mercoledì 4 maggio 2022

Com'è giusto che sia. O forse no.

 



Guardo fuori dalle finestre della Stazione; il cielo è grigio, da che abbiamo parlato, con toni tranquilli,  seduti nella mia macchina, quel giorno, stranamente, con la vernice sporca come poche volte è stata per le recenti piogge. Ho tenuto botta, ed ho parlato per precisare un piccolo aspetto su come pensavo fossero andate le cose, e su come mai la persona che mi ha dato le emozioni più forti di tutta la mia vita, e che credo di aver amato più di qualsiasi altra al mondo, stava rinunciando a questo amore, a testimonianza del fatto che non conta il "quanto" ma il "come". Tuttavia, alle volte è inutile insistere quando ormai la battaglia è persa e quando sai che niente cambierà, anche se una storia ti dà tanti momenti belli. Infatti è stato un bel viaggio, senza dubbio.
Non ho mai avuto così tanto autocontrollo nella vita, apprezzando la mia metamorfosi, come se fossi stato un osservatore esterno di come mi sono comportato in questi mesi. E' una magra consolazione, in questo caso, ma è indice di un soddisfacente lavoro della mia psicologa.
Mi sono soltanto soffermato, in un attimo che sembrava infinito, a guardare i contorni rotondi del tuo viso angelico avvolto dai tuoi bellissimi capelli biondi, un po' come a fotografarne mentalmente, per l'ultma volta, l'aspetto, e custodire quell'immagine dentro di me per sempre. Tanto avevamo già parlato al telefono e il destino era segnato.
Morivo dentro, nonostante il grande autocontrollo che nel 2020 non avrei mai avuto, ma questa è un'altra storia, di cui non voglio far partecipe nessuno. I conti con me stesso li ho sempre pagati e in modo salato e non è più una cosa di tua competenza soffrire con me.
E' vero, me lo dicevi sempre che mi tenevo dentro le cose, pur di averti accanto. E' stato così, per davvero. E ho sbagliato.
Non posso dire di non essere stato avvertito del fatto di essere stato soltanto un "intrattenimento", e di non poter ricevere niente più di parole dolci, serate magiche, e cose intime irripetibili.
Col tempo mi sono accorto di essere la "terapia" di una coppia che, grazie a me, probabilmente ha ritrovato la felicità. E allora è il caso di tagliare i ponti, dando la parvenza che questo sentimento forte che ci lega, e forse ci legherà sempre, non esista.
Com'è giusto che sia. O forse no.
Mi è stato ripetuto di non sperare in una evoluzione del rapporto, mi è stato detto fino alla nausea, e ho sempre detto "lo so", ostentando una sicurezza non comune, pari a quella con cui guido i miei animati mezzi a motore.
Probabilmente non ho mai avuto una consapevolezza di quello che sono, nella vita, come adesso. Anche quando, tutti e due, oltrepassavamo i paletti che ci eravamo imposti.
E' evidente che non posso accusare nessuno di mancanza di chiarezza. A questo punto, come ho sempre storicamente, e forse in modo erroneo fatto, mi assumo le responsabilità di tutto, per il fatto che mi tuffo nelle cose per intero e che combatto battaglie pur sapendole perse in partenza. Le perdo a testa altissima, uscendo tra gli applausi scroscianti, ma il risultato finale comunque non cambia. Magari mi racconto anche che le "sconfitte a testa alta" sono migliori di certe vittorie, e "in corso d'opera" ci si diverte anche di più. Ne è valsa la pena di fare questo viaggio "al buio". Ne è valsa la pena, sempre e comunque.
Stavolta, però, non potevo permettermi di farmi male come tutte le altre volte.
"Questa battaglia non la vinci", diceva Sandra, al corrente di tutto. E infatti l'ho persa, sul campo, dopo un lunghissimo testa a testa, nonostante fossi conscio che al 99% sarebbe finita così, anche se dentro di noi sappiamo che il finale avrebbe potuto essere ben diverso. Ho voluto lottare comunque. Bravo, Andrea. Sempre il solito eroe de noantri che sbatte contro il muro e si fa male. Però è stato un bel viaggio, lo ripeto, e ne è valsa la pena.
