martedì 14 maggio 2013

Oltre la maschera


Contro le insidie di questo mondo ci si difende come si può. Ma anche contro le insidie dell'amore, la bestiaccia nera che ci aiuta a star bene e male. Non ci si disincaglia facilmente. E allora si porta una maschera: lo dico in generale.
Beh, ci ho pensato quando internet sul tablet non faceva più a causa delle mie montagne e l'introspezione faceva capolino forzata dal veloce incedere del pullman e dal silenzio.
Capita a tutti. Qualcuno se la mette più bellina (non io), e si veste da persona orgoglionsa e a tratti superficiale.
Io mi vesto da persona forte quando non lo sono.
Parlo troppo, per riempire un silenzio che penetra dentro di me e alle volte fa anche male. Lo riempio connon so che tipo di rumore.
Me ne accorgo di divenire molesto. Me ne accorgo di essere una persona che non esprime a pieno il proprio potenziale, che non tollera grigi, per cui o bianco o nero, nero soprattutto di recente, come il mio umore.
Non è confortevole questa situazione, per niente. Non è confortevole quello che avviene in questo mondo, quando la paura prende il sopravvento e le persone stanno arrabbiate per mesi. 
Ma chi va oltre questa maschera sa trovare cosa c'è di vero dentro di me. Troppe volte le persone si sono innamorate dell'involucro. 

La realtà è che per quanto possa ostentare sbandierati intenti di svolta, pure veri, per quanto dica di essere andato oltre, e magari chissà ci sono pure andato, c'è sempre bisogno di disincagliarsi, di rientrare nella propria vita.
E per me è solo una, quella che mi porta nell'Emisfero nord, in un punto preciso, con Duetto o non Duetto, fidanzata o non fidanzata, vita vera o non vita vera.
Con te o senza di te.

lunedì 13 maggio 2013

La soglia dei 32


32. E' un bel numero, in effetti.
Negli scacchi, sono 32 i quadrati neri sulla scacchiera, i quadrati bianchi e il totale di pezzi (neri e bianchi) all'inizio del gioco.
Nella scala Fahrenheit, 32 sono i gradi a cui congela l'acqua al livello del mare.
32 sono i denti dell'essere umano adulto.
Come e quando ci ho pensato?
Contestualizziamo: Pullman Bologna-Poggibonsi. Waze indica 110km/h, tratto Appenninico dell'A1. La mia strada è qui sotto e ho delegato a qualcun altro il compito di riportarmi a casa.
L'autista schiaccia il pedale a fondo, e in formazione c'è pure un Setra serie 315 diretto a Perugia, immediatamente dietro a noi, ma non ha il minimo senso della traiettoria. Potrei andare a dirgli come fare quei curvoni. Ma questa, come sempre, è l'ennesima divagazione che tiro fuori dal mio cappello. Dispersivo.
Torno da un fine settimana in terra emiliana, in cui ci si diverte, si ride, e combatto con l'introspezione che mi porta al solito l'incedere preappenninico di questo pullman col mio nuovo tablet.
Si ride, si cammina, si scherza. Già un passo avanti.
Vai, pullmanaccio, portami a casa nel mezzo del diluvio.
Ah, dimenticavo, oltre a queste curiosità, 32 saranno presto i miei anni.
Il tablet suona Hide and Seek di Imogen Heap.
Non so perché, ma a Bologna ho visto che sempre meno gente si tiene per mano. Sempre meno gente dimostra reciprocamente affetto e tira dritto come un treno ad alta velocità, sospinta dall'egoismo.
C'è un senso palpabile di bianco e nero, e un sapore un tantino amaro mentre la canzone finisce e guardo la signorina bionda accanto a me, che mi ha rivelato di avere 25 anni e che quando mi sono messo a sedere mi ha pure dato del lei.
Non so come mai, nonostante i giorni splendidi, guardo un po' indietro, come mi è stato detto da chi inizia ad intendersi della mia testa bacata e disabitata.
L'obiettivo è adesso quello di riguardare il tempo perso, ricercando un qualche evento traumatico che sta scatendando tutto questo bollito misto dentro la mia testa.
Dopo due conti mi accorgo che ho perso ben 5/6 anni. Vado a chiedere il conto a chi me li ha portati via, in quei brutti periodi, oppure devo riguadagnarmeli?
Ecco, la soluzione per me è la seconda. Ne ho quasi 32 e forse è tardi, ma ho appena aperto un conto corrente per metterci i soldi per i viaggi da fare, che sono tanti. Altro che Duetto o BMW Z4.

