venerdì 30 marzo 2012

Centosettantanove

Perché quest'inquietudine? Perché questa voglia di tornare a risalire quelle scale che non avrei voluto scendere? Perché questa ostinazione nel continuare questa traversata oceanica di bolina con il mare mosso ed il vento che va e viene? Perché questo continuo scontrarmi con le mie paure? Perché questa paura di sbagliare? Perché questo continuo sentirmi inadeguato alle situazioni, alle persone, alla vita? Perché questa mia ossessione con i numeri incompleti? Perché novantanove e non cento?

Restano ancora troppe cose da fare, troppe cose da dire, troppe parole rimaste dentro, troppi dubbi, troppe paure, troppi discorsi da completare; e c'è ancora tanta voglia di salire in macchina, partire e cantare a squarciagola, per distendere quelle tensioni che continuo a crearmi a causa di risposte che non arrivano perché ho paura a fare le domande. Rivoglio il sole, rivoglio le stelle, rivoglio quelle due ore e mezza di felicità, voglio fare altre pazzie... pazienza, devo avere pazienza... non mi è mai mancata, perché ora mi fa questi scherzi? Cosa è cambiato?

Eppure un po' alla volta sembra sistemarsi tutto, sembra che le cose e gli eventi convergano, ma ho ancora paura di andare a sbattere contro un muro, ed ora ho timore di finirci ad alta velocità e quasi senza protezioni. Allora alzo di nuovo il volume della musica per cercare di coprire ed assopire i miei pensieri, con qualche, seppur scarso, risultato; ma la mente corre sempre là, ripercorrendo al contrario quelle scale e quei binari che per due volte mi hanno riportato a casa col sorriso ma con tutti i dubbi ancora al loro posto.

mercoledì 28 marzo 2012

I binari la mattina presto

Frankenstein Frecciabianca delle 6.47, il fedele Trattore lasciato nel nuovo parcheggio 24h dietro la stazione; il cielo inizia a colorarsi, mentre la città è ancora per lo più addormentata, come parte dei passeggeri della carrozza 8; la musica dell'amico maestro pilota suona nelle orecchie (prima o poi mi deciderò a sistemare l'iPod e metterci anche la mia...), con Alanis Morissette che mi ricorda quanto la vita a volte possa essere ironicamente crudele nella sua totale indifferenza verso gli sforzi di noi poveri esseri umani.

Nel frattempo il panorama scorre al di là del finestrino; vedo il lago di Garda illuminato dai primi raggi di sole e mi viene in mente di non essermi mai accorto che si vedesse dal treno, ma oggi sono sulla fila di destra con lo sguardo rivolto indietro, in modo contemporaneamente uguale e contrario rispetto all'ultimo viaggio, quello odiato sulla carrozza sette, e ragionandoci un po' capisco che quella sembri effettivamente l'unica posizione da cui sia possibile vederlo dal treno.

Il sole si alza e mi segue per tutta la giornata, anche questa volta fin dopo il tramonto, tra incontri buffi e caratteristici di quella nuova città che, dopo diversi tentativi, da lunedì inizierà a diventarmi più familiare. Perché questa volta dei cambiamenti ci sono, sono veramente imminenti, e si sono palesati, per un ironico scherzo dell'indifferente destino che ci ostiniamo a combattere, in quella stessa data, il 27 marzo, che giusto un anno fa ha privato me e molti amici di un grande Maestro; ed è come se ci fosse un po' di lui in tutto ciò.

Quando alla fine il sole tramonta del tutto ridiscendo altre scale che non avrei voluto scendere e torno ai miei binari, al mio Frankenstein Frecciabianca, alla mia carrozza otto (non sono superstizioso, ma evidentemente alla carrozza sette devo stare antipatico), al mio Veneto che mi saluta facendomi rivedere il Lago di Garda (anche se nell'oscurità), alla mia città, al mio Trattore ...a casa. Una casa che evidentemente diverrà sempre meno materiale.