E a proposito di viaggi, devo partire, tra poco, per lavoro, per una destinazione conosciuta: Livorno.
E insomma, il cielo è di quel grigio argenteo sottile in cui io, passante distratto, quasi rivedo la mia immagine riflessa, quel grigio che mi rispecchia, che rispecchia il mio umore, che mi copre e mi protegge da un cielo azzurro nascosto; troppo vasto, troppo puro, al quale ancora non posso arrivare, al quale forse, anche da pilota abituato a stare a terra, non arriverò mai.
Sono semplicemente lì, immobile, incantato, in una stupida posizione eroica e solenne con il braccio disteso davanti alla finestra ed il dito in alto a puntare non si sa quale stella invisibile a causa delle nuvole, una ben precisa stella sospesa tra tante altre. Una stella che per te, nelle cronache ufficiali della tua vita, non c'è mai stata, e da oggi ufficialmente non splende più per te, ma per me splende più forte che mai. E forse splende anche per te, che non ti sei mai raccontata la verità.
Forse per te sono stato una stella impropriamente detta “qualsiasi” in un universo qualunque, perché  ben poco importano le determinazioni, i nomi, gli epiteti, quando vedi lo splendore e l’incanto di qualcosa di straordinariamente comune, che eravamo noi.
Così  sono rimasto io, da quando abbiamo deciso di non farci più male, fermo a puntare il cielo coperto dalle nubi protettrici, cariche di pianto stellare, cariche di accumuli gassosi che come pensieri si spostano: passano, ritornano, si smontano, rinascono, simili ma sempre diverse. 
Le intravedo alzando gli occhi al tetto panoramico dell'Enterprise, mentre nel silenzio assoluto percorro la strada per andare a Livorno.
Le nuvole, come le strade, sono tutte apparentemente uguali, perché nessuno vede cosa succede dentro ad una nuvola, né cosa c'è sotto l'asfalto. Così come nessuno sarà in grado di vedere quello che succede dentro di me, rivestito di un abito scuro e di un sorriso che denota spigliatezza, ma straziato e dilaniato per averti perso in nome di quello che era "giusto" che tu facessi per tutti quelli che ti circondano, e non per te stessa, ovvero rimanere dove sei da tempo. Ovvero, hai deciso di non decidere. E da decisionista, ho preso in mano la situazione per non farmi male.
La decisione è giusta, per tutti gli altri, tranne che per me, e ne pago le conseguenze. La paura (non mia) ha vinto sull'amore. La strada facile ha vinto sulle curve.
Appunto, è stato giusto così, è il mantra da ripetere ogni secondo, ad uso e consumo della mia realtà attuale. E' stato giusto così. E' stato giusto così. Lo scriverò 100 volte sulla lavagna del mio cervello, come i bambini indisciplinati quando devono forzarsi a capire qualcosa.
Ma ti amo, e fa male. Questo amore mi tronca il respiro, e mi fa venire un magone bestiale, ora che non ci sei perché ho preso in mano la situazione ed avevo capito che comunque questo epilogo era inevitabile.
Non ho avuto dubbi fin dall'inizio, sin dai tempi delle notti insonni magiche: era ed è ancora, amore vero. Mi slancio ulteriormente, come chi non ha più niente da perdere: lo era da entrambe le parti. E forse lo è ancora.
Avevamo delineato un perimetro, che abbiamo ripetutamente invaso,  perché non c'è niente da fare: ce lo diciamo mille volte, o forse milioni. L'Amore, quello con la "A" maiuscola, quello che ti dichiaravo velatamente e che tu, per paura di quel castello di cose da fare e di persone da affrontare per dire a tutti che le tue emozioni erano lì, non mi dicevi mai di provare (salvo una sera ben precisa), non lo puoi contenere con dei paletti e con dei "recinti" autoimposti.
