sporadiche raffiche di vento (oggi non prepotenti come altre volte) sugli alti viadotti la cui vista sul suolo sottostante è saggiamente coperta da alte barriere; la vita, in fondo, vale la pena viverla, anche da depressi; e mi rendo conto di quanto, in quei momenti, io abbia la mia vita, così come quella degli altri, nelle mie mani; una pistola carica a quattro ruote, pronta a sparare, con cui ogni tanto giochiamo ad un'ovattata ed indorata roulette russa per scaricare i nostri problemi nell'adrenalina del momento.

Mi lascio alle spalle (per il minor tempo possibile) il mio rifugio e mi rituffo, a mala voglia, nella vita e nelle delusioni di tutti i giorni, sempre ostentando un orientamento geografico che nulla ha a che vedere con l'ormai cronico disorientamento personale, figlio dei troppi obbiettivi mai raggiunti e di troppe mancate sorprese. Sempre in attesa di qualcosa che non accade e che sembro non aver più voglia di far accadere, non sapendo più da chi dipenda cosa; conto le ore e le giornate che mancano a qualsiasi cosa, pur di guardare avanti e di avere dei finti obbiettivi, visto che per quelli veri non riesco a porre neppure le basi per raggiungerli.

Forse continuo a scappare sempre e solo dalle mie responsabilità.

Sereno lontano ma visibile

Autostrada A12, 150km/h. La storia qualcuno la sa. Altri no, ma va bene lo stesso. Ci sono giorni in cui non riesco a smettere di pensare a domenica e mentre guido riesco a immaginare la mia immagine al volante, come fosse stata riflessa su uno specchio posto sul sedile di destra. La mia immagine sorridente mentre guido, mentre la strada scorre velocissima, le luci di Carrara svettano sulle Apuane e mi fanno pensare di nuovo ad un territorio inesplorato.
Sono stati giorni particolarissimi questi. Giorni in cui ho pressoché totalmente smesso di pensare al passato sinora così presente e pressante.
Ho pensato che un futuro esisteva, quando la macchina riprendeva, 2 giorni dopo, la via di casa e la prima goccia di pioggia si apriva a ventaglio, come fosse stata un fioricino sul parabrezza. Il vento la faceva dissolvere, salire verso l'alto, mentre percorrevo la SS2, a 100km/h.
Seven Nation Army accompagna l'Eroica verso la Valdelsa, nell'appoggio quasi sovrasterzante sotto Monteriggioni, pieno di forza, di voglia di correre a casa, di mettersi sotto le coperte sorridendo.
La superstrada non ho più voglia di farla.
Quando torno dal Tribunale di Siena spero sempre sia interrotta per passare dalla storica, panoramica Cassia.
Questo avviene perché adesso ho voglia di vivere col cuore e non più col cervello. Sì, vivere col cuore, finché la razionalità non interverà come un ESP a raddrizzarmi quando vado fuori strada.
Sembra quasi che le rivoluzioni arrivino quando meno te lo aspetti. Arrivano in una domenica in cui dovevi stare a casa. E sorprendentemente rimangono, e quantomeno ti lasciano un sapore buono, di futuro, e ti rendono, fortunatamente, consapevole dell'esistenza del famoso "dopo" che più e più volte avevo percepito ma mai come adesso. Un "dopo" in cui non si sente più silenzio. Un "dopo" in cui la vita sorride e che grazie agli amici, quelli che ci sono sempre, e che ti dispensano dalle incombenze quanto mai tristi, che guardare indietro ti impone.
Sono rivoluzioni che ti dispensano dal ricercare un passato che non verrà, o che, se tornerà, ne diverrà una fotocopia sbiadita solo per esclusiva mia responsabilità.
C'è aria di futuro, di obiettivi impensati, adesso. C'è la consapevolezza, in quest'ufficio, in questo motore, in questo abitacolo di meritare, forse, un navigatore come si deve.
Inizio a comprendere ciò che voglio e spero solo che questa serenità non sia dovuta ad uno stato variabile o ad un umore altalenante. Ma questa volta no. Sembra una serenità permanente. E' bastato parlarne. E dividere una strada insieme. Ora, sono libero e mi sento tale.
E non ho più voglia di sparare nel mucchio.
E non ho più voglia di esistere. Ma, banalmente, di vivere.
Sembra quasi che il tunnel si a giunto al termine, che conosca, adesso, la direzione, che sappia cosa dire e cosa fare. Ora sono pervaso dalla paura di rimettersi in gioco che è intrinseca nella mia natura, nella costante ricerca di conferme e, perché no, tento di combatterla e, forse sconfiggerla.
Sono pervaso dalla diffidenza tipica di chi, quelle conferme, le cerca sempre, di chi ha costruito un palazzo splendido su un terreno che regge poco ma non lo sapeva, e ora si ritrova a volere e chiedere un terreno solido ma col panorama stupendo, per riprendere mattone per mattone a costruire quel palazzo e a migliorarlo.
Spero che tutto questo duri, che la via che sto percorrendo in modo imperterrito dia i frutti sperati. Non ho fretta, stavolta. Non ho paura di sbagliare, stavolta.

