domenica 13 ottobre 2013

Domande di un altro mondo


Dove inizia la storia? Dove inizia la fantasia?
Dov'è la realtà e dove la vita diventa irreale?
"Look at the stars,
 Look how they shine for you..."
Pioggia sulla pelle, vento nei capelli; il fiume e le sue luci riflesse che mano a mano si spengono a contorno; le prime timide avvisaglie di freddo nell'Est asiatico; occhi veri e non che vedono, guardano ed immortalano due sorrisi, lasciandoli sempre più soli nel buio di una Shanghai ancora misteriosa nella sua mescolanza di culture e di epoche.

La musica, note sulle note, melodie senza stelle e stelle senza melodie. Sfide che si intrecciano in cerca di forze e di energie, di abbracci e passeggiate mano nella mano. "Perché così tanto tempo?" chiedono due occhi inquisitori, senza fretta. Inutile cercare di far uscire parole senza un filo logico; in fondo il silenzio è la risposta a quella stessa domanda.

Immagini, sensazioni, flash, bianchi, rossi e neri. Paure di un presente non chiaro e di un futuro ignoto; oggi qui, tra sette mesi chi lo sa? ...ed in fondo proprio ora devo decidere, o almeno dare una preferenza, verso uno o due dei miei sette possibili futuri. Risoluto, aggettivo che poco o mai mi si confà di fronte ad una decisione; fino all'ultimo momento, quando mi trovo a compiere le scelte più improbabili e seguirle a tutta forza.

Ora voglio provare ad esserlo, risoluto; salvo venir smentito all'ultimo come sempre... o no? "Next step: California?". Vediamo di togliere quest'ultimo punto di domanda e trasformarlo in punto esclamativo!

venerdì 27 settembre 2013

Non siamo

Circuito. Oggi ho sentito questa parola tre volte e tutte e tre le volte con significato diverso. Ma è mai possibile che non si riesca nemmeno ad essere chiari? E poi chi ha mai sentito parlare di “circuito” negli ultimi mesi? Accade che un bel giorno, una parola, si presenti alla tua porta come un vecchio amico che non vedevi da tempo e riemerga nella tua vita per qualche sprazzo di giornata. Poi sparisce. Persone… parole… ma che differenza c’è se poi riappaiono e scompaiono come viandanti in un mondo troppo stretto per non rivedersi? E non ho nemmeno idea del perché abbia iniziato un post, dopo così tanto tempo, parlando di una parola sentita troppe volte, troppo per caso. Ad ogni modo, so solo che di recente ho bevuto qualcosa di evidentemente troppo pesante per farmi ragionare lucidamente, sebbene sia stata una bella spinta alla scrittura, di nuovo. Non so perché mi trovi a scrivere in questo momento (tardo) della notte. Sento forse un peso che, da qualche tempo, incombe sulla mia coscienza, fermandomi, strattonandomi per la manica della camicia. “Hey! Dove vai? Ma sei sicura di volerci andare? Ah si? Beh almeno sei sicura di riuscirci?” Perché la risposta all’ultima domanda non si può mai veramente sapere… o almeno non in anticipo. E invece ecco quel moccioso, quel maledetto fanciullino pascoliano che mi ferma e mi si mette davanti baldo e sprezzante del rispetto altrui. E mi chiama, mi pone domande incerte, mi sospinge a riflettere… a dubitare!
Ma forse quel fanciullino qualche spunto di riflessione me lo ha dato, nella sua sfacciataggine.
Penso che troppo stesso sia caduta nel tremendo errore di giudicarmi in base alle etichette affibbiatemi dalla vita sociale: studi, acconciature classiche, vestiti poco sgargianti, faccia pulita, esperienze passate, risultati ottenuti per caso. Ma in realtà non sono niente di tutto ciò, ed  è proprio questo a spaventarmi. Non sono la persona intelligente che è uscita con il massimo dei voti, non sono la persona umile perché indossa un trucco leggero ed un taglio classico, non sono umile e moderata perché gli abiti che indosso comunicano sobrietà, non sono, non sono e non sono niente di tutto ciò che ho fatto, niente di tutto ciò che ho ottenuto. O se lo sono lo sono solo in parte.
Ma eccomi qua, illusa dalla stessa spiaggia d’oro su cui credevo di poter camminare agilmente, che credevo mia. Solo adesso mi accorgo di quanto sia difficile scontrarsi con la realtà, sentirsi inabili e dover imparare a ri-conoscersi, dopo così tanti anni impegnati a costruire un personaggio ad hoc, che soddisfi le nostre esigenze, ma che non è ciò che noi siamo. Eccomi qua, con la faccia sanguinante, poiché troppo spesso, ultimamente, l’ho sbattuta contro al muro. E non valgono le giustificazioni apposte sul momento, a cui in parte vorremmo credere. Noi non siamo quel che abbiamo voluto costruire, quel che abbiamo voluto credere, non siamo, non siamo e non siamo. E ora che lo sappiamo non stiamo certo meglio. Buonanotte.