Ma hanno vinto le convinzioni e le paure di deludere gli altri, e forse gli investimenti fatti in passato, che oggi sono ritenuti imprescindibili.
Eppure, i titoli che perdevano li ho sempre venduti e ne ho ricomprati altri migliori. Ho forse errato nello sperare che potessi farlo anche tu.
Ha vinto l'inerzia che ne consegue, quando mi sarei aspettato un passo da mesi. Se la ragione è dei coglioni, a questo giro, da quanta ragione (inutile) ho, sono un idiota ad honorem.
Ma ti amo tantissimo, porca miseria. E tu semplicemente non mi ami abbastanza, forse.
Il sentimento esiste e resiste nonostante tutto, si insinua ovunque e fa di tutti i propositi e dei paletti un fagotto e li butta via. In effetti, tu lo vivevi senza dirmi nulla nelle sere passate sul mio divano, ma si vedeva che i tuoi occhi si vestivano di un sorriso spontaneo,  per poi rimetter loro la maschera consueta e tornare a casa. 
Questo è, o è stato, un amore forte, vero,  impossibile, che abbiamo reso, nonostante tutto e tutti, possibile. E che ora ha, giustamente, visto la bandiera a scacchi, com'è giusto che sia. O forse no.
La mia giornata è triste, come questo cielo.
Ho la consapevolezza di avere perso, ho la consapevolezza di non essere stato capace di strapparti da quel "castello" di rapporti, di paure, che ti portavi dietro, e di farti capire che non si cresce insieme solo partendo da giovani, ma anche quando si è adulti lo si fa ancora. E avrei voluto che lo facessi accanto a me, per un tratto lunghissimo di vita.
Saperti felice lontana da me è al tempo stesso una consolazione ed uno strazio. Vorrei essere io a renderti felice, vorrei poterlo fare davvero, senza pensieri, senza rancori. Eppure questa ferita che forse autoinflitta che porto in corpo si comporta come una palla al piede o come un bambino capriccioso che trattiene la mamma frettolosa in procinto di andare a fare la spesa.
Vedo solo l’apparenza, l’apparenza che ti fa stare bene via lontano da me, quando esci e fai la tua vita, che non è la mia, lontana dalla mia, nonostante la poca distanza fisica. E tutte quelle cose che avrei voluto fare cadono in un vortice di tristezza, come una morte consapevole a cui ci si abbandona quando non si hanno più speranze, quando la nave su cui contavamo di attraversare l'Oceano sta affondando davanti ai nostri occhi e tutte le scialuppe sono occupate.
Già, perché avrei voluto farne di cose con te. Avrei voluto svegliarmi accanto a te e darti il caffè nelle tazze di Starbucks che avevo preso in vari posti dove sono stato. Avrei voluto farne di viaggi con te, e svegliarsi abbracciati come sapevamo fare di nascosto. Avrei voluto portarti all'Elba, nel mio mondo estivo e invernale, per farti vedere tantissime cose che non hai ancora visto.
Avrei voluto scappare a Parigi un fine settimana così, caricando i vestiti in valigia all'ultimo minuto con i biglietti dell'aereo appena stampati.
Avrei voluto farti capire che per me eri e sei importante, e che forse la nostra vita accanto sarebbe stata bella, divertente, felice e piena di risate, ma soprattutto a colori, contrastante con il bianco e nero di tante coppie che si basano solo sull'apparenza.
Avrei voluto schierarmi con te in qualche gara di regolarità storica, e battibeccare per i settori cronometrati sbagliati.
Avrei voluto imparare da te, dal nostro ridere, confrontarsi e  viverci a pieno e non solo in questo modo.
Avrei voluto fare tante foto, con me e te sorridenti, realmente felici.
Avrei voluto farti capire che si cresce anche quando si hanno 40 anni, figuriamoci alla tua età, e avrei voluto farti crescere e crescere accanto a me.
