venerdì 30 luglio 2021

Pensieri sospesi: l'implosione

In nessun luogo in particolare, ma probabilmente nel tunnel sotto Victoria Harbour.

L'Alexander-Dennis biancoverde della NewWorld fa quel che può ai comandi del "capitano" (come chiamano qui gli autisti dei double-decker) che, come abbastanza solito per le corse tardo-serali della compagnia isolana, non risparmia la pressione sul pedale di destra.

Io gioco col telefono; tentativo estremo di non pensare al presente; ed al futuro, ovviamente. Ma il futuro non c'è, nei miei pensieri; assente, non pervenuto. A quel punto meglio non pensarci. Ma non pensarci significa, qui ed ora, nascondere la testa sotto la sabbia, fare finta che tutto vada bene o, come più spesso capita, semplicemente non fare menzione della verità.

Ma anche evitare di pensare ai problemi, ed evitare di parlarne, ha un limite. Ed è al raggiungimento di quel limite che inizia l'implosione.

Inizia il vuoto; inizia la solitudine, quella vera e profonda.

Certo, non necessariamente solitudine fisica, ma solitudine emozionale. Tutto resta dentro; le persone che in un modo o nell'altro mi sono state vicine vengono allontanate, vuoi tramite silenzio ed isolamento, o menzogna. Che in fondo dire "...tutto bene. Te?" è un'abitudine. Non va mai tutto bene, almeno non per me, non ora.

Il risultato è sentirmi solo; unico conoscitore del dolore che provo ogni giorno; nessuna condivisione. Sto male, e sono il solo a saperlo.

Perché se mi guardo intorno vedo solo persone che non potrebbero avere alcun interesse al mio stato emozionale. Oppure persone che già hanno provato ad aiutarmi, ma senza successo, e non me la sento di dire che ho bisogno di nuovo di aiuto. Oppure persone che si preoccupano per me e verrebbero turbate dal conoscere il vero stato delle cose. Oppure persone che hanno già il loro bagaglio di problemi di ogni giorno da risolvere, a cui di certo non gioverebbe dover pensare anche ai problemi di qualcun altro.

E allora via, a mentire. A far finta. A piangere da solo su una panchina, o nelle ultime file di un autobus semivuoto. A pensare a come anche farla finita sarebbe solo una fonte di problemi per persone che non hanno bisogno di ulteriori problemi da risolvere.

E allora l'unica soluzione resta vivere, in un angolo, continuando a soffrire in silenzio; senza sogni e senza speranze. Giorno dopo giorno, una giostra senza fine. Una lunga attesa, del momento in cui la solitudine ed il silenzio non saranno più un problema.

martedì 1 giugno 2021

Il 40esimo 4 giugno.

 