lunedì 23 settembre 2013

Fiato corto (spin off, poi risparisco).



Conosco un paio di coppie che funzionano. Ma funzionano sul serio, nel senso che vedi due persone felici, che condividono tutto, dalle preoccupazioni per il conto in banca al tovagliolo a tavola, pur mantenendo le rispettive identità, amicizie, passioni. Sono persone che vedi felici anche quando l'altro non c'è, perché sono risolte e piene anche nei giorni d'assenza. Persone che si amano e che ridono molto, che vivono una vita insieme continuando a tifare l'uno per la vita dell'altro. Che non si sentono monche se l'altro non c'è, ma con un braccio in più se l'altro c'è. Io la felicità l'ho vista li'. Il resto, ossessioni, ansie, struggimenti, sono robe che hanno a che fare con l'affanno. E l'amore felice non s'affanna. L'amore felice respira lentamente, a pieni polmoni. Avrei dovuto capirlo, quando mi credevo felice col fiato corto.
Ecco, cito Selvaggia Lucarelli che sulla carta ha pienamente ragione. Ha ragione perché in ogni coppia  anche il singolo deve mantenere la propria indivdualità.
Nella vita sono sempre stato affannato nei rapporti d'amore. Forse perché ho dato tutto.
Tuttavia, a mio parere, c'è una ragione ben precisa. Venvo (e a tratti vengo ancor oggi) pervaso da un eccessivo senso di inadeguatezza. A tratti alterno una eccessiva autostima che è SOLO una trincea per nascondere il fatto che proprio la valutazione che ho di Andrea è pari a zero.
Non so il motivo per cui avviene questo, e per cui ho una costante necessità di essere tranquillizzato. 
Conosco le esigenze di chi ho accanto e, nonostante le sappia bene, alle volte perdo il controllo. O forse non l'ho mai avuto.
Provo a rimettere le cose a posto ogni volta. Mi affanno, in modo allucinante, per contemperare gli interessi della voglia di silenzio altrui e quello che passa, a velocità aeronautica nella mia povera testa che sono i seguenti: "Non sono adeguato", "Sono brutto", "Non la faccio ridere abbastanza", "Non è felice".
Me ne accorgo e non sono il solo, che magari tutto questo in parte non è vero.
La naturalezza è l'imperativo. Forse è più facile di quanto si pensi. 
Ma io sono un tipo avvolto da mostri.Cerco di allontanarli in ogni modo e ora sono meno pesanti, cattivi e ingombranti.
Sbaglio a chiedere conferme continue, comprensione, aiuto quando non è necessario e posso farcela da solo. 
Per dirla con un altro signore famoso:
Ognuno di noi ha i propri mostri, i propri fantasmi si possono chiamare ossessioni, paure, condizionamenti, senso di inadeguatezza, aspettative e chissà in quali altri modi ancora. Sappiamo, però, che sono vivi e sono il filtro attraverso cui chiunque matura la propria, personale visione del mondo. Credo di conoscere abbastanza bene i miei "mostri", mi fanno compagnia da tanto tempo.
Sul quaderno blu, in cui devo annotare gli stati di ansia, avrò qualcosa da scrivere stavolta.

venerdì 20 settembre 2013

La strada che porta lontano


Bund, vecchio quartiere coloniale di Shanghai, lungofiume che si affaccia su Pudong, il moderno quartiere finanziario di questa enorme e popolosa città dell'est asiatico, cresciuto (come altre parti della città) in tempi da record dal nulla. Una moltitudine di luci e colori accompagnano l'imbrunire riflettendosi sull'altrimenti monotono e monocromatico Huangpu durante una delle mie prime esplorazioni in questo nuovo mondo.