Avrei voluto essere felice senza filtri, senza dover fingere con nessuno, e senza raccontarmi nessun'altra cavolata, in pace con me stesso e con il mondo, finalmente. E lo ero, in quelle sere incantate, quasi consapevole che avremmo potuto mettere un punto a tutte le nostre sofferenze precedenti.
E invece non ho questo privilegio. Come, forse, a questo mondo non ho né avrò mai il privilegio di essere felice.
Forse sono condannato all'abbandono e all'inquietudine di colui che, detto alla Colligiana, "non ha fermezza", ma per una volta ci avevo creduto ad andare contro i pronostici. Dentro di me sapevo che mi sbagliavo, ma ho voluto autoilludermi.
L'Enterprise affronta una cunetta a 120km/h: il muso affonda mentre trattengo il fiato e riemerge poco dopo a velocità costante. Ne esco accelerando, mentre riallineo con le mie mani esperte in troppi campi il posteriore della mia vettura "a coda lunga", come per tentare di fuggire da questi pensieri che, nonostante l'alta velocità, ci raggiungono in modo inesorabile, spiazzando lei, ma non me.
E tu lo sapevi che noi potevamo darci tanto reciprocamente, o forse addirittura tutto, per sempre.
Allora mi assuefaccio e non oppongo resistenza al ricordo di noi, che siamo stati più coppia di tante altre coppie ufficiali, prima di terminare questo silenzioso e infinito viaggio a Livorno.
Lo scrissi 11 anni fa: Le strade degli innamorati sono lunghe e strette, e non si arriva mai. Quando un amore finisce le stesse strade diventano larghe e piatte, e non si arriva mai lo stesso.
La morale sarebbe che non si arriva mai.
E invece sono arrivato. Lungomare di Livorno, terrazza Mascagni.
Ho paura di non riuscire più a credere in niente, perché in fondo è questo che sono oggi: una persona che non sa più credere, che non crede nemmeno in quello in cui vorrebbe credere, nemmeno quando quella scommessa vale tutta la sua vita. E un fiorellino si stacca dagli alberi color rosa antico del lungomare, in questa primavera arrivata in questo modo così dirompente.
Da lontano, da dentro l'Enterprise, lo guardo e sono conscio di aver sperato di non fare la sua fine, di non appassire, di non piegarmi a questo vento, di rimanere attaccato al ramo che siamo o eravamo noi, di essere sempre più forti e di poter splendere in un bel giorno di primavera sotto un cielo azzurro ed un sole caldo e che così possa essere finché il tempo sarà con noi e continuerà a scorrere, per tutte le stagioni di tutti gli anni che ci saranno. Non ho voglia nemmeno di telefonare ad un amico per dirglielo, ora che non rovescio più tante lacrime, a causa del mio autocontrollo eccessivo.
Del nostro amore bello, totalizzante, segreto, sincero, vero, puro, tenero, pulito, complice e adesso straziante non mi resta nemmeno una foto, perché sono pericolose, mi dicevi. Era uno dei famigerati paletti a cui ho ottemperato senza discutere, anche se avrei voluto farlo.
Ho il diritto di essere arrabbiato. E non con Te, ma con me stesso, per essermi ancora una volta illuso, e illuso per bene.
Ho forse il diritto di essere arrabbiato con me stesso per non aver parlato chiaro quando dovevo, perché tu andavi a "compartimenti stagni" quando c'era il titolare, sparendo per la tua solita paura di perdere tutto.
Mi resta una playlist che nella mia BMW ho chiamato "ClandestinaMente", con tutte le canzoni (parecchie, onestamente, indigeribili per me, quarantenne ex rocchettaro) che in un grigio pomeriggio di febbraio mi mandasti, e la convinzione stupida che il tuo cuore sia stato e sia ancora mio, che avresti la tentazione di correre da me, sotto la mia stazione o sotto la mia casa, a dirmi che sei mia, solo mia e che è il nostro momento. Ah, resta anche un carico di fitte allo stomaco, di lacrime ingoiate nei momenti più impensabili della giornata, di fiato trattenuto in discesa mentre guido fin quasi a soffocare. Mi resta una indelebile sequela di ricordi belli, di baci rubati e di sguardi che non tradiscono mai quello che c'è dietro. Tutti troppo belli per essere, ufficialmente, veri.