Perfetto: sono quasi 32, sono un Avvocato, mi merito del lei dalla bionda, peraltro parecchio carina, seduta accanto a me sul pulman Bologna-Poggibonsi in una domenica sera come tante in cui si riflette sulle opportunità perdute in una vita
Ma questa non è vita. Me l'avevano detto che sarebbe stato un percorso duro, lungo e tortuoso, un po' come questo tratto appenninico dell'A1.
Ma tutto questo sforzo mi porterà a demolire questa sweeping insensitivity of this still life. 
32, come i Farenheit.
Ci siamo, ma non mi lamento. 
Mi chiedo che regalo vorrei.
Non il Duetto sopra menzionato, ma la felicità. Semplice e banale. Forse sin troppo, per pretenderla da chi non me la vuol dare.
Chi ha orecchie per intendere intenda. O faccia orecchie da mercante. In fondo, sempre di orecchie si tratta.
Ho la sensazione che sarà piuttosto amaro come compleanno. 
Eviterò di pensarci. 

venerdì 10 maggio 2013

Stimoli e pretese


Capita a volte che una persona si guardi dentro e che ostenti quella forza che non si ha. Si dà dall'esterno una sensazione di forza, indistruttibilità che poi non corrisponde al vero.
Forse mi è capitato sin troppo di farlo in passato.
Sono partito a tutto gas per un percorso, con l'entusiasmo di chi ha capito dove sbaglia e la voglia di riprendere a camminare per una via retta e non tortuosa.
Sono partito e mi vengono a consigliare di riportarmi su un momento felice, quello più felice che conosco.
Eccolo: Autostrada A22, 130km/h primi dell'anno 2012. Fiducia piena. Totale confidenza. Motore che non urla, la stradale che si scansa. Freddo. Il bus n.2 col biglietto a soli 60 centesimi, perché lassù si può.
Terme. Felicità. Felicità. Felicità.
La sensazione di aver vinto. Di aver trovato qualcuno di giusto.
Come tutte le belle cose stupende quella felicità finisce. E finisce pure presto.
Mi hanno detto di ripensarci, a dove voglio arrivare. Mi dà l'idea che sia un bell'impeto masochista. 
Finisce in un rovesciamento da parte mia di tutte le mie insicurezze su fondamenta che non ce la fanno a reggerle. Bel terremoto che hai causato almeno qui, caro pilota/Avv./innamorato non corrisposto.
L'innamoramento dura 180 giorni, come dice una Collega, Amica e blogger (grazie a metà della redazione di Eatmecousin!). Sarà condivisibile la cosa, però dopo le cose devon diventar facili. E non lo diventa mai per me.
Mi arrocchetto, mi contorco al ritmo delle mie idee e divento difficile, da principe azzurro con la spada spuntata a diavolo rosso incazzato come le mine senza motivi apparenti.
Bravo, Andrea.
Non ho pretese di scardinare equilibri vecchi. Non ce la faccio, perché la mia "pancia" sa bene cosa c'è e cosa ci sarà.
Mi riferisco a quella dimensione intima e sentimentale che tutti abbiamo, all'ultimo pensiero che abbiamo prima di andare a letto, all'idea di salire su un bus, un treno, o su una macchina ed andare via, prendere il largo con certi sistemi da innamorati veri.
Per ora non è così. Non lo sarà nemmeno, credo. Finirà un una bolla di sapone, in una spider due posti secchi e nel rinnovamento millantato e mai costruito, a colpi di Ray Ban Wayfarer, di quattrini volati in un cesso, di una sicurezza che non arriva, un po' come un treno locale di notte o l'intervento divino più volte richiesto.
La Missione, le cose eclatanti, le mosse per dimostrare il mio amore erano e sono frutto di una voglia di dimostrare qualcosa a me stesso in primis, ma soprattutto agli altri.
La paura di perdere una persona muove montagne, macchine, finisce treni di gomme, terribilmente inadatte agli Appennini d'inverno, come terribilmente inadatta è la Mito alle lunghe precorrenze, esattamente nel modo in cui inadatto sono io a percorrere un tratto di vita superiore a 180 giorni (ri-grazie Eatmecousin) senza intoppi.
Inadatto. Bell'aggettivo che mi descrive ora. Inadatto a vivere bene.
Self control: diventa un imperativo categorico da raggiungere, e una degna trincea che manifesto quando tutto fa male e di cui difetto nelle bischerate.
Ci arriverò. Sono partito bene.
In fondo, il dolore diventa sopportabile adesso. 
Devo dimostrare il self control nel gestire la mancanza, nel bastarmi.
Nel non accontentarmi.
Perché prima o poi tornerà chi se n'è andato, vedrà il nuovo (magari anche un Duetto in garage) e dirà che è bello questo nuovo.
Forse.
O forse no, si accontenterà delle abitudini che giustamente ha.
Non mi compete, adesso non devo e non posso ripensarci. Penso che dormo bene quando non ci penso. Settimana veramente riposante anche se distruttiva dal punto di vista lavorativo, la cartella "Caronte" di Dropbox più volte impegnata a ricevere atti scritti di notte.
Per questo non ci ho pensato e non ci devo pensare. Fino a che non sarà il momento opportuno. Opportunissimo.
E ora, a fondo.
Senza pretese ma con molti stimoli. In fondo sono io e resterò sempre io.