26 maggio del secondo anno pandemico, Raccordo Autostradale Firenze Siena, 120km/h, Svincolo di Impruneta. La sfanalata dei quattro fari a led della Porsche di Sandra entra, prepotentemente come è entrata lei nella mia vita, nell'abitacolo dell'Enterprise.
La telefonata era arrivata poco prima, con la semplicità di linguaggio che lei ha quando si sente (raramente nel mondo, spesso con me) a suo agio, simile a quella di un lavoratore portuale di Livorno. Eppure, è una delle donne più belle che conosco, che potrebbe sfoderare l'eleganza che ha in ogni situazione.
E invece: "Fava a che punto sei del ritorno? Si mangia insieme?". Avevo mangiato qualcosa a Padova, ma non potevo resistere.
Vengo da Portogruaro, patria della mia ex moglie. Ho alle spalle 800km di autostrada, dopo una notte pressoché insonne, 90€ di autostrada pagati e una giornata che distruggerebbe chiunque, ma non me. Ah, giusto: nel frattempo ho divorziato.
Non mi distrugge la guida, non mi distrugge niente del genere.
La risata spontanea travolge tutte le fatiche del giorno, una volta seduti a cena. Lei ha questa grande capacità: coi suoi occhioni azzurri mi guarda, coperta dalla mascherina dei Rolling Stones, e mi fa capire che, nonostante le apparenze, il mondo è semplice. E' stata il faro degli ultimi mesi di mare in tempesta, ma forse ancora non conosce la sua importanza. Lei stessa, nell'aspetto, non è semplice. Questa "costruzione" estetica e di un personaggio contrasta fortemente col suo carattere, che è semplice, diretto, immediato, come poche persone sanno fare. Non ha ancora fatto i conti con questo, e non sarò io a farglieli fare.
La sua bellezza estetica è niente in confronto a quella che porta dentro e riserva a pochi. E gliene sono grato.
Quella sera ci siamo abbracciati, e fu la prima volta: abbiamo rifiutato da sempre ogni contatto fisico in nome dell'amicizia ed è giusto e naturale così, perché è un modo per darsi ancora di più.
SS223, 120km/h.
Rientro dal Tribunale di Grosseto. Sandra è lontana. Chi ho accanto sta effettivamente comprendendo che siamo al preludio della fine del gioco, e che la fine del gioco non farà male. Per lei, la vita tornerà in "Posizione di equilibrio". Per me, come sempre, sarà il solito caos, la solita percorrenza delle strade in salita per arrivare a qualcosa che poi mi stufa.
Guardo la data e vedo che tra pochi giorni è il 4 giugno. Il 40esimo 4 giugno.
E allora mi domando che regalo vorrei per i 40 anni.
Non voglio oggetti, anche se i miei geniori mi faranno il solito regalo,  salvo poi doverli aiutare economicamente.
Non voglio niente del genere.  Non voglio nemmeno chi ho accanto come regalo, che sappiamo avere anche lei la testa altrove.
Vorrei l'abbraccio di Sandra, che mi fa sentire a casa, vorrei la chiamata di Giulia, che mi dice "ci sono".
Vorrei la donna della mia vita che si sveglia, spezza le sue risalenti catene, e spazza via ogni dubbio nei miei confronti. Vorrei un piacevole inaspettato che ad oggi non ho.
Vorrei la pazienza che non ho per recuperare quello che non posso ad oggi avere.
Vorrei smettere di lottare col mio aspetto fisico che mi fa schifo dagli anni
Ecco, vorrei pace. Pace.
Tutto questo per mia natura e per il mio carattere è impossibile. Tutto questo non è facile da ottenere.
E allora, buon compleanno, senza bilanci.

venerdì 21 maggio 2021

To the moon and back

 


Spiagga di Lacona. La mia mano abbronzata gira la rotella del volume della radio nello stabbiolo denominato senza alcun merito Reception, per alzarlo. Radio 105, l'unica che prendeva su quella spiaggia e ci accompagnava da fine giugno, trasmetteva To the moon and back dei Savage Garden.
Era la fine della fantastica estate del 1998, con i suoi tramonti stupendi, quella dei miei diciassette anni, quella del mio primo lavoro come bagnino ai Bagni Lacona, quella della metamorfosi, quella dei baci rubati alle ragazze sulla spiaggia, della prima esperienza sotto le coperte, del Ciao Rossonero che affrontava le Curve del monumento, con tutto il tempo per guardare il panorama per la sua velocità così bassa, che oggi, da pilota professionista, mi fa sorridere. Era una di quelle estati che rimangono nella vita, impresse a fuoco in ogni suo minuto.
Avevo passato un inverno impegnativo: all'epoca il corso di bagnino per prendere il brevetto FIN in Toscana lo facevano solo a Firenze. Mia madre mi pescava al Liceo, mi dava un paio di panini e via di corsa, alle piscine a cupola a Novoli, dove, per qualche scherzo del destino, a poche centinaia di metri ora sorge il Tribunale.
Avevo faticato per arrivare lì, in un anno dove ebbi la fortuna che ci fosse penuria di bagnini.
Ero bello, abbronzato, con la testa bionda e i miei primi occhiali Ray Ban Aviator, ma con le ansie costanti che iniziavano a colpirmi, e io le ignoravo.
Avevo tanta paura.
Ma quella canzone parlava di una persona ferita che ha paura di amare. E il ritornello ha un testo fantastico che fa:

