domenica 7 febbraio 2021

Rifugi


Bretella A11-A12, 135km/h. L'Enterprise si arrampica senza la minima fatica silenzionsissima in salita, nella fila del rientro di una baracca di fiorentini che tornano a casa dopo la domenica passata in Versilia. Tra le "strade della mia vita", questa è la prima che ricordo, da bambinetto, trasportato dai miei genitori, allora molto più giovani di me adesso, sulla Rover SD1 2400 Turbodiesel


blu metallizzato in direzione Forte dei Marmi, verso la casa che avevamo all'epoca là.
Poi siamo passati all'Elba dal 1990, ma questa è cronaca.
Ricordo distintamente tante canzoni in quel periodo, le compilation Freeway di 105, "You Came" di Kim Wilde e "Out of the Blue" Di Debbie Gibson.
Sono passati più di 33 anni.
Tra qualche mese ne avrò 40, molti di più dei miei genitori quando mi portavano al Forte. Rabbrividisco al solo pensiero.
Adesso nell'Enterprise suonano i Killers, che urlano "Shot at the Night", che sembrano scandire una cavalcata trionfale, e la mia vecchia casa è ridotta ad un cantiere abbandonato. Ci siamo andati in mattinata, e abbiamo trovato questo stato brutto e pietoso.
A destra il tramonto del ritorno non è cambiato: si staglia prepotente attraverso il guard rail, si riflette sul lago di Massaciuccoli con la forza bruta di un elefante che abbatte gli alberi nella Savana.
Si vede addirittura l'isola di Gorgona, con la sua forma a parentesi graffa, a ricordarci che l'Arcipelago Toscano che un tempo avevo amato molto è ancora lì, a farsi vedere e a dire "io ci sono".
Accanto a me c'è una vecchia amica, con cui abbiamo diviso una giornata stupenda. Siamo entrambi gravemente feriti, in effetti. Non tanto dalle recenti separazioni di entrambi, quanto dagli atteggiamenti delle persone che avevamo accanto.
Poco importa, per me è tutto passato. Dopo la Missione tutto è svanito, come se avessi messo un paio di occhiali nuovi, di cui avrei peraltro bisogno.

O meglio, a tratti qualcuno mi bussa e la notte non dormo. Chissà come la passi questa domenica.

Noi, feriti, parliamo la stessa lingua, veniamo dagli stessi luoghi e forse dagli stessi percorsi. Veniamo dagli stessi errori, dalla stessa voglia di normalità, dalla stessa, stupenda, idea che vogliamo qualcosa di normale, in effetti. 
Tutti hanno bisogno di un rifugio, per un attimo. Lo sappiamo bene e ne abbiamo diritto. Siamo perfetti sulla carta, "teste occupate" a parte. Non ce lo vogliamo dire, ma ci siamo insegnati qualcosa in questi anni.
Ci siamo insegnati reciprocamente che quello che conta è nel cuore, non nell'abitudine, e l'abbiamo messo in pratica, con tempi diversi.  

Alla nostra destra il sole cala, mentre ci allontaniamo sempre più da quello che volevamo, in effetti. Ma noi, qui e ora, abbiamo bisogno di questo, di una persona che senza “se” e senza “ma” ci porti fuori da questo periodo della nostra vita, di quel “passante distratto” che diceva Ilaria 10 anni fa, che ti accompagna verso un’evoluzione della tua vita. Ecco, saremo forse questo l’uno per l’altro.

Ogni tanto, anche se non ce lo diciamo, sia io che lei, ci giriamo dall’altra parte, ci troviamo qualcosa che fa male, ci rivestiamo del sorriso, e ci guardiamo come a dirsi “tutto è passato”. Non importa, tutti hanno bisogno di un rifugio, che serve ad andare avanti. 