martedì 7 maggio 2013

Ripartenza (dietro la safety car)



Non guido oggi. Forse cammino ma ho poca voglia. Scrivo solo mail di lavoro, ma il resto non importa. Voglio stare a riflettere. Mi pare sia giunta l'ora di parlare di cose che non esistono
Ormai doveva andare così,  ha detto stamani l'amica comune Annarita, che di queste cose se ne intende. Doveva andare così perché in fondo non siamo pronti ad affrontare nuovamente questo insieme di emozioni contrastanti.
Ha vinto la rabbia, ha vinto la paura sul sentimento forte. 
Ho perso io, tanto per cambiare. Anzi, ha perso una parte di me, quella che non piace per nulla nemmeno a me, se devo proprio esser preciso.
In ogni caso, sono sempre stato bravissimo nelle ripartenze, per lo meno alla prima curva. Quando la safety car della vita se ne va, sono sempre stato uno che scattava in testa.
Sei in ballo, come un pilota legato con le cinture a 6 punti di attacco al sedile della tua macchina.
Il problema però è che non ci rimango nemmeno un minuto in testa.
Perdo pezzi per strada.
Perdo la calma e la fiducia in me stesso.
Perdo le persone che amo.
Riparto a tutto gas, anche a piedi.
E' il momento di affrontare quello che non ho avuto il coraggio di combattere sinora.
E forse, ricevo amore. L'amore di chi mi ha fatto notare tutto questo.
La safety car riparte.
E devo avviarmi alla vittoria.

lunedì 6 maggio 2013

Forse forse


Uno splendido weekend milanese pieno di momenti da ricordare, amici da incontrare dopo mesi di lontananza, vecchi sorrisi sempre nuovi e tanto relax.
Scendo dal frecciarossa che mi riporta a casa e mi sembra di respirare un'aria pesante (e pensare che Milano dovrebbe essere imbattibile!) e poi, presa forse da mille pensieri, decido di lasciarmi andare, di lasciare che per una volta la corazza che da alcuni anni a questa parte mi sono creata, cada; decido che voglio dare una possibilità anche ad altri che non siano sempre quei 4 punti fermi della mia bussola. 
Momenti piacevoli, tante chiacchiere, i saluti e risalgo sulla mia macchina con il triplo dei dubbi dell'andata.
E per l'ennesima volta mi ritrovo a fare i conti con la mia testa e con il mio cuore: cosa voglio? Chi voglio? Perche' sbaglio sempre i tempi? Alzo il volume della radio per cercare di annebbiare i pensieri già offuscati..
La cosa peggiore, in questo caso, è che dalla mia scelta dipendono le delusioni di altre persone, forse una in particolare che non lo meriterebbe, ma si sa: la vita è una ruota che gira, per tante volte sono stata male io e ora, purtroppo, tocca anche a me far soffrire... 
Forse scrivere mi aiuta a mettere insieme, come un puzzle, i pezzi. Forse.


venerdì 3 maggio 2013

Permanenze


Risalgo in treno, questa volta dopo parecchio tempo; così tanto che la destinazione non sembra più consueta, anche se in realtà è sempre la solita, la città dove sono cresciuto, dove restano alcuni dei legami più forti che ho imparato a riconoscere. Ma quanto difficile è esprimere e comunicare la forza di quei legami? Come tante altre cose, alla fine restano dentro. Certo, una volta non mi accorgevo di queste sensazioni, o forse le confondevo con altre.