"...I would fly you to the moon and back
If you'll be if you'll be my baby
Got a ticket for a world where
We belong
So would you be my baby
Ooh-ooh..."
Autostrada A12, 150Km/h,  torno da Genova, per lavoro.  L'Enterprise, nella fredda primavera di quasi 23 anni dopo, diffonde nelle casse la stessa canzone. E' facile trovarla, si pesca nelle app di musica, come Deezer e Spotify.
All'epoca dei bagni Lacona non lo sapevo cosa mi sarebbe capitato, che il mio cuore sarebbe stato sempre lì, a lottare per sopravvivere alle ansie, alle paure per "titoli diversi".
Alla destra della mia BMW da legale di successo, con 2 studi, e quote societarie in una serie di startup con la voglia di costruire un impero (che poi, parliamone a chi andrà, senza moglie né figli), si staglia la Versilia, ma tra poco dovrò uscire dall'Autostrada, a Pisa Centro, per poi prendere la FI-PI-Li fino a Pontedera, per poi esaltarsi sulle curve fino a San Gimignano.
Ho lottato per rompere il silenzio. Ho lottato e l'ho fatto rompere. E sembrava una via tracciata, Solo che ora, non si sa per quale apparente  motivo, il silenzio è tornato.
E per riaverti, altro che viaggio sulla Luna. Se solo fosse possibile andrei anche su Marte e Giove. Perché io lo so che in un qualsiasi punto dell'universo avremmo potuto essere felici, che se non avessi scassato brutalmente le palle ad una persona malata non saremmo a questo punto.
Brucio, ancora, nonostante il tempo passato sia moltissimo.
Superstrada FI-PI-LI, 120km/h: con un'arroganza assolutamente non dovuta, a colpi di fari a led Matrix, faccio scansare velocemente una 500 dalla corsia di sorpasso.
Tra poco passerò nella strada dove, a fine febbraio 2020, divenni nuovamente pilota.
Con un sapore, sempre più amaro, in bocca. In attesa del solito messaggio che, adesso, non arriva.

lunedì 26 aprile 2021

Guilty

Fermo, come sempre di recente.

Fermo, bloccato.

Bloccato dalla paura e dai sensi di colpa; bloccato in una buca profonda, che continuo a scavare.

Il pilota è appiedato da tempo, lasciato a bordo strada sui tornanti del Passo Giau un anno fa; nulla più è sotto controllo da allora, e neppure le metafore riescono a riempire il grigiore della mancanza di emozioni e di direzione, o a farlo apparire meno triste di quello che è.

Non ci sono più metafore per indicare la mancanza di gioia di vivere, la lunga lotta per cercare giornalmente ragioni per non farla finita ed arrivare a domani.

La voglia di scappare, e la paura dei sensi di colpa.

L'ansia ogni sera prima di tornare a casa.

E quell'orologio che dannatamente continua a ticchettare senza aspettare nessuno.

Ma queste parole sono noiosamente difficili da pronunciare; forse dovrei scriverle? Qualcosa dentro di me si ostina a dirmi che dovrei affrontare la situazione faccia a faccia, anche se non ne sono mai stato capace, ed ora che il tempo sembra stringere, obiettivamente non sembra una grande idea.

Così le scrivo qui, nella fioca speranza che materializzarle in qualche modo, anche se solo nella forma di pixel su uno schermo e di bit su qualche oscuro hard drive in qualche server di Google, mi aiuti a rendere queste parole più normali e ad accettare di poterle condividere con le persone a cui ho consentito (e finché non lo faccio continuerò a consentire) di tenermi emotivamente prigioniero per tutto questo tempo.

Che poi in fondo si tratta di fare la cosa giusta, per tutti.

Invece passo il tempo a sentirmi colpevole, sia di quello che faccio che di quello che non faccio.

Avrei bisogno (sai che novità...) di una pausa; non necessariamente da tutto, ma di certo da molte cose, e persone.

Percepisco il cuore che palpita, come imprigionato in una gabbia da cui si affanna per provare ad uscire; senza riuscirci. E la gabbia forse altro non è che quella distanza tra me stesso ed il mondo che ho creato intorno a me per nascondere questo disagio e questa lunga battaglia contro le mie paure.

venerdì 16 aprile 2021

Guidare la propria vita

 