Autostrada A11, 140km/h. Mi tolgo gli occhiali modello Carrera Grand Prix del 1977. Erano di mio padre e a me piacciono da morire, con una luce meravigliosa. Tutti mi dicono che sono terribili, ma a me piacciono da impazzire, perché, semplicemente, mi avvolgono. Avevo detto che li avrei messi solo in occasione di gare di auto storiche, per sembrare adeguato. Mentivo: ora li metto tutti i giorni. Così devo fare: non avere più paura degli altri e del loro giudizio.

Non so che faccia farò quando ti incrocerò la prossima volta in Tribunale.

Ma ora non ci voglio pensare, e dal suo sguardo si vede che nemmeno lei vuole farlo con gli affari suoi. Per oggi, e forse per domani, meglio continuare a girarsi dall’altra parte e dirsi che, alla soglia dei nostri 40 anni siamo ancora in grado di piacere a qualcuno totalmente, seppur in modo momentaneo ed effimero, o forse.....chissà.

Colle. Casa. Il Telepass ha funzionato. I baci hanno fatto lo stesso. Almeno per oggi. 

Non so per quanto e per come, ma almeno c'è ancora speranza, in questo Mondo.

domenica 31 gennaio 2021

L'ultima lettera e il nuovo inizio

 


Strada Statale 223, 120km/h (per chi si è sintonizzato su questo blog con 10 anni di ritardo, ora è la Siena-Grosseto). Poteva essere l'incipit di un post di 10/11 anni fa, quando su questa strada si consumava il mio primo e unico lutto non elaborato, che aveva un nome, un cognome e una residenza.
Ho sempre avuto il brutto vizio di prolungare sin troppo, quando non c'era da fare più nulla, le speranze, i tentativi di recupero, ma questa è un'altra storia.
Virginia è stanca, e si vede lontano un miglio che si addormetterebbe se potesse, seduta sul sedile di destra dell'Enterprise, e non sa che quel posto è il suo. Non lo sa, perché su questa macchina nuova sostanzialmente ci si è seduta solo lei, ma un giorno, forse, glielo dirò.
Siamo partiti insieme, con la nave delle 10, con un "sì" ad un appuntamento ricevuto qualche giorno prima dalla donna della mia vita, per parlare un quarto d'ora e consegnare un "oggetto" non meglio precisato.
Chiaramente era un messaggio buttato lì, nel suo dualismo che pochi sono in grado di spiegare.
Ecco, praticamente siamo partiti con la scusa di parlare con dei clienti, peraltro conclusisi nella maniera migliore, ma la realtà era un'altra.
Dovevo, anzi dovevamo, compiere la Missione Eroica, la quattordicesima della mia carriera dal 2003.
Virginia, lì accanto, mi crede e si fida ciecamente perché sono il "capo", ma non lo sa che ho sempre avuto la caratteristica di rovinare ogni cosa in amore, e di trovarmi costretto a tentativi di recupero, dimostrando quello che provavo a chi, molto spesso, alzava muri, e riducendomi "di rincorsa", prolungando l'agonia delle storie fino ad un esito scontato che comunque sarebbe arrivato.
Mi sono sempre terapeuticamente accanito, per dire a me stesso che, forse, quella persona poteva tornare e dare un colpo alla mia bassissima e pessima autostima.
Detto questo, la giornata prende una bella piega.