Da dove sono partito lo sapete, e la nostalgia c'è; nostalgia delle serate fuori con le parole che uscivano a ruota libera; nostalgia di tutti quegli amici che a Milano mi hanno fatto sentire a casa, che mi hanno regalato un nuovo presente, un luogo dove tornare, che ho lasciato nel migliore dei modi, senza rancori e senza rimorsi, senza scappare, intraprendendo una strada tutta mia.

Ora però, casa, è una fredda stanza d'albergo a più di novemila chilometri da quella precedente; e ci sono tante facce nuove che incrocio giorno dopo giorno, facce nuove che sto imparando a conoscere e con cui sto imparando anche a divertirmi, a ridere, a trovare nuove ispirazioni. Nuovi compagni di viaggio che, come me, hanno lasciato tutto e tutti per buttarsi in questa avventura, in questa sfida; ognuno con le proprie esperienze, le proprie caratteristiche e le proprie debolezze.

Forse faccio ancora fatica a trovare i miei spazi, nascondendo il mio bisogno di rimettere assieme i pezzi, di ripartire, di prendere le misure di questo nuovo mondo, di esplorarlo coi miei occhi, senza pensare sempre e solo agli obiettivi. Così resto al campus, questo pomeriggio, metto Eddie Vedder nelle cuffie e finisco di scrivere quanto avevo qui iniziato, prima di provare a capire se voglio pensare per qualche ora ancora alle tante cose da fare qui o trovare per una volta uno svago serale con una compagnia, come al solito, improvvisata.

Vedo la mia vita che cambia così come vedo cambiare quella di chi negli ultimi nove mesi ha voluto e saputo accettare ed accogliere i cambiamenti che sono scaturiti da un incontro casuale di ormai molti anni fa. Ma in fondo, le casualità, sono semplicemente delle opportunità; e questa opportunità, con tutte le sue evoluzioni e rivoluzioni, abbiamo voluto coglierla a cuore aperto.

lunedì 16 settembre 2013

Sospensione momentanea del Velocissimo ma inconcludente

Eh già: risospendo la scrittura per motivi di tempo e di felicità.
Il nostro buon Jim, il nostro Costante ma Improduttivo, la nostra Conservativa che arriva in fondo prenderanno il posto mio.
Grazie a tutti i lettori.

venerdì 13 settembre 2013

Avrei voluto viaggiare.