Forse in te svanirò, rimpiazzato dalle corse quotidiane, replaced by everyday, come cantano i R.E.M.
Come vorrei un tuo messaggio, qualcosa che mi faccia capire che non mi sono sbagliato. Adesso che ho accettato la sconfitta nella realtà dei fatti, vorrei la magra consolazione della "vittoria nei sentimenti".
Come vorrei avere la conferma che tutto questo vale anche per te.
Per ogni addio, e questo è avvenuto nella vita tutte le volte, viene fuori, spontaneamente, una canzone che si pianta lì in loop e me lo ricorda. E infatti, nell'autoradio si chiude la canzone "Invincible" di Pat Benatar.  A te magari non dice nulla, ma per me è un pezzo rock degli anni '80, con il classico finale in crescendo di quegli anni, che oggi appare eccessivamente corposo e ridondante come un po' tutto il rock dell'epoca. Ma ben si abbina a noi, che a tratti credevamo di essere invincibili e che invece ci siamo disciolti come neve al sole. Com'è giusto che sia. O forse no.
We can't afford to be innocent, stand up and face the enemy
It's a do or die situation, we will be invincible

Tutto facile, in teoria. L'hai fatta facile: ci si smette di vedere e ci si scorda di tutto quello che è stato il nostro amore. Non lo è, perché al cor non si comanda.
Ma ti amo, maremmasconsolatadelpolesine, e in questo casino mi ci sono infilato io. E sto male, peggio di quanto sia stato in  quaranta lunghi anni di cazzate, nonostante all'apparenza sia tutto il contrario, nonostante sia una persona dotata, adesso, dal 2021 in poi, di un autocontrollo da record.
Adesso è il momento di scendere di macchina. E non ho tempo di lamentarmi ancora, perché ho aspettative troppo alte da me stesso.
Fitta allo stomaco, respiro troncato, magone. L'autocontrollo chiede il conto, e lo pago volentieri.  E' stata una scelta difficile, ne sono certo. Gestisco questo stato d'animo guardando per un attimo il mare davanti a me. Le mie battaglie recenti le ho vinte imparando a gestire anche quello che non riuscivo a calcolare prima. Non avrebbe dovuto essere così, avrei dovuto imparare a lasciarmi andare.
Mi alzo in piedi, mi vesto del mio sorriso, e suono il campanello del Collega, con la testa altrove.
Mi rituffo nel mondo, senza di te, che fai la tua bella vita con quell'altro lì accanto da cui non riesci a staccarti. Com'è giusto che sia. O forse no.

martedì 19 aprile 2022

Hearts on fire.

 


Via Montegrappa a Poggibonsi, 50km/h. L'espressione ebete sul mio viso, per l'ennesima cazzata che sto per fare, mi fa gongolare di gioia.
E' una mattina di quelle in cui, sotto il cielo della dirompente primavera del terzo anno di pandemia, può accadere tutto.
Sto andando a compiere la quindicesima Missione Eroica della mia vita. Avevo detto che dopo l'ultima avrei smesso. L'ho detto a tutti.
Per chi non lo sapesse, la Missione Eroica è un tour  con una destinazione ben precisa che organizzo, normalmente, per recuperare qualche cazzata che ho fatto con l'esponente di turno del sesso femminile che disgraziatamente mi ha accanto.
Presuppone il calcolo militarmente strategico della mia apparizione inaspettata davanti alla arrabbiata malcapitata, dopo un viaggio di qualche ora di macchina.
Porta con sé le emozioni forti dell'incerto, una colonna sonora che mi entra in testa e non se ne va finché non arrivo a destinazione.
In questo caso, Hearts on Fire di Bryan Adams.