lunedì 26 marzo 2012

Tentativo disperato di recuperare i ritardi

Correva la stupidissima estate del 2011.
Di lato i campi erano appena stati trebbiati ed emanavano un odore così particolare, che penetrava dentro l'abitacolo dell'Eroica senza che io lo volessi.
C'era profumo di grano, quasi di pane tutto intorno alla Valdelsa, intorno alla schifosissima Statale 429.
Era l'estate di Give me Everything e Party Rock che venivano rimbalzate e propinate su tutte le radio, a tutte le ore, tutti i giorni.
L'Elba era bella, come sempre, con il mare smeraldino e le montagne alte che svettavano. La macchina correva veloce, anche troppo, tra le mie mani esperte di pilotaccio che pensava di rimettere a posto le cose, un giorno.
Un giorno, appunto.
C'era chi mi diceva "ti amo", e io rispondevo per mera cortesia.
Inizio a costruire corrispondenze, cose strane tra la mia vita e quella di Francesca, attuale compagna di vita.
Mi vengono strani parallelismi pesanti di quel periodo. Evito. Meglio.
E oggi vorrei andare in Chianti, ma sono ancora a piedi.
Il metrolift della mia città è lì che mi porta su al Baluardo, e solleva le mie velleità camminatorie.
Cammino e mi rendo conto di quanto sono in ritardo sugli altri. Belli sposati, con lavori solidi, e io invece rincorro chimere, i bollettini della cassa forense e la benzina che sale sempre più.
Sono in ritardo perché ho seguito il cuore, ho rincorso sogni, ho vissuto e vivo senza esistere. E me ne vanto anche, quando sembro agli occhi degli altri un eccentrico.
Invece di camminare corro dove gli altri vanno a passetto leggero.
Vanno a passetto leggero, gli altri, perché possono e io vado a 200km/h per le strade sapendo di essere in debito nei confronti di qualcuno, sapendo di essere lì pronto ad essere gettato fuori alla prima defaillance.
E' il duro compito di essere principi azzurri, di essere ancora in costruzione, un cantiere perenne. Sono colui che si insinua nei pensieri altrui e ne esce a velocità altissima, così come ne sono arrivato. Ci sono strade lunghe, che durano anni e sembra quasi di essere in gara.
E a tratti i pensieri si proiettano dove non devono, vanno veloci perché sanno di dover recuperare il ritardo. Eccomi, perenne ritardatario innamorato.

domenica 25 marzo 2012

Chasing cars


Di ritorno da un sabato in Kent, dal matrimonio di una giovanissima e ciccipucciosissima coppia di amici di un'amica. La ciccipucciosità si è chiaramente vista quando hanno aperto le danze, hai presente gli occhi a forma di cuore? Ecco. Mi fa sempre un po' strano il vedere miei coetanei, o ragazzi più giovani ancora come in questo caso, avere un lavoro stabile, progettare e costruire un qualcosa di duraturo nelle loro vite. Progettare. Questi tre mesi a Londra paradossalmente mi stanno dando una stabilità che non avevo da tempo, è da quando ero in Belgio in Erasmus che non stavo ferma nella stessa città per così tante settimane di seguito, e prima dell'Erasmus...solo il liceo.
Sono tornata a Londra stamattina, tanto per cambiare con un trolley in mano, e dopo due chiacchiere con un'amica, credo anche un po' per combattere questa sensazione di vita sospesa, ho deciso di farmi una bella camminata, la musica a tenermi compagnia. Amo in maniera viscerale Camden Town e il suo chiassoso e coloratissimo mercato. Tutta questa gente, i profumi dei cibi provenienti da ogni parte del mondo, i negozianti punk, i bar gestiti da ultrà vegani, la mescolanza di culture... mi fanno sentire viva. Questo randagismo in posti nuovi in fondo mi piace,  ma so - perchè lo so - che non è la mia priorità. Che ho un gran bisogno di un posto da chiamare e sentire di nuovo come "casa". Che questa precarietà di ogni aspetto della mia vita attuale non mi fa bene. Che voglio un posto stabile perchè cinque anni e mezzo di distanza non sono facili, e quando sei a Londra in una giornata di sole come oggi c'è una sola persona che vorresti davvero avere accanto più di ogni altra cosa e con cui vorresti romanticamente dividere la mega porzione di noodles alle verdure che ti sei appena presa.  Che vorrei permettermi più costanza nel canto, non dover cambiare una palestra a trimestre, avere i miei vestiti (e le mie scarpe... un sogno!) in un unico armadio. Immagino si tratti di trovare un punto di equilibrio tra la mia voglia di provare a fare il mio lavoro come dico io e sapermi fermare e dire no quando serve, cosa comunque non facile visto il mercato del lavoro - tutto - in questo periodo. Ma come si capisce quando ci si può finalmente fermare, anche solo per un po'?

