lunedì 6 maggio 2013

Forse forse


Uno splendido weekend milanese pieno di momenti da ricordare, amici da incontrare dopo mesi di lontananza, vecchi sorrisi sempre nuovi e tanto relax.
Scendo dal frecciarossa che mi riporta a casa e mi sembra di respirare un'aria pesante (e pensare che Milano dovrebbe essere imbattibile!) e poi, presa forse da mille pensieri, decido di lasciarmi andare, di lasciare che per una volta la corazza che da alcuni anni a questa parte mi sono creata, cada; decido che voglio dare una possibilità anche ad altri che non siano sempre quei 4 punti fermi della mia bussola. 
Momenti piacevoli, tante chiacchiere, i saluti e risalgo sulla mia macchina con il triplo dei dubbi dell'andata.
E per l'ennesima volta mi ritrovo a fare i conti con la mia testa e con il mio cuore: cosa voglio? Chi voglio? Perche' sbaglio sempre i tempi? Alzo il volume della radio per cercare di annebbiare i pensieri già offuscati..
La cosa peggiore, in questo caso, è che dalla mia scelta dipendono le delusioni di altre persone, forse una in particolare che non lo meriterebbe, ma si sa: la vita è una ruota che gira, per tante volte sono stata male io e ora, purtroppo, tocca anche a me far soffrire... 
Forse scrivere mi aiuta a mettere insieme, come un puzzle, i pezzi. Forse.


venerdì 3 maggio 2013

Permanenze


Risalgo in treno, questa volta dopo parecchio tempo; così tanto che la destinazione non sembra più consueta, anche se in realtà è sempre la solita, la città dove sono cresciuto, dove restano alcuni dei legami più forti che ho imparato a riconoscere. Ma quanto difficile è esprimere e comunicare la forza di quei legami? Come tante altre cose, alla fine restano dentro. Certo, una volta non mi accorgevo di queste sensazioni, o forse le confondevo con altre.

Torno così, sempre con la mia relativa calma, a casa; ci torno nel mio classico posto 13B tra la rassicurante presenza di somiglianze non veritiere e bellezze acerbe; ci torno dopo aver festeggiato già tre volte con diverse persone del mio presente, seppur in modo sommesso, il passare degli ultimi dodici mesi; ci torno con poche speranze di incrociare tutte le persone del mio passato meno recente che speravo di riuscire a ritrovare in questi due giorni; ci torno con l'ansia per le prossime sfide e la consapevolezza di essere sempre in ritardo.

Ma la mente non è più da nessuna parte ora; non è a Milano, non è a Padova, non è in questo treno, ma neppure guarda completamente avanti alle possibili nuove mete del mio peregrinare; come se fossi sospeso in un limbo di possibilità e di dubbi, anche se in realtà dubbi non ce ne sono, e gli ultimi incontri di due settimane fa, tra una mozzarella e l'altra con la vista delle guglie del Duomo dietro una sottile pioggia che ben poco aveva di primaverile, hanno sicuramente contribuito a sfoltire qualsiasi nebbia offuscasse lo sguardo.

Ed in tutta questa confusione cerco di non fermarmi a guardare i raggi di sole che spuntano inattesi, sento note nuove, ascolto ritmi che non conoscevo e lascio le mie dita scorrere liberamente sui tasti bianchi e neri con una forza ed una passione che prima avevo sentito solo nelle corde vocali; mi manca però il microfono, dopo che l'assaggio teatrale di marzo e la mini performance di Sestri hanno riacceso la fame del palcoscenico lì davanti... ma non c'è solo la voce... mai dimenticherò quelle melodie che non finiscono di quella serata sul Naviglio di fronte a quei pochi ma buoni che hanno fatto da bellissimo contorno ad un importante battesimo.