Montesenario, 2 giugno dell'anno pandemico. 2 giorni al mio trentanovesimo compleanno. Le due Alfa Romeo Duetto, la prima bronzo metallizzato del 1980, la seconda Rosso Winner Micalizzato del 1990, sono parcheggiate al fresco, sotto gli abeti che circondano questo luogo. I quattro componenti degli equipaggi sono fuori a chiacchierare di argomenti che sicuramente non resteranno impressi, ma che fanno parte dell'amicizia.
Per chi non lo sapesse, Montesenario è una bellissima Abbazia posta nel Comune di Vaglia a oltre 800m di altitudine, dove la vegetazione e le strade assumono connotati montani. E' veramente un posto magico, non direi mistico ma magico, a pochi km da Firenze.
Non avevo la donna della mia vita accanto quel giorno, perché si sentiva male, o così diceva, e allora Lorenzo, grande amico appassionato di macchine come  e più di me, era venuto in mio soccorso sul sedile di destra. Eravamo monturati da piloti anni '70, con gli occhiali Carrera Grand Prix che facevano molto James Hunt.
Emanuele e Martina, con la loro dolcezza, erano con noi sulla macchina color bronzo.
Avevamo guidato forte, da Fiesole alla Torre di Buiano.  E' una strada piena di curve anche veloci, intervallate da una vista mozzafiato sulle colline fiorentine.
Non avevamo tirato allo spasimo, ma avevamo pennellato le curve tirando le marce sui 4000/4500 giri al massimo, confidando nei baricentri bassi delle nostre piccole ma cattive vetture storiche. Cambiando a quei regimi, i 2000 bialbero Alfa Romeo danno tutto, il loro meglio, e viaggi in souplesse a velocità altissime, senza accorgertene. E' la vera guida che adoro, quella da granturismo.
La macchina di Emanuele romba dai carburatori, la mia no, essendo ad iniezione, ma l'efficacia è la stessa di questi due mostriciattoli bassi su strada.
Avevamo viaggiato aperti e coi fari accesi, fino a far scansare le auto moderne al nostro passaggio.
Avevamo guidato bene. Avevamo mangiato bene in un ristorante caro alla mia infanzia.
Dall'altra parte del mare c'era l'inizio di una breve crisi, ma ogni cosa sembrava in via di risoluuzione con uno sguardo. E così fu, dopo.
Il mio 39esimo compleanno era vicino, molto vicino.
Vivevo nella speranza che qualcuno al di là del mare suonasse alla porta della stazione di Colle, ed arrivasse velocemente l'abbraccio di cui negavo a me stesso la terribile assenza in quel momento. Volevo che facesse quello che avrei fatto io. Peccavo d'egoismo, rapportando a me stesso quello che avrei preteso dalle altre pesone.
Non lo fece, e non sapevo che il mio 39esimo compleanno sarebbe stato uno dei giorni più brutti della mia vita. La scusa ufficiale era un motivo di salute. La realtà non la conoscerò mai.

Quel giorno non ci pensavo. Eravamo piloti e andavamo forte, senza pensieri con le teste tra le nuvole e il vento sulla pelle, e la dirompenza dell'inizio dell'estate.
Sì, in quel momento credevo di essere il pilota della mia vita, nonostante tutto.
Amavo i viaggi di andata, e odiavo i viaggi di ritorno, anche se rumorosi e curvilinei.
Ora quello che vorrei sarebbe solo un viaggio di ritorno.
Le basi sono sbagliate, le intenzioni erronee. Più insisti e peggio fai, brutta fava.
Oggi, forse ancora di più. Sono sei mesi che non incrocio lo sguardo della donna della mia vita, salvo una fugace apparizione di fine gennaio mentre avevo una mano sulla schiena di Virginia. 
Sono sostanzialmente 5 mesi che la mia vita è pilotata da stati variabili, umori ballerini, voglie strane, ricerca di bersagli facili da puntare, e da notti tachicardiche e insonni.
Allora mi domando il perché di tutto questo, mi domando perché mi ci vorrebbe un punto, una fine, un qualcosa di nuovo a sconvolgere questa vita che sa tanto di spettacolo teatrale. Mi domando perché non posso avere pace.
Sono proprio al punto in cui, con tutte le intenzioni che avevo a giugno, non sarei mai voluto ripiombare.
Mi accorgo che, in realtà, il mio ego razionale vorrebbe venire fuori da questo buco nero in cui sono piombato, ma l'ego irrazionale gli dà una bella pedata e lo rispedisce in fondo alla buca.
Nonostante mi sforzi, non ho elaborato il lutto di 5 mesi fa, non ho elaborato un cavolo.
Dovrei toccare il fondo, come dice la mia grande psicologa.
Solo che ho ragionato in modo serio e responsabile e non ce la faccio. Tengo la mia inquieta mente occupata, costruisco la mia realtà ad esclusivo uso e consumo delle mie idee.
Faccio di tutto, cerco "vittime" per non sentire il fortissimo rumore di fondo che ho dentro.
Prima o poi, però ce la farò ad affrontare tutto questo.
E tornerò ad essere pilota della mia vita.

mercoledì 14 aprile 2021

Mare come le montagne

 