Facciamo un ottimo tour dell'Elba, che mi rilassa molto: dietro i suoi occhialoni (che peraltro io adoro) anche la mia praticante Avvocato sa bene che nella vita c'è altro, oltre che il lavoro e il dovere, che non le devo insegnare io.
Sul Monte Perone, a 700m di quota, dopo una travagliatissima stradina stretta, ci fermiamo a fare le foto: avrei voluto abbracciarla da dietro e dirglielo quanto era importante che ci fosse, lì a supportarmi in questa, ennesima, cazzata che stavo facendo. Ovviamente non l'ho fatto, non mi pareva giusto e non volevo che il fidanzato mi stroncasse di botte la prima volta che mi avrebbe visto.
Almeno alla mia incolumità fisica ci tengo.
C'è stato un attimo in cui non avrei voluto compierla, quella Missione, in cui mi sono sentito un idiota, uno zerbino, un qualcuno che non vale niente. Ma ero lì per fare una cosa ed essendo nipote di mio nonno, Colonnello Bruno Menin, obbedisco agli ordini anche sbagliati che mi sono dato da tempo
In ogni caso, alle 16 è avvenuta la consegna.  Prima ci siamo soffermati, nel bar centrale di Portoferraio, a parlare con un personaggio artistico che avevo conosciuto "nell'anno elbano".
Sono attimi forti. Il cuore batte e questa non è ansia inutile.
Virginia suona, consegna al Collega di studio la lettera, e cammina veloce con un viso imbarazzato verso l'Enterprise.
La Quattordicesima Missione Eroica, la prima con esito negativo, si conclude con una BMW Serie 3 Blu Portimao in accelerazione per Via Guerrazzi a Portoferraio, con Virginia che si siede sul sedile di destra, suo posto in questo 2021, nel mio 2021.
La lettera d'amore sarà finita sicuramente in un cestino, e io, noto professionista stimato e apprezzato ovunque, sarò rubricato dalla donna che mi aveva detto di averle fatto cambiare idea sul matrimono, come un oggetto molesto da accantonare, come una fila di brutti ricordi da demolire anche nella propria testa, a cui dire "mai più", anche quando la somma del gioco risultava positiva.
L'Enterprise si mette, da sola, in fila per salire sulla nave del ritorno. Siamo truppe granducali che si stanno ritirando dopo aver perso la battaglia.
Dallo stomaco si propaga la sensazione di rabbia, di profonda delusione. Non ci sono lacrime, c'è solo la mia mano in quella di Virginia che mi guarda come fossi un alieno, ma NON giudica.
Per me sei morta quel giorno. Per me non esisti. Per me non sei mai stata niente.
Una sequela di frasi si incanalano nella mia testa nei 20 minuti in cui "ribollo". Tanto non le penso davvero.
Dopo tutto questo, una sensazione di vuoto che ha una sola parole: fine.
E' stato tutto giusto, non rinnego niente.
Ho procrastinato l'elaborazione del luotto della separazione, perché subito dopo arrivò lei. Ora è giunto il difficile momento di affrontare tutto questo drammatico vortice di emozioni. Lo farò.
Colle, ore 20. Mi giro a destra: Virginia Scende. Vorrei avere la sua forza di sorridere così, vorrei avere il suo entusiasmo e la sua devozione.
Ci ripenso: non abbiamo perso, abbiamo vinto un nuovo inizio, una storia da raccontare e una lezione da imparare.

