venerdì 10 febbraio 2012

Orizzonti offuscati

Riprendo a scrivere di notte, con la musica in sottofondo, come ai vecchi tempi... ma quali vecchi tempi e vecchi tempi? Sono qui solo come un cane randagio ma per scelta, che fugge dalle proprie responsabilità e si aggrappa al minore dei mali, senza staccarsi dal suolo, con la paura di scalare i rami e andare a vedere l'azzurro del cielo sopra gli alberi; resto nella penombra, accontentandomi dei pochi raggi di sole ma lamentandomi poi delle ombre che offuscano la vista.

Procedo a tentoni, usando la strada come ormai l'unico terreno da cui raccogliere effimere, finte ed evanescenti soddisfazioni che durano il tempo di un sorpasso; finito il mio breve momento di gloria torno ad essere l'ultimo degli stronzi che cerca di arrogarsi diritti che non gli competono sottraendosi ai doveri della vita di ogni giorno, perché non ho mai imparato a risolvere i veri problemi, quelli del presente e del futuro; ed i problemi restano lì, non se ne vanno; fermentano ed iniziano a puzzare, fino a che l'aria diventa irrespirabile, fino a che i problemi sovrastano i sogni con i loro sensi di colpa, quando ormai è troppo tardi per fare qualsiasi cosa.


E continuo a rifiutare l'aiuto degli amici che mi vogliono aiutare, continuo ad affondare le mani in una depressione ormai cronica, a non vedere alcun cielo sopra le nuvole, a non trovare le soddisfazioni ed i cambiamenti che cerco; continuo ciecamente ad inseguire desideri impossibili in cerca di un'irraggiungibile pace interiore, preferendo, come sempre, affrontare la furia degli elementi naturali piuttosto di una conversazione. Continuo a sbattere; e ad accumulare ematomi, non cicatrici, che quando si riassorbono non lasciano alcuna traccia fisica delle botte; così non imparo.

È sempre la solita storia; ed io sono sempre il solito. Ed il cielo è grigio, e le nuvole non se ne vanno.

giovedì 9 febbraio 2012

Le parole che non ho

Quando lo voce non esce da sola devo affidarmi alle canzoni da cantare, non mie, per tirare fuori le parole che non ho; ci sono canzoni che scelgo e canzoni che non scelgo, che arrivano quasi per caso (o no?); e poi c'è la musica, quella che indipendentemente dalle parole arriva dritta dentro. Intanto passa per caso nelle cuffie una canzone (ovviamente triste) dei Rascal Flatts; come solito della musica country ci sono grandi speranze e grandi sogni, magari disattesi, ma ci sono.

E nel frattempo si aprono grandi finestre sul passato, generando inutili ed infantili tensioni temporanee, poi stemperate dall'adrenalina di note cantate che inizio pian piano a fare mie; note che un po' alla volta cambiano, ne arrivano di nuove; nuove note che il Velocissimo ma Inconcludente amico conosce, suo malgrado, molto bene, anche se per lui fanno ormai parte di un passato archiviato, rimasto dietro le colline, da cui imparare.


Ora, in un ennesimo tentativo disperato di rinnovamento, visto che strade e destinazioni non migliorano e le parole che non ho continuano a non uscire, inizierò a leggere nuove parole non mie, cambiando completamente genere letterario rispetto al passato, con il velato intento di rimettere in moto l'immaginazione e di riprendere a sognare aiutandomi con la fantasia di chi è riuscito a concretizzare un sogno; perché i sogni, quelli miei, è come se svanissero gradualmente giorno dopo giorno, assieme alle speranze di concretizzarli e di trovare una persona assieme a cui sognare.