Strada comunale delle Lellere, 80km/h. C’è ancora la zona rossa e si protrarrà per una settimana ancora, nel Comune di Colle. Chi sta passando accanto a me questo periodo della mia vita è seduto accanto, al posto di Virginia, al posto che le competerebbe in una situazione normale.
E' una persona intelligente, e non credo ignori il fatto che la mia testa è altrove, ma ha la capacità di farmi stare tranquillo nel fine settimana, e di vivere la pantomima che faccio per me stesso in modo meno traumatico. Quando sono con lei sono sorridente, simpatico, spigliato e naturale. Addirittura ho un colorito più intenso del solito. Queste cose il mio ego razionale evidentemente le conosce bene, visto che sa bene e si adatta alla bellezza e alla spontaneità del rapporto sotto cui, sicuramente, c’è un sentimento. Non so quale, so solo che sulla carta è la persona migliore che io abbia mai avuto accanto. Mentre scende dall’Enterprise, penso che sarà bello ricordare questi momenti e questa parentesi tra qualche anno, e magari dire a me stesso che sono stato un bischero, quando lei non mi parlerà più da tempo ormai.  La sua Mercedes nera si allontana, e io dovrei entrare in casa. Dovrei, appunto.

Solo che all’altezza dello stomaco arriva la fitta. Forte. Fortissima. Incidentalmente il mio sguardo si posa nello specchio.
Di colpo, le occhiaie hanno preso il posto del sorriso, dietro ai nuovi Ray Ban da vista, sono sbiancato repentinamente, con la mascella serrata.
E il pensiero va al di là dell'ora di nave della Toremar. Non ce la faccio senza te. Non ce la faccio. Non posso entrare in casa, anche se sono solo.

Spianata di Campiglia, 185km/h. Affido all’impianto frenante il compito di mantenere la mia permanenza su questo pianeta che muore. Ancora non è il mio turno. Il mio volto trasfigurato in peggio si riflette sul parabrezza, e ogni lampione, al mio passaggio,  ne rivela l’immagine rovesciata. Dopo Campiglia ci si butta a capofitto in discesa. Non è vero che “in discesa tutti i santi aiutano”. La discesa per un pilota è un problema psicologico. E allora trattengo il fiato e do tutto, è il mio sistema. L’Enterprise mi asseconda in questo essere Mr. Hyde, forte dei suoi quasi 5 metri, e mi avverte progressivamente che sta per scomporsi ma che non è ancora l’ora di controsterzare, ma di tenere il piede in fondo. D’altronde, è tedesca e sa bene quando darmi i segnali giusti, facendo il suo compito in maniera silenziosa e teutonica, appunto. 

Piazzola di Mugnano, frenata brusca. Si gira e si torna, interrompendo questo delirio di una domenica in zona rossa. Respiro. Respiro di nuovo. Torniamo a casa, mia navicella spaziale. 

Come direbbe qualcuno di là, vittima anche lei di qualcosa di ordito ai nostri danni, dentro di me c’è un “mare come le montagne”.
Siamo vittime di un braccio preso e di una frase simile a "sei solo mia". Siamo vittime di questo, ma le nostre strade ancora non si sono mai incontrate.
Un giorno ci incroceremo e ne rideremo, forse. Oppure io non avrò finito di fare le Missioni Eroiche. Spero che tutto questo finisca, prima o poi, e che, almeno stavolta, questo pollo non abbia modo di passare alla Missione Successiva. Perché, amica sconosciuta lontana, non ce lo meritiamo nessuno dei due il trattamento che abbiamo ricevuto, i discorsi alle nostre spalle, le costrizioni che ci tengono lontane le persone che amiamo, quando sarebbe tutto più semplice se tutto tornasse a posto. 

Rettilineo di Campiglia, viaggio di ritorno. L’Enterprise si piazza a 110km/h imposti dal cruise Control con la sua estrema e finanche eccessiva precisione. Spagna canta “Call me”, a ricordarmi che il Dr. Jekyll che c’è in me ha preso forma negli stupidissimi (ma belli) anni ‘80. 

D’altronde mi domando se io sia davvero il Dr. Jekyll che ostento ogni giorni, o il vero, reale, ansioso, coi denti stretti e la mascella serrata, Mr. Hyde che si butta a capofitto in preda a una botta di ansia terribile per le curve di Campiglia. La risposta è sempre quella, che termina con il proposito, mai mantenuto, di mentire un po’ meno a se stessi. 

Entro nel cancello. Il telefono suona, ed è la persona che ho accanto ora. “Ciao amore”. Respiro brevemente, affinché non capsica il mio stato d'animo. Il mio volto riprende repentinamente colore e forma:  “Ciao”. 