Ma tutto resta transitorio, passeggero, volatile... certo, non le amicizie; e proprio ora che la scelta di una permanenza iniziava a sembrare non più così insensata, tutto si è rimesso in discussione.
Ma prima devo uscire da questo limbo... ancora qualche settimana...

giovedì 2 maggio 2013

Amore amaro (metafora alcolica)

Se uno apre Facebook, specialmente in corrispondenza di giorni di festa, non può che constatare la presenza di foto di coppie, tutte perfette, in giro per il monto. La dolcezza fa da padrona. Bravi, ragazzi! 
La realtà appare diversa da quel che è. Secondo me, in questo periodo tanti vivono solo per pubblicare la loro attività del momento, e non ne godono la reale essenza senza vincoli.
Difetto che ho anche io, a dire il vero. Mi sto disintossicando. Intanto questa è la prima cosa che mi riesce, ancorché piccola.
Ma l'amore non è dolce come lo dipingono i quadri, le foto, le smancerie che in questo preciso momento ritengo terribilmente rivoltanti di tante persone che ostentano quella sicurezza e quella indistruttibilità che una coppia non ha, e magari il mese dopo sbaraccano anche. 
Per me l'amore è amaro. E ad esser del tutto sincero, gli amari come l'Averna e il Ramazzotti non li ho mai amati, mi sono sempre dato al limoncello.
Amore amaro. Un bel semianagramma che fa muovere la mente. E' una locuzione utile, in ogni caso. L'amore amaro aiuta molto a maturare, è il sapore che ti porta in bocca che vuoi scacciare di continuo (magari anche a colpi del summenzionato limoncello) e quindi sei costretto a muoverti per fare il possibile per riavere il dolce. 
Se non è amaro non è amore o se non è amore non è amaro? Bah, dilemmi strani, da risolvere davanti a una Ichnusa da 66 e con un tubo di Pringles davanti.
In ogni caso,  l'amore amaro insegna. 
E fu così che imparai, lezione dopo lezione, molte cose, ancorché in terribile ritardo rispetto alla media delle persone. 
Ci sono arrivato tardissimo. Nonostante le mega tirate per strada. E la proverbiale falsa puntualità, perché parto sempre in costante ritardo e premo come un disperato. Povere turbine sotto sforzo.

E infatti, ci sono pure ripassato: SS223, 110km/h.
Fu qui che iniziò l'amaro, e la prima lezione imparata e tesaurizzata. Ora come ora, do una importanza marginalissima a quel periodo.
Però era amaro, che si alternava con un momento dolce. Alternato a sua volta con una bottiglia intera di amaro. Poi con uno zuccherino, poi con una bottiglia da 5 litri di amaro. Poi con una damigiana di amaro. Seguita dal mi sono rotto i coglioni, frase tipica del toscano centrale che si è stufato di bere l'amaro, specialmente quando gli piace il limoncello.
Seguita a sua volta da ci siamo rotti i coglioni, frase tipica di due toscani centrali che si sono stufati di sopportarsi a vicenda.
Lezione imparata, ovvero: la gestione è problematica. Sono problematico, lo so da me.  
Cerco di trattenermi alla prossima volta dichiarai quando l'amaro era all'apice e coinvolgeva tutte le papille gustative posteriori della mia lingua. E in effetti fu così quando dovetti ripartire.