Ma soprattutto, la Missione Eroica genera ricordi, spesso indelebili.
Dopo il primo fallimento, che presumevo essere tale, ho sbandierato ai quattro venti "ho chiuso con codeste stronzate delle Missioni Eroiche".
Inizialmente, infatti, avevo pensato che la quattordicesima avesse avuto un esito negativo, ma non lo ebbe. Ha avuto un effetto positivo ritardato, così ritardato da causare un ritorno tardivo e non più voluto della destinataria della Missione medesima.
Quel giorno avevo studiato la parte, ma dovetti improvvisare, con l'aiuto di Virginia, di una colonna sonora che mi caricava, di una camionata di spaghetti al Batti Batti (aragostina), e di un po' di vermentino dell'Elba.
Sulla nave del ritorno dichiarai a Virginia che mai avrei fatto ulteriori bischerate. Avevo detto a me stesso che avrei fatto la persona seria, che avevo quarant'anni (come se uno a 40 anni dovesse rinunciare alle emozioni per chissà quale raggiunto limite di età). Insomma, ne avevo dette tante, ma non ne ho mantenuta una.
Tant'è che ci voleva un motivo.
Tant'è che stamani l'Enterprise vola rasoterra verso l'arrivo della quindicesima missione, la prima dopo "aver chiuso con le Missioni Eroiche". E' la seconda che compie, nella sua breve vita passata accanto a me, ma in queste circostanze sfoggia una grande simpatia, dismettendo le sue doti di Governante tedesca, e mettendo i panni della "sorniona complice appariscente" che mi porta a destinazione. 
Sembra anche lei euforica in attesa dell'esito della Missione, che è sempre incerto.
Tuttavia, stavolta non è come tutte le altre quattordici, perché il margine di incertezza è poco. Questa è una missione molto particolare, il cui obiettivo minimo è scontato, ovvero il vedere una faccia attonita. Soprattuto la Missione ha una lunghezza di 15km, a differenza delle altre che avevano una percorrenza media di tre ore.  L'obiettivo finale è grande, troppo grande e molto difficile da raggiungere.
L'obiettivo è far capire qualcosa a qualcuno, cagionare una reazione positiva. E' molto di più che recuperare la fiducia, è far togliere un po' di paletti. E non sono sicuro che l'impegno costante che ci metto funzioni.
Nonostante la breve distanza fisica, la strada è lunga lo stesso e il tempo si dilata, perché, come scrissi anni fa, Le strade degli innamorati sono lunghe e strette, e non si arriva mai.
Qui, addirittura, abbiamo concordato di vederci prima, e non ho nulla da farmi perdonare (stranamente, aggiungerei). L'effetto sorpresa per la presenza decade di colpo.
Insomma, è una Missione atipica. L'Eroismo, a questo giro, è dovuto all'azzardo del "carico bellico" che mi porto dietro.
Non è niente di che, ma vista la delicatezza dei valori in gioco, della paura in cui vive lei costantemente per le reazioni degli altri, la rosa rossa a gambo lungo che è appoggiata sul pavimento lato guida davanti al sedile posteriore dell'Enterprise, potrebbe cagionare l'esplosione di una forza pari a quella di un missile da crociera americano.
Chiaramente, una deflagrazione è proprio quello che non voglio. Vorrei solo far capire quello che realmente provo per colei che non ho accanto di diritto, ma che nei fatti è sempre più vicina. La più vicina in assoluto.
Ma ripeto, questa volta non ho da farmi perdonare niente. Ho solo da consegnare un "oggetto che presuppone un sentimento", che potenzialmente potrebbe abbattere tutti i paletti, ma ovviamente non lo farà. Ci saranno anche dei "bassi" tra noi, ma per ora ci godiamo gli "alti".
Parcheggio l'Enterprise mentre la band di Bryan Adams termina il suo assolo di chitarra. Non scendo fino a che la canzone non finisce, perché è sempre brutto fermare le cose belle a metà.