 



martedì 6 aprile 2021

Propositi di Pasqua

 


Variante Aurelia, 120km/h. E’la settimana di Pasqua del solito secondo anno pandemico. E’ una bella giornata oggi, anche se dormo ancora male, e rifiuto di entrare nel loop dei sonniferi farmacologici. Sandra mi aveva detto che dovevo prendere delle gocce, e le prendo, ma non fanno tutto questo granché. Già il fatto che lei mi sopporti è un passo avanti.  Sostanzialmente sto arredando il tunnel dove mi trovo. 

Oglasa, splendida quarantenne sempre sveglia, aveva fatto la traversata fino a Piombino in modo così veloce che nemmeno mi ero accorto dell’ingresso in porto, sentendomi, per un attimo, disarcionato da quel gigante cavallo biancorosso. Il tempo di fare manovra e aveva vomitato me e la fida, solita, Enterprise, sul nastro d’asfalto in uscita dal Porto. C’aveva messo poco come nel primissimo lockdown, quando le tre navi al giorno che passavano avevano l’obbligo di fare la traversata in 45 minuti, dando fondo alle prestazioni da “prova in mare” che solo da piccolo avevo sperimentato quando, a bordo della stessa nave, si ruppe un portellone e dovemmo stare fermi in mare per 2 ore. Non so nemmeno perché il Comandante sia andato così forte, però mi ha ricordato quei silenziosi giorni magici dell'anno scorso.

Sembra un altro tempo, ora, nonostante non sia passata tutta questa vita. Ero felice e ora no.

Fatto sta che oggi ho visto, all’insaputa di tutti, ma soprattutto di coloro che sono avvezzi sin troppo a giudicare e che mi circondano, un altro ufficio lì, sulla mia isola. Era un’idea che avevo da anni quella di aprire laggiù e far incazzare tutti i concorrenti, ma non l’avevo perpetuata dapprima per motivi economici, successivamente ripresa una volta nato l’amore con la Collega da quelle parti, poi franata esattamente allo stesso modo della nostra storia. Quest’ufficio non è nella comoda posizione di quello che opzionammo nel mese di settembre, sbandierando a tutti a doppia voce che lo studio avrebbe aperto: era un bel periodo all’apparenza, mi sentivo su un treno che era appena partito carico di speranze, purtroppo arrivato vuoto al Capolinea. È  un po’ defilato, però è comodo per i parcheggi.

Troppo spesso faccio così, parto carico e sbatto sugli scogli. E’ il mio grande errore, come spiegherò  più avanti.

Fatto sta che ora tento di salvare il salvabile: gestiremo la turnazione dei Colligiani sull’Elba (immaginandomi qualche ribollimento di persone che sono vicine a me) e guadagneremo qualcosa in più. Forse. O forse no, tanto è tutto a carico mio.

Ok, questa è la scusa ufficiale. Bella, carica di infiocchettamenti ad esclusivo uso e consumo della realtà che mi circonda e, perché no, anche mio personale. La realtà è che dietro tutto questo c’è altro, ovvero volontà di incrociare di nuovo la strada con qualcuno che non ne vuole sapere. Altro mio difetto: infiocchetto la realtà a mio uso e consumo e ci credo anche.

In effetti, eravamo veramente partiti carichi di speranze, poi siamo arrivati vuoti al capolinea e, se sicuramente lei ha riempito di nuovo di speranze la sua littorina, io no: o meglio, ho tutto a posto, ma niente in ordine.

Non mi sono mai lasciato andare così in modo da toccare il fondo. Non l’ho mai toccato ed ho sbagliato. È  tempo di farlo, ora, e venirne fuori. È tempo di elaborare tutta la fila di lutti che ho silenziosamente accumulato in 40 anni.  Non posso andare oltre, diversamente qualcuno tra 5 anni provvederà ad annoverarmi tra quelli che avevano una vita perfetta. Non lo voglio pensare nemmeno e corro ai ripari.

Lo dice Sandra: devo fare basta. Lo dico io, e disapprovo tutte le azioni che faccio quotidianamente. Disapprovo quello che sono adesso, ovvero un coccio rotto che sta in piedi per chissà  quale strano equilibrio, ad aspettare la colata d’oro come i giapponesi. La colata d’oro forse non arriverà mai, ma almeno ci proviamo e ci mettiamo in testa di riprovare. Non mollo, non demordo.
La mia componente razionale conosce bene la situazione, ma non si applica.

Ci sentiremo presto, quando, di nuovo, disapproverò le mie azioni. 

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