venerdì 22 gennaio 2021

La prima nave dopo

Porto di Piombino, un qualsiasi mercoledì mattina di gennaio in un anno tendente al pandemico. Dopo un'ora e 40 di strada curvilinea, sono fermo in attesa della nave della Toremar delle ore 10, che mi porta, ovviamente, all'Elba. Marmorica ci guarda sorniona come fa da 40 anni con tutti. Accanto alla mia nuovissima BMW Serie 3 Msport blu Portimao, ribattezzata "Enterprise", c'è un grappolo di furgoni delle imprese più varie, qualche macchina di persone indaffarate e dedite al loro lavoro e forse qualcuno che va alla seconda casa. La giornata è splendida, il mare è calmo, cosa non scontata dopo le giornate ventose delle ultime settimane, preannunciando una traversata liscia, veloce e comoda. Non è scontato trovare una giornata così d'inverno.
Virginia, la mia praticante Avvocato, è seduta sul comodissimo sedile avvolgente ed è china sul suo telefono, tanto per cambiare: ogni tanto ride alle mie battute, e mi guarda dai suoi occhialoni con lo sguardo illuso di chi ha 25 anni ed è appena laureato, e non conosce il mondo odierno del lavoro, e questa professione. Lo perderà con gli anni, ne sono sicuro.
Lei è bella, con un fidanzato del tutto inadatto a lei, ma se ne renderà conto presto. Ci si evolve e lei lo farà.
Sono quasi 10 anni che non pubblico qualcosa su un blog. In questo lungo lasso di tempo ne è passata di acqua sotto i ponti. Mi sono sposato, mi sono separato, ho conosciuto la donna della mia vita, o per lo meno la ritenevo tale, e recentemente me la sono fatta scappare. Colpa mia. O forse non del tutto.
In questi anni le mie macchine sono allungate, lo studio è diventato grande ed ha sede nel più importante edificio della città. Ho tante impiegate, una Collega di Studio bravissima (più brava di me, ma questo non lo dovrei dire), una Società di consulenza ed una serie di idee da concretizzare, tutte pronte.
Il mio personale, che mi vuole bene, mi ha imposto di portarmi dietro Virginia, con funzione di Baby Sitter, e il bambino sarei io.
Già, perché quella che reputavo essere la donna della mia vita sta lì, a Portoferraio, è una Collega, ha una stupenda chioma bionda, ed una risata di una spontaneità disarmante.
Tutto è crollato dopo una banale lite: c'era di più, evidentemente, dietro alla sua sparizione pre natalizia.
Ho scoperchiato un iceberg, e mi sono rimesso in gioco: adesso sto bene, ma non ho modo di farglielo sapere, e ancora sto studiando come fare a dirglielo.
Insomma, l'attività di Baby Sitting ha la precisa funzione di non farmi andare davanti al suo studio, facednomi perdere la dignità richiedendole di tornare con me. Non lo farei, perché l'acqua all'insù, salvo impianti idroelettrici di inaudita potenza, non si manda.
Chissà dove sei, amore mio, in questo momento.
In ogni caso, passare con la nave dall'altra parte mi ha sempre messo di buon umore.
Sono trent'anni che prendo le solite navi e vado di là, ben ventidue con la macchina al seguito, e per quasi un anno ho preso queste navi a frequenza martellante nei fine settimana, e spesso anche in periodo infrasettimanale. Potrei sentirmi quasi un azionista della compagnia di navigazione, potrei sentirmi libero di etichettare il tutto come ordinaria amministrazione in effetti, ma almeno oggi non è così, per un preciso motivo.
Questa è la prima nave che prendo "dopo". Da quel giorno maledetto, fatto di scuse accampate, di tentativi di recupero rifiutati, di incertezza e di responsabilità non prese,  di fiumi di adrenalina, di parole di troppo, di suocere dall'opinione importante che non ti appoggiano più, di voglia di recuperare, di vortici di incertezza e chi più ne ha più ne metta, non ci sono più salito.
Come sta il tuo bel cane?
Non ci posso fare nulla, ormai; il lavoro e i clienti chiamano, e non posso prescindere da andarci di persona: abbiamo appuntamenti e riunioni da fare. E' disarmante il silenzio in cui siamo piombati, punteggiato da auguri natalizi e messaggi neanche letti.
Il marinaio ci chiama, è tempo di salire. Sto attento a non grattare sotto la macchina nuova, mentre Virginia scrive messaggi a chissà chi.