Ripartiamo per l'altra strada dell'amaro (no, non è una guida turistica per chi vuole sbronzarsi): travolgente, appagante, bellissima. 
Un amore con una forza indistruttibile ad oggi. 
Strada esaltante e conosciuta, ovvero il tratto appenninico dell'A1, poi A13. Poi boh. Ri-boh. Non si vede nulla dall'uscita dell'autostrada, ma credo ci sia una città, oltre la nebbia. Non ne sono sicuro, ma c'è.
Comunque, nonostante l'inclemente costante umidità, un tempo ci si sparava a velocità aeronautica come ciechi nel buio.
Tutto questo, lo facevo per bere la crema di Limoncello. Sciaguattavo la bottiglia, con troppa forza e cattiveria, e nonostante quello la crema era buona, ottima. 
La migliore che avessi mai assaggiato, oserei dire.
Poi la bottiglia si è rotta i coglioni di essere sciaguattata (termine toscano per dire agitata). 
E allora è arrivata l'autocisterna di amaro. Sì è parcheggiata lì, davanti al mio cancello, e non se ne andava via. E' un'autocisterna di quelle grandi, da distributore.
E di recente ho bevuto l'autocisterna intera di amaro, e credevo fosse finita lì, credevo mi fosse data di nuovo la bottiglia di crema di limoncello.
Invece no. Arrivano autocisterne ancora più grosse piene di amaro.
Non ce l'ho fatta a berle tutte. Troppa amarezza alla fine non la reggo nemmeno io, ancorché responsabile di dover ingoiare l'amaro fino in fondo. .
E quindi, arrivano i conseguenti, quasi automatici, ringraziamenti. Saluti. Baci. 130 co-di-ci-sti-ca-men-te ri-gi-dis-si-mi km/h. Ciao amore. Ciao scemo. Ciao fava. Ciao bischero. Scusa ho sbagliato mi riprendi? Sì ma forse no. No ma forse sì. No ma forse se cambi...Sì ma no ma dai ma su ma che importa. No. Secco. Irrevocabile.
Game over, ciccio. E non c'è niente da bere, se non una birretta a cena, pure di quelle piccine, caso mai una grande facesse male visto che i miei vent'anni sono solo uno sbiadito ricordo.
E qui viene il punto focale della nostra ipoteticamente alcolica narrazione.
Sono io che ho sbagliato a far diventare la bottiglia di crema di limoncello un'autocisterna di amaro.
Però ora imparo, mi rimetto in carreggiata. Non posso farcela da solo, per questo mi attrezzo.
Perché in fondo il dolce mi piace, solo che alle volte la bischera tentazione di bere l'amaro mi prende sin troppo, e devo imparare a contenere questo.
Non so perché ma dopo la Paella che mi sono cucinato (non Buitoni, non Coop, ma autoprodotta), ho un retrogusto speziato che non vuole andare via.
Ci vorrebbe giusto un po' di crema di limoncello, ecco. 
Perché alle volte un po' di amaro serve, aiuta a migliorarsi.
Un po', appunto, non troppo.
Ma sto imparando anche questa lezione, molto più dura della precedente, visto anche il valore che attribuisco alla persona, a me stesso, ad una cavolo di Chiesa ottagonale o ad una più piccina. L'unica volta che l'ho mai pensato. 
Con amarezza riesco ad essere incisivo e ad uscirne fuori.
Lo faccio affinché il prossimo amore esista, e sia vero, non come tante coppie fintissime che si vedono passare nelle strade con un sorriso contratto e sfinito.
E che non sia così amaro.
Ma dolce.

lunedì 29 aprile 2013

Tenga il "resto", Avvocato.