Per non farmi mancare nulla, continuo nella mia immancabile propensione a prendere strade sbagliate sbattendo contro i muri; mentre l'autobus, quello giusto, il 47 per Kvikkjokk, che non sbaglia strada, non è ancora arrivato e sembra non arrivare mai.

mercoledì 8 febbraio 2012

La strada innevata

Il campanello suonò, in quel caldo pomeriggio di fine settembre. Suonò in un periodo in cui non ero più né il primo né l'unico, né avevo speranza di essere l'ultimo.
Ero stato sostituito nel cuore di chi ancora era sin troppo presente, da non meglio precisate ed inutili puntate nella zona rossa della vita.
Mi faceva strano pensare che chi dava un elevato valore assoluto a determinati aspetti ora si rifugiasse nell'effimero, nell'indefinito, nel volutamente sciapo e denigrasse l'amore inteso come forza, ma anche come sofferenza.
Il campanello, come dissi, suonò, ma non aprii. Feci finta di non essere in casa, nonostante l'Eroica fosse parcheggiata fuori, lungo il mio marciapiede, e se avesse avuto gli occhi avrebbe assistito a tutta l'ipotetica scena.
Adesso penso che tutta quella sofferenza, tutto quel sentirsi ultimi sia stato un passaggio obbligato, che conferiva una forza indiscussa alla mia vita: era la forza di sperare ancora, che non ho mai perso.
E così fu, nei mesi successivi: non smisi mai di sperare. Speravo però in un avvenimento diverso, ovvero il "rientro in porto" della felicità, e sbagliai anche a segliere obiettivi, e a forzare i tempi per le cose belle.
Poi, quando il momento sembrava essere poco propizio, in una nebbiosa, piovosa giornata in cui i chilometri si sprecavano e gli intrecci tra passato e futuro non esistevano più, irruppe qualcosa dentro di me.
Ci sono eventi in cui non riesci a staccare di dosso gli sguardi da una persona, che ti pare una fortezza ottagonale inespugnabile, e corri dall'altra parte della sala anche per fare 2 chiacchiere, per tentare di stabilire un feeling, in primis con te stesso, tentando di capire.
Nei viaggi di ritorno a piedi da quel tavolo rimanevo estasiato da quello che provavo: credevo di essere uno che sapeva di nuovo come si muove il sangue nelle vene, come si muove la vita all'interno dei cuori.
E così fu: lo percepivo la mattina successiva, quando non mi importava granché delle macchine bellissime che si trovavano al di sotto della stanza in cui si chiacchierava e quell'attrazione come una calamita mi portava sempre più vicino.
Passai il viaggio di ritorno stranamente ad ascoltare gli altri, e a rendermi conto che la vita riparte quando meno te lo aspetti.
E fu così che lanciai il sasso, e in una grigia sera, che diveniva sempre più scura, qualcosa irruppe dentro di me con una forza del tutto inaspettata: era qualcuno che si è piazzato nella parte più profonda del mio cuore, del mio cervello, della mia mente, a soffiare forte sulle nuvole che c'erano, mandandole via definitivamente, salendo lì, proprio al primo posto.
C'era il suono dell'inverno, il profumo della nebbia, lo sciaguattare degli pneumatici larghissimi sulla strada sempre più bagnata e una canzone che risuonava nell'abitacolo.
E al ritorno che non finiva mai, le mille domande non facevano male, ma anzi facevano bene, e fanno bene ancora oggi.
Oggi le strade sono innevate, e fuori sembra di essere in Siberia. Ma non avrò mai freddo, con te accanto.

martedì 7 febbraio 2012

Tornanti con poca neve

Qualche fiocco di gelida neve addobba, con il suo lento incedere discendente, i boschi al confine tra Cadore e Comelico, confine tra mondi reali e paralleli, mentre testo, sempre senza esagerare, la tenuta delle mie fide gomme invernali su quella fredda striscia d'asfalto con cui già si erano confrontate poche settimane prima. Allora era nuova, la strada, da scoprire; era una strada che portava verso conferme o smentite, verso impensate e prima solo acerbe amicizie, verso nuovi e spensierati mondi paralleli.