Nei mesi scorsi ho cercato di battere l'ansia, e c'ero anche quasi riuscito. Poi ci ho trovato sotto la famosa sindrome dell'abbandono, una bassa autostima, la paura di perdere l'altra persona, che ha rovinato tutto. Stiamo battendo anche loro, io e la mia bravissima psicologa, ma oggi presumo mi sia consentita un po' di ansia quando risalgo le scale della nave, con la mascella serrata dietro la mascherina, ridendo forzatamente a quello che dice Virginia, che nemmeno ascolto.
Mamma sta bene?
La traversata scorre come da programma: mare stupendo, aria limpida, vista spettacolare.
Esco ogni tanto a poppa, ma più spesso mi rintano all'interno, cercando di ingannare il tempo in qualche modo. Come tanti fine settimana di dicembre e dei primi di gennaio, questa  è stata una traversata lenta e faticosa, a domandarsi il perché di tante cose.
Penso al viaggio alle Azzorre che non abbiamo fatto, a "cosa sarebbe stato se...", dove saremmo adesso, e al perché passiamo così vicini e non ci incontriamo mai.
Siamo come due rette parallele ora, ed è triste.
Comunque la nave stimola l'introspezione, peggio della macchina silenziosa. Sono le non risposte a fare male, e avrei comunque accettato anche la fatidica frase "c'è un altro", anche se immagino che non ci sia, avrei accettato qualunque verità.
E' difficile metterci un punto, per quelli come me che sono sempre alla ricerca della felicità riponendola per sbaglio negli altri.
Ho padellato. Qualcosa ha padellato anche lei. Ma non ho modo di dirlo, di avere quel giorno in più o quella mezz'ora per parlare e abbracciarsi come è avvenuto mille volte.
Non mi è concessa.
Mi è concessa solo la chance di crescere, come sto facendo.
Marmorica attracca all'alto fondale, stranamente.
Virginia ride, e mi accarezza sulla spalla, come un bravo navigatore anche se non sa guidare, dicendomi "Allontaniamoci".
E così facciamo, veloci come il vento, sulla BMW del colore "Blu ce l'hai solo te", tante volte ci vedessero.
E chi deve vederci? Nessuno.
Mi rivesto e rientro nel mio ruolo, riprendo la mia etica da Avvocato e tomburello sul volante con le dita, tanto l'Enterprise gira da sola.
Siamo vicini.
Meglio scappare, visto che la vita alle volte ci costringe a non fare quello che vorremmo.
Strada del Bivio Boni, 110km/h. Si va forte, troppo.
Nessuno batte ciglio, Virginia sa tutto e non proferisce parola. Lo "sparo" inutile l'abbiamo fatto.E' tempo di fermarsi a fare una foto sorridenti, per un attimo, e poi ripartire.
La giornata termina, e l'unica nave buona per il rientro pre coprifuoco è alle 17:10. Ce la facciamo anche a tornare a casa a cena.
Ti manco ogni tanto?
E' ancora freddo in casa tua?
Quante domande avrei voluto porre, quante risate avei voluto fare ancora.
Non mi è possibile, ma non ho rammarichi. Non spetta a me, ora, fare niente.
Le persone vanno avanti e, forse, faremo dei giri immensi e forse torneremo. Per ora mi consolo, mi faccio consolare, e penso ad evolvermi perché chi ci sarà qui accanto, che sia una creatura del passato, ma molto più probabilmente del futuro, mi vorrà spontaneo e non di rincorsa. Anzi, sono io che mi voglio spontaneo e non di rincorsa
Sbarchiamo nel buio, pronti a rifare le curve dell'andata, con 3 incarichi in saccoccia e un cliente nuovo.
Non ricordo il nome delle pratiche, e forse non lo ricorderò mai.
Chi ti riaccompagnerà a casa stasera?
I Cars cantano Drive, loro pezzo forte.
Who's gonna drive you home, tonight?
Alle volte le cose si concretizzano dopo il fischio finale.
Alle volte mi sento inappetibile, una persona che non potrà mai ricevere quello che dà agli altri, o, peggio, uno che non potrà mai essere amato.
Come vorrei sbagliarmi di nuovo ed essere, per una volta, perdonato. Come vorrei ricevere di nuovo quelle attenzioni e quegli sguardi. Come vorrei mangiare una pizza sul divano e addormentarmi addosso a qualcuno di cui, per la prima volta nella vita, mi posso fidare.
Forse mi innamorerò di nuovo. Forse.
Stai bene?
Le luci di Colle si avvicinano, in questo giorno del resto della mia vita.
Non ricordo un singolo dialogo del viaggio di ritorno.
Avrei accettato qualunque verità, in effetti, sia all'andata che al ritorno.
Grattacielo, accosto a destra.
Virginia scende, sorridendo.
I miei gesti sui comandi dell'Enterprise sono lenti, mirati, precisi.
Avrei solo voglia di prendere il telefono e dire Mi manchi. E magari ricevere un messaggio subito con scritto Anche te.
Ma non tutto si può avere.