Cammino nella mia città anche stamani, non tanto per risparmiare carburante (cosa che poi non è nemmeno così male), ma perché mi piace. 
Non ho Facebook da aggeggiare nel cellulare, prevalente passatempo di tante passeggiate. Lo sto abbandonando lentamente perché gli eccessi fanno male. 
Rifletto, quindi, sulla mia vita passata e quella che vorrei avere in futuro. 
Inizio a credere che di strada ce ne sia ancora da fare e che il tempo ci sia ancora, con le forzature necessarie delle persone che lavorano sodo. 
Ecco che si materializzano, nel percorso stradale fatto di antiche pietre, posti e settimane da prendere. 
Londra, Parigi, gli Stati Uniti, la Cina ad esempio, sono tappe che mi mancano. Vorrei viverle ma a 32 anni pare impossibile starci più di pochi giorni.
E' inesorabilmente tardi.
Devo ringraziare chi, nel fiore dei miei venticinque anni, con la sua banalità e cattiveria mi impedì di partire. Devo ringraziare anche quel bischero di Andrea, che a suo tempo si fece fregare.
Ma in qualche modo devo rimediare. Ne ho una voglia estrema, totale, di vivere qualche nuova esperienza altrove.
Ho lasciato pure il cuore in alcune città, in cui, nonostante le urla di chi voleva vedere solo vetrine e ignorava la necessità di farsi una cultura, devo tornare. 
Devo, appunto, tornare per respirare e vedere cosa mi è mancato.
Guido io stavolta, da inespertissimo viaggiatore, perché la mia capacità di adattamento è sin troppo "Lionistica" ed eccessivamente improntata su inutili necessità.
Non ho mai detto che mi attira pure l'Africa, e tre settimane là mi farebbero bene.. 
Mancano all'appello città italiane, isole italiane.
Vuoti.
E alle volte non mi sento nemmeno amato, ma mi riferisco a me stesso.
Per anni non ho voluto bene ad Andrea. 
Riscontro che la capacità d'adattamento ad ogni situazione di chi ho accanto, rispetto alla mia, è paragonabile alle prestazioni di una Maserati in pista che si scozza con una Pandina a metano, che sono io appunto.
Alle volte credo che il non sentirmi, a tratti, amato come vorrei sia frutto di questa indipendenza eccessiva non mia che non potrò mai sovvertire se non col tempo e con la fiducia che deve nascere e crescere ogni giorno. 
Non riesco a capire alle volte, ogni segno lo interpreto male.
Sgolarmi è inutile ed ottiene l'effetto contrario. 
Probabilmente devo partire e capire. Probabilmente devo vivere quel pezzo di vita durato 5 anni che a causa della mia ansia preventiva e della gabbia in cui mi ero messo non ho vissuto.
Credo che in primis sia opportuno togliermi anche quella cronica abborracciata disorganizzazione che mi caratterizza, che viene mitigata sapientemente da chi lavora con me e per me. 
Credo sia ora di dare una svolta a quel che penso.
Avrei voluto è un condizionale che credo sia opportuno eliminare, in questo percorso di mutazione.
Si trasformerà in un posso. Ne sono certo.

martedì 10 settembre 2013

Quel che va stretto


Autostrada A13, 130km/h. E' notte su questa strada che conosco a menadito, prima tappa del lungo viaggio che al termine del fine settimana stupendo mi riporta a casa. Non guido io su questo nastro d'asfalto di 120km, ma sono passeggero della persona che mi sorregge nella vita.
Già, procede veloce questa vita.
E dal confronto nascono cose che non sono stato capace di dire, ovvero che a me dispiace non aver girato il mondo quando potevo, che avrei davvero voluto che la mia apertura mentale si fosse davvero forgiata fuori da questa città con la cinta muraria e il tredicesimo canto del Purgatorio di Dante. 
Già, mi va stretta.
Vedo Modena, con la gente simpatica, le cose da fare e abbrutisco al solo pensiero che in questa campagna che tutti i turisti amano ci sia gente chiusa e un po' di solitudine quando gli amici, quelli veri, hanno sbaraccato da qui cogliendo le loro occasioni.
Ho costruito, qua. Uno studio e una bella attività.
Ma sono confuso, avrei voglia di lasciare questo posto ma non ne ho la capacità, e forse è anche tardi.
Invidio il fratello padovano per il suo coraggio.
Lo invidio ancora.
Invidio la mia metà che ha girato quando poteva e si è stabilita altrove, ed ha fatto pure bene.
Invidio chi sa stare al passo coi tempi.
Ci proverò, anche se è tardi.
La responsabilità del mio nichilismo nell'andar via risiede probabilmente nelle persone che ho avuto accanto e nel tentativo eccessivo di crearmi qui, a casa, una possibilità redditiva di vivere dignitosamente.
Non avevo tenuto conto di qualche fattore, a suo tempo, e nello specifico dell'amore a distanza, quello che una solta volta nella vita, ovvero questa, ti farebbe muovere le montagne, e trasferire altrove.
Ma senza l'aiuto di nessuno non è possibile.
E allora come fare? Passo il tempo a studiare soluzioni ma nessuna pare soddisfacente.
Nel frattempo, ho voglia di cominciare a viaggiare sul serio. Ma non da solo.
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