Torno così, sempre con la mia relativa calma, a casa; ci torno nel mio classico posto 13B tra la rassicurante presenza di somiglianze non veritiere e bellezze acerbe; ci torno dopo aver festeggiato già tre volte con diverse persone del mio presente, seppur in modo sommesso, il passare degli ultimi dodici mesi; ci torno con poche speranze di incrociare tutte le persone del mio passato meno recente che speravo di riuscire a ritrovare in questi due giorni; ci torno con l'ansia per le prossime sfide e la consapevolezza di essere sempre in ritardo.

Ma la mente non è più da nessuna parte ora; non è a Milano, non è a Padova, non è in questo treno, ma neppure guarda completamente avanti alle possibili nuove mete del mio peregrinare; come se fossi sospeso in un limbo di possibilità e di dubbi, anche se in realtà dubbi non ce ne sono, e gli ultimi incontri di due settimane fa, tra una mozzarella e l'altra con la vista delle guglie del Duomo dietro una sottile pioggia che ben poco aveva di primaverile, hanno sicuramente contribuito a sfoltire qualsiasi nebbia offuscasse lo sguardo.

Ed in tutta questa confusione cerco di non fermarmi a guardare i raggi di sole che spuntano inattesi, sento note nuove, ascolto ritmi che non conoscevo e lascio le mie dita scorrere liberamente sui tasti bianchi e neri con una forza ed una passione che prima avevo sentito solo nelle corde vocali; mi manca però il microfono, dopo che l'assaggio teatrale di marzo e la mini performance di Sestri hanno riacceso la fame del palcoscenico lì davanti... ma non c'è solo la voce... mai dimenticherò quelle melodie che non finiscono di quella serata sul Naviglio di fronte a quei pochi ma buoni che hanno fatto da bellissimo contorno ad un importante battesimo.

Ma tutto resta transitorio, passeggero, volatile... certo, non le amicizie; e proprio ora che la scelta di una permanenza iniziava a sembrare non più così insensata, tutto si è rimesso in discussione.
Ma prima devo uscire da questo limbo... ancora qualche settimana...

giovedì 2 maggio 2013

Amore amaro (metafora alcolica)

Se uno apre Facebook, specialmente in corrispondenza di giorni di festa, non può che constatare la presenza di foto di coppie, tutte perfette, in giro per il monto. La dolcezza fa da padrona. Bravi, ragazzi! 
La realtà appare diversa da quel che è. Secondo me, in questo periodo tanti vivono solo per pubblicare la loro attività del momento, e non ne godono la reale essenza senza vincoli.
Difetto che ho anche io, a dire il vero. Mi sto disintossicando. Intanto questa è la prima cosa che mi riesce, ancorché piccola.
Ma l'amore non è dolce come lo dipingono i quadri, le foto, le smancerie che in questo preciso momento ritengo terribilmente rivoltanti di tante persone che ostentano quella sicurezza e quella indistruttibilità che una coppia non ha, e magari il mese dopo sbaraccano anche. 
Per me l'amore è amaro. E ad esser del tutto sincero, gli amari come l'Averna e il Ramazzotti non li ho mai amati, mi sono sempre dato al limoncello.
Amore amaro. Un bel semianagramma che fa muovere la mente. E' una locuzione utile, in ogni caso. L'amore amaro aiuta molto a maturare, è il sapore che ti porta in bocca che vuoi scacciare di continuo (magari anche a colpi del summenzionato limoncello) e quindi sei costretto a muoverti per fare il possibile per riavere il dolce. 
Se non è amaro non è amore o se non è amore non è amaro? Bah, dilemmi strani, da risolvere davanti a una Ichnusa da 66 e con un tubo di Pringles davanti.
In ogni caso,  l'amore amaro insegna. 
E fu così che imparai, lezione dopo lezione, molte cose, ancorché in terribile ritardo rispetto alla media delle persone. 
Ci sono arrivato tardissimo. Nonostante le mega tirate per strada. E la proverbiale falsa puntualità, perché parto sempre in costante ritardo e premo come un disperato. Povere turbine sotto sforzo.