lunedì 12 novembre 2018

Camminando al contrario


Anni.

Guardo indietro e continuo a vedere tempo perso.

Perché perso? Tutto fa esperienza, direte. Sì, vero; ho sicuramente imparato, malvolentieri, molto; ma quanto tempo e denaro vale l'esperienza?

Quante domande, in fondo forse non sono cambiato. E se lo fossi? Ho voglia di andare più a fondo, scoprire da dove arrivino le mie paure; così guardo indietro, mi faccio aiutare da chi riesce a convincermi a fermarmi un attimo ed a guardare dove sono; guardare dentro quei momenti, quelle sensazioni che mi tengono bloccato in quella grande bugia che continuo a raccontarmi per continuare a far finta di essere buono, di poter accettare qualsiasi cosa pur di non sembrare una cattiva persona.

Ho imparato? Qualcosa forse sì; ma è come se stessi studiando per un esame che continuo a non voler affrontare, solo per non mettere un piede al di là della paura e fare un balzo nello scomodo vuoto dell'essere sé stessi e padroni dei propri pensieri senza essere responsabili delle emozioni altrui. È un territorio per un certo verso inesplorato per me.

Così ho bisogno di quegli amici inaspettati che mi mettano di fronte alla nuda verità e me la riversino in faccia senza filtri. 

Come se non la conoscessi la verità. Razionalmente la conosco bene, purtroppo; tuttavia continuo a costruirmi una gabbia ogni giorno, ogni volta che mi dimentico di cosa voglia veramente.

Allora riservo le lacrime per quei sogni che non ho avuto modo di sognare perché ero troppo giovane, per quelle note forti ma tristemente finite che fanno breccia prepotentemente nella mia corazza mettendomi voglia di urlare fino a finire la voce.

martedì 26 settembre 2017

La pioggia ai margini del tifone

Cammino, con calma, con le scarpe nuove che, evidentemente non adatte alla pioggia, danno avvisaglie di un attrito non perfetto col suolo. Ma non posso protestare; non è decisamente quello l'ambiente per cui sono state pensate, per quanto innocentemente io potessi pensare che fossero adatte a qualsiasi uso.


Beh, a questo punto dovrebbe essere già chiaro che, anche se parlo di una situazione reale, sto cercando di parafrasarla in una metafora attinente alla mia vita; "cercando" è la parola giusta perché, per quanto ci provi, la metafora della scarpa non calza benissimo (anche quando magari la scarpa lo fa).

Comunque, cammino; come in altri periodi della mia vita, tengo gli occhi fissi a terra per paura che qualcuno possa veramente percepire l'inquietudine e la paura che nascondo con tutte le mie forze (forze? Quali forze? Non faccio più allenamenti di alcun tipo da anni, ormai).

Mike Oldfield; ci prova lui a risollevarmi nelle cuffie; o almeno lo spero io, quando faccio suonare a volume un po' più alto del solito (sparare a massimo volume? Mai! È pericoloso per i timpani) The Studio Albums in sequenza casuale (sì, casuale; lo so che non ha senso con Mike, ma la verità è non ho voglia di pagare per Spotify).