martedì 25 ottobre 2011

Le domande di un autista solitario tra i suoi monti

Solo, nel mio eremo montano, in compagnia di una buona grappa dopo due giorni con altrettanti cari amici; nel pomeriggio iniziavo a sentire una sensazione di relax che da tempo non mi pervadeva; di certo la notte tranquilla, la cena impegnativa della sera prima e la buona compagnia hanno aiutato a sedare la confusione che monopolizzava la mia mente.

Bastano però poche ore di solitudine per tornare ai vecchi pensieri; forse la distanza non è abbastanza, questi 170km di strada che, tra gallerie nuove e nuove varianti, diventa sempre più dritta e veloce; forse non ho il coraggio di pulire veramente la testa perché in fondo ci credo ancora ...perché la mia vita è così piena di forse e di domande non risposte? Me le faccio solo io queste domande? O sono l'unico a pretendere delle risposte, qualunque esse siano?

Intanto rabbocco il bicchierino con la grappa, che oltre a scaldare il corpo (visto il periodo ci sono solo io nell'intero condominio - e qui è quasi inverno!) aiuta i pensieri confusi a prendere forma; in altri tempi avrei preso la macchina e sarei andato in cerca di un posto solitario e tranquillo, nel buio della notte (solitamente Passo Cibiana), ad ascoltare il lieve rumore del tempo che passa, fatto di fronde agitate dal vento e torrenti lontani, nel freddo (relativamente) pungente della prima neve, non distante da dove proprio ieri ho visto cervi e caprioli, discreti padroni del silenzio di questi boschi.

Per un attimo accarezzo l'idea di chiedere a qualcun altro cosa ci sia dietro al muro che da un paio di settimane mi accompagna, poi penso che forse è il caso di aspettare ancora. Provo allora a cercare un po' di conforto chiacchierando con chi ha dimostrato affinità di pensiero precedentemente ignote ...ed in tutto ciò trovo ancora un gran disorientamento; mi vedo incapace di seguire una direzione, probabilmente per la paura di trovare altri muri. E di sbatterci nuovamente contro.