If I lay here If I just lay here Would you lie with me and just forget the world?

giovedì 22 marzo 2012

Il Sole dietro le nubi

Sono sempre fermo su questa sedia, ma Time dei Pink Floyd in sottofondo mi fa viaggiare; mi fa viaggiare ad un pomeriggio di sole di poco meno di un mese fa, in una città a me ancora quasi sconosciuta, esplorata per buona parte in compagnia di un amico scoperto e rivalutato, che al momento opportuno mi ha lasciato continuare l'esplorazione in solitaria; ora mi chiedo se non ci fossero troppe novità in un colpo solo, se io sia capace di sopportare tutti i cambiamenti che sono nell'aria anche se ancora non ne vogliono sapere di arrivare.

Alzo il volume della musica per non sentire i miei pensieri, ma sono troppo forti, fanno un rumore insormontabile, e neppure il lungo ed incredibile assolo di Sorrow (nella versione live di Pulse) riesce nell'intento di domarli; mi accorgo di vivere una lunga battaglia contro me stesso per non commettere altre pazzie che farei ancora, di nuovo, ogni giorno, ma che ho paura porterebbero a peggiorare la situazione.

Ricordo il sole che iniziava a scaldare l'aria, la frenesia, la curiosità, un caffè al volo, una lunga passeggiata, le speranze che per una volta non sono state disattese, il sole che ha continuato a splendere anche diverse ore dopo il tramonto, anche sotto le stelle; ricordo le scale, che non avrei voluto scendere ma ho sceso e che avrei voluto risalire ma mi sono fermato a metà, i binari che non avrei voluto seguire, il parcheggio a cui non avrei voluto tornare e l'autostrada che non avrei voluto ripercorrere.

Sono qui e non vorrei essere qui, la testa di sicuro non lo è. E mi torna ancora in mente quel recente dialogo, idealmente in preparazione di un naufragio non ancora avvenuto, anche se la barca fa già acqua da tutte le parti:
"Non ce la faccio"
"Nemmeno io, consolati"
"Siamo spacciati"
"Fritti"
Una guerra tra poveri insicuri, destinati a soffrire.

mercoledì 21 marzo 2012

Impaziente e curiosa


Ed eccomi qua, la nuova arrivata. Sono Impaziente e Curiosa, ma anche un po' Ingenua, parecchio Testarda, Sognatrice a tempo pieno. Dottoranda, una vita col trolley sempre pronto. Momentaneamente a Londra. Mi hanno definita Non Convenzionale. Direi Ambiziosa ma a modo mio, cioè il cammino è più importante della meta e o ci arrivo col mio stile o tanti saluti e mi cerco un' altra strada, un altro viaggio. Logorroica con chi mi va, a volte Taciturna in maniera imbarazzante.
In un blog di piloti... beh, io mi sento un po' passeggera.
Almeno ogni tanto come mezzo potrei usare la Yaris di casa, ma preferisco, quelle rarissime volte che guido, la berlina un po' catorcio della mia dolce metà. Quelle rare volte che siamo nella stessa città, quelle ancor più rare volte che mi privo del privilegio del posto sulla destra, che mi dà modo di farmi delle lunghe chiacchierate, delle lunghissime cantate, delle ancor più lunghe pensate. Sono così abituata a essere quella che prende decisioni che quando viaggio mi piace abbandonarmi ed essere trasportata un po'. Amo distrarmi. I miei mezzi usuali di trasporto, nella mia filosofia da passeggera? Treno, aereo, pullman, autobus, gambe. Ecco, amo camminare, macinare chilometri senza accorgermene persa nei miei pensieri, sentendomi davvero padrona delle mie scelte di percorso, senza bagagliai da riempire o traffico da evitare, leggera che di più non si può.
Esplorare posti nuovi, scoprire, provare... sono le cose che mi fanno respirare. Sono ghiotta di nuovi stimoli, e cosa c'è di meglio di un nuovo Viaggio per ricaricarsi?