Bar Italia, ore 10. Fame terribile e devastante.
E' un giorno di sole come tanti, qui nella mia bella città toscana.
Ci sono 20 gradi, e i soliti disoccupati nullafacenti in piazza. 
Ordino: "Mi incarta il bombolone piccino e quello grande, per piacere?".
"Sono €1,80". Do 5€.
"Tenga il resto, Avvocato".
Eh già, il resto. 
Fosse solo una questione di resti di monete, sorriderei nei miei soliti occhiali da poco raddrizzati dopo un bel tonfo in terra.
Invece è un nuovo giorno del resto della mia vita. Chissà quando è iniziato questo "resto". Io nemmeno me ne ero accorto, spronato a credere ancora in qualcosa di vecchio e nuovo allo stesso tempo da chissà cosa e chissà chi, e forse ci credevo solo io. Anzi, sicuramente ci credevo solo io.
Assume connotati strani, questo nuovo giorno. Non c'è niente di particolare rispetto a prima in effetti.
Tanto per cambiare, i pensieri brutti, infondati, sono sempre presenti nel quotidiano. Sono quelli sfiduciati che portano a controllare ogni mossa, a tentare nel modo malato di triangolare gli ipotetici spostamenti altrui, a pensare le cose peggiori che nemmeno lontanamente avvengono.
O forse sì. Magari avvengono. Magari equilibri persi si ristabiliscono. 
Ops, questi pensieri mi instradano sulla via sbagliata.
Ecco tutto quello che devo evitare, servito su un piatto di argento, ben individuato. Ho appena scoperto cosa c'è di nuovo in questo "resto": ho capito cosa c'è da eliminare. Il "come" rimane ancora un mistero, ma prima o poi si staglierà all'orizzonte la soluzione. Spero più prima che poi, a dire il vero.
Devo stare zitto per questo, comunque. 
Responsabilità ne ho abbastanza, anche se dalla mia sono tranqullissimo per aver tentato come un disperato di rimettere ogni tessera al suo posto. E' nella mancata accettazione della mia persona (e forse anche da parte mia nei confronti dell'altra) che ogni speranza si è infranta, o per lo meno ci siamo accorti del fatto che sulle speranze infrante c'era la muffa da tempo ormai immemorabile.
Nell'ottima dimostrazione di razionalità mi sono trovato faccia a faccia con qualcosa di strettamente personale da risolvere, da ricostruire, da  rimettere in sesto, inteso come modo di pensare. 
Fa quasi paura la situazione, sinceramente. E' una paura che la speranzia sia andata via del tutto.
Alla fine, ciò che tiene in vita un sentimento è proprio quella benedetta parola di cui tanti si riempiono la bocca, cioè la speranza che lo stesso si concretizzi. 
Per la mia modesta esperienza è andata così. 
L'ultima volta lo sappiamo tutti come è andata. Stavolta ho le stesse gomme di quella tirata un po' pazza, anche se ora sono un tantino logore sull'anteriore, visto che ritardo sempre a cambiarle, ma prima o poi mi devo decidere a farlo.
A cambiare, ecco. Cambiare le gomme, la musica. Cambiare me stesso.
Come finirà tutto questo? Nel modo più semplice di tutti. Nel nulla, nonostante magari riesca a raggiungere gli obiettivi sperati.
Alla fine ho persino ignorato la voglia di normalità che dentro di me risiedeva, per tutto questo tempo. La voglia di quel famoso banale silenzioso abbraccio senza preamboli, senza parole di troppo (soprattutto mie), senza ruote di pavone, con tanta naturalezza, senza doversi conquistare ogni giorno con affanni e fatica immane ogni "goccia" dell'amore che ti cade addosso.
Eppure l'amore, quello genuino esiste. Non è solo nella foto altrui di Facebook, me lo ricordo in modo preciso.
Ma dov'è? Dove si trova? Lo so dove si trovava ma lì si chiama amore impossibile, esattamente come quello tra Sandy e Rolando in Acqua e Sapone (chi non conosce questo film si astenga dal chiederlo).
E' giusto così. Niente cuori che battono, fino a nuovo ordine, fino a che non sono uscito "ricostruito" dall'officina di questo cervellaccio che mi porta a scacciare chiunque si piazzi nella mia vita e ci vorrebbe pure stare.
Eh vabbè, questa è la priorità. Bel passettino avanti, direi.
In effetti capitano momenti in cui non ho voglia di sentire nessuno, né di parlare con nessuno.
Sbagliato.
Per converso, in altri momenti avrei bisogno di un ipertrofico bombardamento di messaggi d'amore, amicizia, pure di insulti. Basterebbe ci fosse qualcosa, qualcuno, pronto a scattare a ogni mio ordine. Ne fanno le spese le persone vicine a me, che non so come facciano a non mandarmi in un posto buio ogni giorno.
Sbagliato pure questo.
In medio stat virtus. Sì, ma qual è questo mezzo? Dov'è?
Ecco cosa devo precisamente trovare. Il mezzo. Il giusto contemperamento e autocontrollo, perché la fiducia che non ho è in primis in me stesso.
Mi sono tenuto il resto. A questo punto me lo gioco come devo. 
Resto in cerca, ma non in modo affannoso, di quella dolcezza che da troppi mesi ormai non percepisco, non sento, di quella sintonia anima e core che solo una volta ho sentito (e che giustamente ha fatto la valigia). Ma non dispero. Tutto è possibile. 
Fine dei pensieri, spazio al frivolo.
Le paste comunque erano buone e la crema dolce al punto giusto.
Almeno lei.