lunedì 24 ottobre 2011

The journey is long and I feel (not) so bad

Autostrada A12, tratto costiero, 140km/h. L'autostrada, a quest'ora di domenica sera, è trafficatissima. Le macchine, con il loro sfanalìo lungo, ricordano che domani si lavora.
La Mito ha smesso di camminare sui tacchi a spillo, così scomodi, per mettersi degli stupendi stivali bassi, con un'impronta a terra favolosa. Sembra quasi una giornata perfetta. Un pomeriggio da spendere in due senza pensieri, con l'obiettivo di eliminare con la semplicità che ci contraddistingue (ma mai ostentata da entrambi).
E così nasce, cresce, si evolve, un pomeriggio in cui il sole splende, stranamente a fine ottobre, il mare è calmo anche se fa freddino, le barchette da lontano rientrano alle 17 nel porticciolo nascosto, così lontano da casa, così distante dai pensieri, e, per qualche ora, i cupi pensieri, le risposte non ricevute, i pianti che per mesi abbiamo fatto, sembrano un ricordo lontano di cui fare solo tesoro.
In lontananza, i residui di un temporale lontano sullaInserisci link Corsica (almeno credo), contrastano con i bassi raggi dell'ultimo sole che si infrangono, a quest'epoca pressoché innocui e non cattivi come d'estate, sulle rocce della costa ovest dell'isola di Palmaria.
Sguardi, risate, occhi azzurri, arancione dello spritz e il grigio scuro delle mie ruote nuove, così ostentate e poco sobrie.
Al ritorno gli Zero7 cantano "Destiny" e la strada è ancora lunga. A fine viaggio, il parziale segnava 211 km solo nel viaggio di ritorno.
C'è un'evoluzione dentro di noi, così uguali, così diversi, così feriti alla stessa maniera. C'è un'evoluzione del modo di pensare, di vedersi reciprocamente, dell'amicizia che diventa forte e vicina, dei cuori infranti che tra una risata e l'altra alla fine recepiscono la propria terapia del dolore.
C'è un nastro d'asfalto, una strada veloce, un pilota attento e una macchina ultraperformante.
Alzo gli occhi al cielo, prima della Bretella dietro Lucca ci sono cartelli che indicano, verso sud, una città ben conosciuta distante, da qui, 220km. Città ben conosciuta, ecco. A sud c'è anche Roma. Molto a sud, in questo mondo che non vuol saperne di morire, in quest'Italia che non vuole smettere di sognare, c'è qualcosa.
C'è qualcosa che ancora dentro di me prepotentemente irrompe nel viaggio solitario del ritorno, nell'ultima tappa senza qualcuno su cui sfogare l'eccessivo quantitativo di parole dietro cui si trincera la mia insicurezza, la ricerca costante di conferme e risposte.
Qualcuno l'ha capito. Qualcun altro no.
Dietro quella costante paura di rimanere solo nel deserto c'è una persona che spera ancora di arrivare in fondo, di vincere, di sorridere senza pensieri. C'è una pace di una inaspettatamente piacevole domenica. Una pace che ho avuto paura a confessare, un attimo di brivido che ho voluto occultare perché dico a me stesso che "...la strada è una...".
Ci sono risposte che non ho, come il nostro Costante ma Improduttivo, risposte che uno cerca ma non trova.
Come due persone sulla scogliera che, ormai distanti, si dicono "Se mi ami, buttati. Se mi ami, spingimi", e nessuno fa niente.
Conosco vie tracciate troppo facili, in effetti. Sono una persona che intende rinnovarsi, vivere di nuovo, ridere ancora. Ma non voglio farlo da solo. La felicità non esiste se non condivisa.
La felicità è lontana, adesso. Ma arriverà.

Le risposte che non ho

Cos'è che ci porta inevitabilmente ad andare a sbattere contro dei muri?

Inesperienza, istinti incontrollati... Magari con il tempo si può imparare a riconoscerli (così mi dice una cara amica - e ora come non mai voglio fidarmi dei miei amici), a curvare prima di andarci a sbattere o a frenare e attutire il colpo; di certo non come me che ci sono andato a sbattere di muso in piena velocità.


Imparare, imparare... come si fa ad imparare quando, ad un'immagine esterna che do di me fredda e controllata, corrisponde una volontà interiore altamente istintiva e libera, prigioniera del corpo stesso di cui fa parte. Lotta per venire fuori e farmi fare cose che non credevo possibili; pazzie... forse.

...e poi restano i dubbi! Era veramente un muro? C'erano una porta o una finestra che non ho visto e ho solo sbagliato a centrare l'obiettivo? Le certezze, per quanto crude siano, restano e vanno accettate; ma le domande senza risposta restano lì sospese in aria, senza un si, senza un no, senza neanche un forse, e la paura (perché la mia più grande certezza sembrano sempre essere le mie paure) è quella di tornare in futuro a sbattere la testa sullo stesso muro cercando una risposta.

A nulla quindi sembra servire, isolarsi nel mio eremo di tranquillità a cercare una pace che richiede dare una risposta a domande a cui doveva rispondere un'altra persona. A nulla serve chiedere le risposte a mille altre persone amiche che danno mille risposte diverse e che non placano, se non temporaneamente, l'agitazione per quelle risposte originali mai arrivate. Non serve la prima neve a Passo Cibiana affrontata con gli pneumatici invernali previdentemente montati, non serve una magnifica cena in una rusticissima trattoria della val zoldana... il pensiero la mattina dopo torna a quel muro e poi alla baita sullo Snjerak ed al vento del Sarek come possibile medicina.

Forse ora serve tornare a vivere come ho fatto a Settembre? O forse pensare ai cambiamenti che devo fare? A queste domande posso provare a rispondere io, ma credo che le risposte che non ho, come i passeggeri che non ho, continueranno a rimanermi a fianco, finché qualcosa non cambierà veramente.
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