In fondo è la musica a ridarmi quella lieve sensazione di ripresa, a regalarmi qualche energia ed emozione per schivare le copiose gocce di pioggia e camminare dritto. La musica, forse l'unica tra le attività in cui mi piaceva perder tempo che sono riuscito a ripristinare, anche se non ancora ai livelli dei tempi d'oro dell'amata Milano.

Tutto il resto, come cantava il Califfo, è noia. O rumor di fondo che dir si voglia.

domenica 19 febbraio 2017

Binari paralleli

Venerdì sera, 19:01, treno della metropolitana sulla Kwun Tong line tra Yau Tong e Lam Tin. Mi guardo attorno.

Analizzo, cerco qualche carattere che mi colpisca, in questo secondo giorno di autunno tropicale; ma manca qualcosa. Chiedo "Quanti di voi sono felici?" ad un nugolo di voci lontane sparse in diversi angoli del pianeta; e la conversazione si fa intensa, sui diversi aspetti e significati di felicità e serenità.

E la cerco, la felicità; negli occhi di tutti gli ignari passanti che incrocio nelle mie quotidiane deambulazioni; purtroppo sempre con una meta. Cerco di percepire e catturare le sfumature di sorrisi nascosti, di occhi curiosi e speranzosi; e mentre faccio ciò, fingo un incedere deciso, come per volermi far vedere sicuro, almeno in qualcosa.

Ma quella sicurezza è solo ostentata; crolla al primo ostacolo; non sa tenere un discorso, mi fa dubitare anche delle mie temporanee sicurezze (non che sia difficile). Fino ad implodere in scatti di rabbia senza simili precedenti. È come se la frustrazione iniziasse a venire fuori e colpire le emozioni nel modo peggiore.

E non so più cosa pensare.

Neppure la musica mi da più sollievo, se non nel passare le mani sui tasti bianchi e neri nelle veloci pause nelle pause.

martedì 19 aprile 2016

Mezzi di trasporto inadeguati

A22. Che non è un'autostrada ma una linea di autobus; a due piani, come la maggior parte qui in questo piccolo angolo di Est Asiatico; è una delle linee che porta velocemente (per quanto possibile) all'aeroporto da Kowloon. Tutto ciò ha un lato negativo: se all'aeroporto ci vai per motivi diversi da quello di viaggiare, gli aerei li vedi solo dai finestrini del bus mentre ti decollano sopra la testa.

Oltretutto, essere in aeroporto, vedere tutte quelle persone che fanno check-in, e tornarsene a casa senza aver staccato i piedi da terra è un po' come una tortura. Mi sarebbe venuta voglia di prendere un biglietto qualsiasi e partire; non importava dove.

Ma non era momento né luogo per andarsene; e quell'A330 della Cathay Pacific (o almeno quello credo fosse quello nella foto) l'ho visto solo dal finestrino dell'autobus, un mezzo ben piantato a terra, per quanto viaggiare al piano superiore offra un minimo distacco da terra.

Tra parentesi, per chi non avesse mai visitato Hong Kong, ci si potrebbe chiedere come mai continuino ad usare gli autobus a due piani anche su linee dove le dimensioni del mezzo in questione sembrano spesso inadeguate alla strada da percorrere. E così tocca agli autisti (per ragioni a me ignote qui chiamati "captain") condurre tra fronde sporgenti, curve strette, ripide salite e traffico nervoso, questi goffi mammut stradali. Ed obiettivamente fanno un gran lavoro, senza risparmiare piccoli momenti di terrore ai passeggeri meno avvezzi a questi viaggi.

Così pure io mi sento spesso inadeguato alla strada che sto seguendo, costretto a continui slalom tra ostacoli, portato a sbattere a destra ed a sinistra per l'impossibilità di adattarmi al luogo in cui mi trovo, incapace di scalare le difficoltà, ostinato in un ambiente che mi respinge; e fondamentalmente di scarsa utilità. Pronto ad essere contraddetto, ma senza successo.

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