venerdì 26 aprile 2013

Tentativi


SS2 Cassia, 100km/h. Come dice Federico, questa macchina ha un bel rombo. L'ho sempre saputo, e apprezzo il complimento. Grande motore, grandi freni. La strada la conosco come le mie tasche, memore di tante galoppate molto divertenti notturne.
Gli spiego come, se le do "'invito", l'assetto da me rifatto la fa scodare come quasi una trazione posteriore.
Siamo amici, noi. Fratelli. Stanchi e lavoratori.
Lui ha qualcosa che non dice, che io so bene. Una mancanza negli occhi, il difetto di qualcuno accanto, a mascherare quello che non ha e che vorrebbe, con la sua sicurezza ostentata esattametne come la mia, ma del tutto inesistente. Forse peggio di me.

Flashback. Attimi. Parole dure. Nel frattempo, il viaggio prosegue e la lontananza si fa spazio in me. Fisica e forse anche morale. Anzi, più morale che fisica a dire il vero. 
Un buon profumo di cibo, una bella vista, un bel panorama si fan spazio all'esterno, sulla strada di Chiusure, delle crete senesi, della Fiera del carciofo. Ed ho tanta fame, non solo di cibo. Ho fame di abbracci che risolvono problemi in un secondo, di sorrisi, di cose semplici e non complicate, di non avere paura pure io di dire qualcosa, di non ricevere muri e brutte espressioni, di sentirmi quello che è davvero al centro.  
Forse non sarà mai così, non lo sarà nella congiunzione astrale che porta a vedere solo il negativo in una persona che ha innumerevoli lati buoni, e per converso mi porta a vedere solo il buono in chi manifesta quelli cattivi.

Ci riflettevo giorni fa, quando ero a Firenze. 
Guardavo il locale dove io ed un amico mangiavamo. La primavera tentava disperatamente di farsi spazio tra le autostrade chiuse quella sera, tra i percorsi alternativi, tra le mezz'ore di pioggia incessanti e battenti, tra la gente che a Firenze urla, tra le persone lontane che sono diventate vicinissime e che non vedo comunque, tra la malinconia che questa stagione promette.
Lo vedo: avrei voluto condividere qualcosa con qualcuno ben preciso, quella ventata di pazzia che sarebbe il partire da Colle senza remore né paure per visitare un posto nuovo, senza dover chiedere a mamma, babbo, nonna. Avrei voluto condividere quella vicinanza che puoi avere anche nel più stupido ed anonimo martedì sera d'inverno quando sei giù, e non puoi avere perché ti ostini a correre per troppi km, innamorato perso di chissà cosa, chissà chi, con chissà quali risultati.
Manca, forse, quella fisica vicinanza che ti porta intenderti con uno sguardo, e a non cercare sempre il pelo nell'uovo per mettere in croce una persona, senza che alle volte se lo meriti. 
Il conto di questa mia mania, di queste pantomime, di queste ruote di pavone assurde lo pago, sempre più salato, con me stesso. Ogni giorno. Oggi di più, forse.