Principi azzurri on the run

SS541 Traversa Maremmana, 145km/h, direzione Pievescola. Non ho idea del perché questa strada si chiami così, sinceramente, visto che va da Gracciano alla Collonna di Montarrenti. Forse perché di lì, faticando altri 85km come dei disperati a trattenere le macchine per i curvoni della 73 di Ponente infestate di trattori, e di mietitrebbie insorpassabili d'estate si arriva a Follonica.
O forse perché rischiando la vita per altri 80km attraverso la lunga e pericolosissima 223 si arriva sempre sulla costa.
Tant'è che questo rettilineo di 22km è stato teatro di diversi tour. Via per l'Elba, fino al Capannino della Suvera per la via lunga, tortuosa e TREMENDAMENTE ESALTANTE di Montieri, scendendo per la strettissima 439 sotto Massa Marittima, e via verso Piombino e verso l'ora di nave consueta.
Non ho idea nemmeno del perché io vada così forte, sarà lo stato di agitazione permanente che mi ritrovo di recente, del tutto immotivato.
Su questa strada c'erano notti d'estate in cui procedevo dritto a soporiferi 120km/h a bordo prima dell'Ammiraglia (per Anita new entry del blog: Lancia Ypsilon Turbodiesel iperaccessoriata con tetto di vetro, e ogni genere di amenità presente sul listino) e poi dell'Eroica (la mia famosa Alfa Mito rossa Twinturbo da 195cv e 298Nm di coppia che rende piloti pure quelli che si sentono fermi ma in realtà non lo sono), in cui tutto pareva perduto.
La bella campagna toscana intorno, i 5 castelli che nel tratto Colonna di Montarrenti-Gracciano dell'Elsa fanno bella mostra di sé da secoli, gli odori del grano trebbiato, il profumo del verde riscaldato dal sole del giorno, non c'era più, non veniva più percepita.
Lo ricordo chiaramente. Erano i primi di luglio, e tornavo. Qualcuno era accanto a me nel tratto critico. Prontamente scesa in centro. 3km di Senese a tutto gas, ma veramente a tutto gas.
Mi trovavo ad adempiere all'ultimo incarico da addetto agli scambi giovanili del Distretto Leo.
Tornavo, sperando di non doverci andare più.
Finestrini aperti a dissetarmi di vento, come direbbe quell'ammasso di Botox di nome Baglioni.
Tutto intorno non c'era che il deserto. Il buio deserto che era dentro di me diventava un'immagine traslata all'esterno. Buio, nero. Alta velocità nel più totale silenzio. Il motore turbobenzina non aiutava. Avevo appena montato la seconda turbina.
Un silenzio che faceva male, nonostante la musica a "volume 30" della Mito rossa.
Non riuscivo a riempirlo, nemmeno quando scalavo in quarta al curvone prima del Capannino.
Scalavo, tiravo a 200 km/h sul rettilineo nel disperato tentativo di lasciare indietro le lacrime, cercavo di arrivare come un disperato prima che mi raggiungessero, ma inevitabilmente sembravano essere dotate di una Maserati.
Nel frattempo qualcuno si divertiva alle mie spalle, e io con la forza della rabbia arrivavo comunque, nonostante tutto, a casa vivo, intero, vegeto, ancorché triste.
Ci ripenso a quel rientro. Faccia a faccia, a 180km/h con una volpe la cui ora non era scoccata quel giorno. Nemmeno la mia. Sarebbe stato uno sfracello, oggettivamente.
I Kings of Leon risuonavano con una prepotenza inaudita nelle mie orecchie, ammorbavano la mia mente, azzeravano ogni percezione auditiva, inibivano i pensieri, ed impedivano la vista.
Ero l'ombra di me stesso, stavo male, malissimo, in primis con me stesso.
Nemmeno la soddisfazione di sorridere a qualcuno che mi odiava mi riportò un attimo di serenità che avrei meritato.
Avevo perso tutto il potenziale da osservatore che adesso sto mettendo a frutto.
Se ci penso, quando adesso attraverso la oggettivamente piatta pianura padana, mi soffermo molto ad osservare ogni piccolo particolare.
Tutte le volte che riparto da lassù, diretto qui in Italia centrale, guardo albe, colgo la bellezza dell'umidità riflessa nel rosa del mattino, faccio mio il Paese che nasce, cresce, vive, impreca, guida.
E non posso che essere felice di aver trovato questa serenità. Anche il deserto e una pianura hanno il sapore di vittoria, adesso.
site stats