E infatti, ci sono pure ripassato: SS223, 110km/h.
Fu qui che iniziò l'amaro, e la prima lezione imparata e tesaurizzata. Ora come ora, do una importanza marginalissima a quel periodo.
Però era amaro, che si alternava con un momento dolce. Alternato a sua volta con una bottiglia intera di amaro. Poi con uno zuccherino, poi con una bottiglia da 5 litri di amaro. Poi con una damigiana di amaro. Seguita dal mi sono rotto i coglioni, frase tipica del toscano centrale che si è stufato di bere l'amaro, specialmente quando gli piace il limoncello.
Seguita a sua volta da ci siamo rotti i coglioni, frase tipica di due toscani centrali che si sono stufati di sopportarsi a vicenda.
Lezione imparata, ovvero: la gestione è problematica. Sono problematico, lo so da me.  
Cerco di trattenermi alla prossima volta dichiarai quando l'amaro era all'apice e coinvolgeva tutte le papille gustative posteriori della mia lingua. E in effetti fu così quando dovetti ripartire.

Ripartiamo per l'altra strada dell'amaro (no, non è una guida turistica per chi vuole sbronzarsi): travolgente, appagante, bellissima. 
Un amore con una forza indistruttibile ad oggi. 
Strada esaltante e conosciuta, ovvero il tratto appenninico dell'A1, poi A13. Poi boh. Ri-boh. Non si vede nulla dall'uscita dell'autostrada, ma credo ci sia una città, oltre la nebbia. Non ne sono sicuro, ma c'è.
Comunque, nonostante l'inclemente costante umidità, un tempo ci si sparava a velocità aeronautica come ciechi nel buio.
Tutto questo, lo facevo per bere la crema di Limoncello. Sciaguattavo la bottiglia, con troppa forza e cattiveria, e nonostante quello la crema era buona, ottima. 
La migliore che avessi mai assaggiato, oserei dire.
Poi la bottiglia si è rotta i coglioni di essere sciaguattata (termine toscano per dire agitata). 
E allora è arrivata l'autocisterna di amaro. Sì è parcheggiata lì, davanti al mio cancello, e non se ne andava via. E' un'autocisterna di quelle grandi, da distributore.
E di recente ho bevuto l'autocisterna intera di amaro, e credevo fosse finita lì, credevo mi fosse data di nuovo la bottiglia di crema di limoncello.
Invece no. Arrivano autocisterne ancora più grosse piene di amaro.
Non ce l'ho fatta a berle tutte. Troppa amarezza alla fine non la reggo nemmeno io, ancorché responsabile di dover ingoiare l'amaro fino in fondo. .
E quindi, arrivano i conseguenti, quasi automatici, ringraziamenti. Saluti. Baci. 130 co-di-ci-sti-ca-men-te ri-gi-dis-si-mi km/h. Ciao amore. Ciao scemo. Ciao fava. Ciao bischero. Scusa ho sbagliato mi riprendi? Sì ma forse no. No ma forse sì. No ma forse se cambi...Sì ma no ma dai ma su ma che importa. No. Secco. Irrevocabile.
Game over, ciccio. E non c'è niente da bere, se non una birretta a cena, pure di quelle piccine, caso mai una grande facesse male visto che i miei vent'anni sono solo uno sbiadito ricordo.
E qui viene il punto focale della nostra ipoteticamente alcolica narrazione.
Sono io che ho sbagliato a far diventare la bottiglia di crema di limoncello un'autocisterna di amaro.
Però ora imparo, mi rimetto in carreggiata. Non posso farcela da solo, per questo mi attrezzo.
Perché in fondo il dolce mi piace, solo che alle volte la bischera tentazione di bere l'amaro mi prende sin troppo, e devo imparare a contenere questo.
Non so perché ma dopo la Paella che mi sono cucinato (non Buitoni, non Coop, ma autoprodotta), ho un retrogusto speziato che non vuole andare via.
Ci vorrebbe giusto un po' di crema di limoncello, ecco. 
Perché alle volte un po' di amaro serve, aiuta a migliorarsi.
Un po', appunto, non troppo.
Ma sto imparando anche questa lezione, molto più dura della precedente, visto anche il valore che attribuisco alla persona, a me stesso, ad una cavolo di Chiesa ottagonale o ad una più piccina. L'unica volta che l'ho mai pensato. 
Con amarezza riesco ad essere incisivo e ad uscirne fuori.
Lo faccio affinché il prossimo amore esista, e sia vero, non come tante coppie fintissime che si vedono passare nelle strade con un sorriso contratto e sfinito.
E che non sia così amaro.
Ma dolce.
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