Ma tu chi sei, Andrea? Questa fu una domanda che mi venne posta quando ancora avevo nella mia vita un cattivo odore di freni surriscaldati, parecchi soldi di meno ma qualche sogno da coltivare, qualche speranza e forse qualche energia in più di adesso.
Quella persona non mi parla quasi più oggi, ma è un'altra storia. Terra bruciata con ragione totale agli altri. Modalità mostro accesa. 
Quella domanda la ignorai, come molte altre cose in quel periodo. Se non l'avessi messa nel cantone, forse oggi una risposta mi sarebbe tornata utile.
Per carità, a parte rari casi, la gestisco la situazione. 
Non è detto che non soffra, però. Non voglio far preoccupare nessuno, nemmeno chi si ingegna nel guardare dentro dove io non voglio e ho la parte piàù recondita dei miei imbarazzanti segreti.
Non guardateci, per favore, voi che siete fuori e tanto volete gettare solo benzine ad alto numero di ottani sul fuoco acceso e farmi bruciare più forte.
Le voci del cuore io le ascolto, in modo netto e preciso. L'ingratitudine forse mi circonda, ma è tipica di questi tempi moderni in cui i valori vanno ai maiali feroci, in cui la gente guarda Uomini e Donne e non legge più Dante, Petrarca e il Guinizzelli. 

La strada corre. E con essa i pensieri del mio addormentato navigatore. Il movimento della sua testa china sembra quasi assecondare le traiettorie dell'ultimo tratto di superstrada.
La misuca è quella dei Police, Every little thing she does is magic. E' mia, solo mia. Come questo dolore, sempre più lancinante quanto invisibile, che mi porto dentro ogni giorno di più, e per quanto io possa tentare di mettere tutto a posto dentro e fuori di me ricevo solo muri in cambio.
La canzone è bella, anzi, lo sarebbe. 
Sarebbe una bella dichiarazione d'amore, ogni minuscola cosa che fa lei è magica. Lo sarebbe, ancora una volta. O forse lo sarebbe per la prima volta, che poi forse sarebbe la stessa cosa. 
La gestisco la situazione. Non traspare molto all'osservatore distratto. Anzi, forse niente.  
La gestisco da fuori, non da dentro. Ma lascio perdere, in fondo questo dolore che non viene visto da chi non mi guarda negli occhi è utile per capire ancora una volta.
Forse è colpa mia e basta. Forse resto indietro. Mi fa male vedere persone molto meno brillanti di me, che si accontentano e sono felici. Ho il brutto vizio, tuttavia, di non accontentarmi. E un brutto carattere.
Non piango più, ho esaurito ogni lacrima per questa mia surreale situazione. Ma il dolore fa sempre più male nelle notti insonni, nei giorni stanchi e dal sapore amaro. Però la gestisco, tranquillamente.

Via Nova, via di casa. Non meglio precisata velocità.
Come ho detto all'inizio, invito la Mito in ingresso curva. Lei scoda. Riprendo il sovrasterzo come se fosse tutto calcolato, da buon pilota quale sono.
Mi compiaccio per l'assetto perfetto. 
Da solo. 
Almeno in questa cosa, del tutto inutile, sono riuscito.
Ma io, alla fine, chi sono?


mercoledì 3 aprile 2013

Terre confuse


Caro viaggiatore, tu sai che ci sono terre che attraversi, nei tuoi viaggi più che altro immaginari per assenza di compagni. 
Attraversi Regioni con l'autostrada e con i treni, vivi momenti di evoluzione del tutto tuoi e personali, nel silenzio della vettura. 
Ci sono compagni di viaggio che ti stimolano in effetti. Ce ne sono altri che ti conferiscono una sicurezza tale da poterti lasciar andare ed aprire te stesso per dare la parte più recondita di te, quella in cui nessuno è entrato mai. 
Capita, a volte, di richiudersi a riccio, arroccati nella indistruttibile, a tratti confortevole, logorrea inutile, nelle parole che non servono, nelle  maschere che non sti incarnano proprio. Ti butti via, caro viaggiatore, ora fermo a pensare cosa e come fare per uscire da una certa impasse del tutto recuperabile.
Tu, viaggiatore, non lo provi alle volte un senso di freddo ingiustificato, un po' di solitudine quando sei circondato dalle persone, quando vorresti invece correre via e viaggiare?
Non ti senti mai avvolto da una spirale da cui non sai uscire? 
La risposta è sì, in modo indiscusso e indiscutibile: dovresti viaggiare con chi ti fa stare bene eppure lo rifiuti, in favore di chissà che percorso in cui i sapori amari fanno da padroni.  
Caro Viaggiatore, tu che puoi cammina, adesso, lontano da quello che fa male, da quello che sembra buono ma che ti condanna a una serie epica di sorrisi un po' strani, velati da una foschia sopra la quale senti passare gli aerei daegli altri. 
Viaggiatore, guarda per bene cosa hai sopra la tua testa e sotto il sedere, alle bambole di cera che sorpassi ogni volta che procedi e scappi da tutto quello che il bel mondo ovattato può offrirti.
Benvenuto in quella della confusione, della convinzione ostentata ma forse poco credibile e ben riscontrabile, del "non sapere cosa dire", delle navi che attraccano nei moli sbagliati.
Benvenuto, Viaggiatore confuso.