Questa volta la sensazione che mi accompagna è invece quella di un nostalgico ritorno, alla ricerca di memorie e di sensazioni che faccio fatica a ritrovare senza la giusta compagnia, alla ricerca di un'armonia che ogni volta dispero sempre più di riuscire a vedere, alla ricerca di amicizie che vanno e vengono con i loro influssi, alla ricerca di una stabilità emotiva sempre troppo lontana, alla ricerca di qualcosa di forte, qualcosa (o qualcuno?) per cui vivere.

Devo ripartire da dentro, da me, ma i contrasti sono sempre troppi; per ogni curva affrontata con le mani salde sul volante a controllare la traiettoria misurando il piede sull'acceleratore con l'adrenalina che sale corrisponde, con un ritardo di qualche secondo, un pensiero al costo degli pneumatici; ad ogni piccola salita corrisponde una brusca discesa che fa male. Un anno e mezzo di piccole salite e di regolari cadute, che continuano a demolire quanto ancora di me sia rimasto; autostima, convinzione, forza, salute (non solo fisica), umore.

Cerco, ma non trovo. Non qui; non ora.

venerdì 3 febbraio 2012

La propensione a prendere le strade sbagliate

Cammino ancora verso quelle luci che non conosco, lontane ed offuscate, ma continuo a farmi distrarre la vista da strade che più volte ho detto e pensato di non dover prendere; per non perdere la direzione, per non andare a sbattere contro nuovi muri, per non finire nella nebbia, per non farsi illusioni, per non minare ulteriormente la mia autostima (dovesse ancora essercene).
Allora perché sono di nuovo qui a tornare sui miei passi su un sentiero scosceso per cercare di recuperare la via che stavo seguendo? Perché questa propensione a seguire strade che so già che non vanno da nessuna parte e da cui poi è doloroso uscire?


Cerco di uscire dalla nebbia, piano, un passo alla volta, anche se quelle strade dai numeri nuovi e invitanti, nonostante i posti di blocco notturni a sorpresa (senza problemi... alla guida cerco di essere previdente, cosa che non mi riesce evidentemente altrove), nonostante i vecchi muri ormai ininfluenti, nonostante i lunghi dubbi, iniziavano a sembrare percorribili non solo come vie di passaggio.

Oppure sono all'inizio di un ponte pericolante e devo decidere se tornare indietro subito oppure provare ad attraversarlo, tenendo una corda agganciata indietro in modo da riuscire, anche in caso di crollo, per quanto con difficoltà e fatica, a tornare al punto di partenza, sperando che in quell'eventualità qualcuno mi tenga la corda tirata e mi eviti per quanto possibile lo strappo della caduta.

Un'asse alla volta, magari partendo da una piccolo angolo di meditazione da condividere.

giovedì 2 febbraio 2012

Pure little secret

La massa di aria fredda della Siberia che incombe sull'Italia sta minacciando di gelare tutto e tutti nei prossimi giorni; strade, binari, vetri, alberi, ...cuori...


Sarah McLachlan ha espresso, con la soave voce che la contraddistingue e le delicate note del suo pianoforte, un piccolo desiderio amoroso che non vuole rivelare per paura di esporsi, congelando tutto dentro, fino a credere di non riuscire più ad amare:
Dirty Little Secret by Sarah Mc Lachlan on GroovesharkCause I've relied on my illusions
To keep me warm at night
But I denied in my capacity to love
I am willing, to give up this fight
...e magari basterebbe poco per rompere quello strato di ghiaccio che si è formato attorno al cuore, riscaldarlo e farlo battere come desidererebbe; poco importa saper resistere col corpo al vento siberiano, alle raffiche da -30, quando poi basta una folata di aria gelida per intirizzire lo spirito. E allora si nasconde dietro inutili, razionali giustificazioni, buone solo per far finta di star meglio e navigare nel solito mare di rimpianti.

Un innocente abbraccio, le mani che si toccano... tutto lì. Ma resta tutto solo un sogno, un'illusione, un fuoco fatuo che non scalda e non dà fiducia; un ritornello che si ripete fino alla fine, fino a che diventa troppo tardi e nulla avrebbe più senso; fino a che viene a mancare la speranza e il sogno si aggiunge alla lunga lista di quelli rimasti nel famoso cassetto.

...ma di chi sto parlando? Di Sarah? ...oppure di me?

Il significato di una goccia e le risposte in essa contenute


SS223, 140km/h, direzione Siena, notte fonda di un anno fa preciso. L'Eroica, allora nuova, con 155 cavalli come appena nata, uscì dalla scia della macchina precedente e con un movimento sinuoso la sorpassò, e fu come una pratica archiviata, mentre scorreva il rettilineo in salita che immetteva prima della galleria di Pari.
C'era tensione, un anno fa. L'idea che quella via snervante potesse portare a un risultato era presente, ma aveva un che di illusorio. Non c'era più qualcosa di forte che si era creato, che si era trasformato in una sorta di morbo che attanagliava ogni parte del mio corpo e che gli conferiva adrenalina.
Allo stesso tempo, quel nugolo di sensazioni morbose alimentava un legame a doppio filo, esattamente identico: la stessa cosa che mi stava lentamente uccidendo dava vita. Sembra un paradosso, ma chi ha vissuto l'amore impossibile lo sa.
Autostrada A1, tratto appenninico, un anno esatto dopo a quel periodo la tensione non c'è.
Fortunatamente è del tutto svanita, lasciando il posto a un cuore che batte, ad un sangue che ricircola, che rivive. C'è solo tanta, tantissima strada da fare.
E c'è una lacrima, ma di quelle buone. Buona perché ho salutato chi volevo accanto tutta la settimana. E allora, mentre il nevischio inzia ad invadere l'autostrada a Rioveggio e svanisce a Pian del Voglio, l'Eroica, nettamente evoluta e meno acerba rispetto all'anno precedente, corre veloce a 130km/h verso casa, con la voglia di uscire da quel pericolo neve, e di arrivare a casa.
Quella lacrima ha un'essenza diversa dalle tante versate, che avevano un sapore velenoso: questa sa di vittoria, di gioia, di settimane che volano veloci come un A319 della Meridiana in volo verso la Sardegna.
Ci sono tante domande che stanno dietro a quella piccola e apparentemente insignificante goccia che scende, mentre la strada ci impone sempre di andare avanti. In primis, perché non ci sono arrivato prima?
Le risposte non sono mai facili da pronunciare, in questi casi.
Forse esiste una qualche congiunzione nelle linee delle nostre vite che ci ha portato a tutto questo, che ci ha portato ad essere quello che siamo, forgiati dalla sofferenza e dalle belle esperienze.
La lacrima alla fine è una goccia d'acqua e sta a noi conferirle un'essenza, un significato che può variare attraverso i nostri stati d'animo.
Mentre la macchina sorpassa i camion senza rallentare sui curvoni appenninici, gli Stone Sour con Through Glass mi ricordano quando acceleravo furiosamente con la forza della rabbia nell'estiva SS429 e tentavo di scappare in primis da me stesso, dalle mie paure e dalle mie convinzioni, un po' come una persona che si mette gli occhiali da sole di notte per non farsi guardare negli occhi, per nascoldere quello che realmente c'è dietro l'aspetto esterno.
Forse questa lacrima, versata per una partenza, costituisce essa stessa una risposta.
La risposta è che amo, adesso, nel modo più travolgente emozionalmente ma allo stesso tempo consapevole della costruzione di un futuro.
Ogni volta mi dico "...lo penserò per un altro minuto ancora, non può essere vero...", eppure questa forte, fortissima sensazione continua durante tutto il giorno, durante settimane, mesi...e si spera per sempre.
Largo alle lacrime quando ci si saluta, e largo, larghissimo, alla gioia quando, dopo pochi giorni, ci si rivede.
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