lunedì 1 aprile 2013

Farcela



Pasquetta, stranamente bel tempo. E' piovuto a bestia, tranne ieri verso Siena.  Francesco e Marina ci invitanto tutti a pranzo, in una splendida cornice che conosco. Montaione è una delle località che preferisco: ci si arriva con mezz'ora di esaltazione automobilistica, di punti di corda, di uscite di curva con il motore urlante, passeggeri sballottati e annessi & connessi della mia bella Mito che non se ne vuole andare.
E vabbè. Cucino la brace. Cucino tutto. Mi diverto e sorrido. Mi sento a casa.
Di colpo l'annuncio. 
Marina va a vivere a Bruxelles, per amore.
Che bello. Che cosa bella l'amore, che abbatte e distrugge ogni barriera. Altro che tratto appenninico dell'A1, qui si tratta di gettare la propria vita e ripartire da zero in un altro posto. Si tratta di porre la propria vita nelle mani della persona che ami, con massima fiducia.
Davvero, sono commosso per voi. C'è vento di novità ovunque.
Amici vi voglio bene, davvero. Non nego che tutto questo mi porta a vivere un po' di invidia. 
Mai come oggi, volere è potere. E da un lato questo fa male, perché mi rende consapevole che sinora nessuno mi ha amato per come sono e si è messo in gioco per me. 200km non sono tanto.
Speriamo nel futuro. Se non altro, io mi butto con tutto me stesso come sempre.
E' la verità: nessuno nella mia vita, salvo pochi esempi, si è rimesso in gioco totalmente con me, andando contro le proprie convinzioni, le proprie abitudini. Chi ho avuto accanto è sempre stata egoista, orientata alla propria vita.
Chi ti ama viene da te e questo fine settimana ne ho avuto l'ennesima conferma, da Marina e Francesco.
Sono forse un po' invidioso, perché mi sono spessissimo mosso io senza avere un feedback adeguato. Non ho autostima perché è stata demolita di recente, non capisco come mai qualcuno apprezzi come sono, è così strano.
Eppure, forse, ho qualcosa da dare pure io, e non sono le cene o altro. Avrei qualcosa da dividere. Staremo a vedere.
Mi prende una stranissima sensazione, quando la malinconia ti prende nel traffico e prolunghi le canzoni che te la stimolano invece di toccare quel tasto sul volante che le smorzerebbe all'istante.
Cosa vorrei? Semplicemente sentire quella voglia di divider tutto che non ho mai percepito, senza le paure di amici, genitori, problemi vari e abitudini varie. Voglia di vivere, e basta.
Ma perché non è mai stata così? Perché in 31 anni quasi 32 nessuno ha voluto buttarsi su di me e con me nell'avventura della vita e nessuno mi ha mai detto "ti amo e ti seguo"? A partire da viaggi e avventure, forse il problema sono io: do troppo e ci sono, mi modello su chi è accanto.
Il primo errore da smorzare forse è questo.
Uno spiraglio si vede, forse. E ne sono contento. Ma ancora non sento quello che credevo fosse evidente. Lo aspetterò e combatterò ancora.
E comunque basta volerlo. In due.
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