Sbarco dall'Enterprise, vestito con il mio trench blu, retaggio di un'altra epoca in cui il vento di scirocco sferzava il mio viso abbronzato, e l'ansia era padrona di tutto il mio corpo. Un'epoca non lontana nel calendario, ma fortunatamente distante nei miei nei modi di pensare e di vivere le cose difficili.
Ho la presunzione che l'espressione del viso di lei, alla vista del sottoscritto, acquisisca colore, dalla scala di grigi che assume quando non ci sono, ad un arcobaleno quando si veste del sorriso più bello del mondo. Lei non lo sa che per me il suo viso è quanto di più celestiale esista su questo Pianeta. Lei non sa tante cose, in primis che potrebbe essere molto più felice se volesse bene a se stessa.
Finché avrò la forza di stare lì, glielo spiegherò a gran voce.
Era questo il senso della Missione appena compiuta.
Mi guardo nello specchio prima di ripartire, dopo il poco tempo trascorso, ed ho una stupida espressione sin troppo compiaciuta sul volto. Sono un idiota, ma non ho mai respirato la libertà di scegliere che sento adesso, se così si può dire.
E' per questo che vorrei dare di più.
L'Enterprise riprende vita col suo solito ronzio metallico del motore biturbo, verso il tuffo nella vita quotidiana.
Vorrei solo che quella rosa facesse capire che sono disposto anche ad aspettare. E non sono il tipo che l'ha mai fatto nella vita. Mi dà noia persino aspettare la nave, figuriamoci una persona. Ma stavolta è diverso.
Perché, nonostante i ritornelli, le ripetizioni, le "Tirate indietro", i paletti, il mio non chiedere, e tutto quello che faccio e subisco, questo è un amore di quelli che, comunque vada, non scorderò e forse non scorderemo mai tutti e due.
Due persone assolutamente compatibili si trovano in un momento della vita,  e si vedono, forse, costretti a fare delle scelte. Eccomi qua, io le ho fatte, ma le ho fatte per me e per nessun altro. E aspetto spasmodicamente gli sviluppi, accontentandomi di quello che mi viene dato, che comunque è veramente tanto.
E comunque andrà, sarà uno di quegli amori che, in caso negativo, ci ricorderemo tutta la vita, e se ci incontreremo per strada, tra trent'anni, avremo la stessa voglia di darci la mano di ora, lo stesso sguardo affamato e gli stessi cuori che bruciano, nonostante le scelte, gli obblighi, le paure che non ci hanno fatto spiccare il volo. E forse, avremo lo stesso pianto nel cuore del giorno dell'addio, che oggi spero sia il più lontano possibile. Perché non so stare senza di lei, già oggi, nonostante io cammini con le mie gambe.
E' davvero un bel viaggio, genuino, vero e concreto, quello che abbiamo intrapreso. E questo mi basta. Me lo ripeto costantemente, e non è solo un'autodifesa. Ho imparato a non avere aspettative ulteriori.
Tuttavia, sono legittimato ad avere dei desideri, ogni tanto.
Desidererei che questo amore divenisse per entrambi semplicemente tutto.
Ovvero, quello che abbiamo sempre voluto dalla vita, ovvero essere liberi, tranquilli e felici, finalmente arrivati a destinazione dopo tanto penare. Forse lo desidero in generale perché non ho mai avuto la fortuna o il privilegio di essere felice, ma la candidata che vorrei accanto è una sola, e non posso averla oggi. Pace.
Non chiedo e faccio la mia vita, che probabilmente è anche un po' la sua, e non penso a tutto quello che ho scritto oggi.
Tutto questo vorrei che semplicemente lei lo capisse, e tanto mi ritroverò nel telefono un messaggio chilometrico che, razionalmente, mi ripropone il solito catalogo di Self-excuses, che conosco a memoria. O probabilmente mi ritroverò abbandonato, ancora una volta, a me stesso, ma stavolta con la consapevolezza che posso accendere il motore e dirigere la mia nave dove voglio.
Il passaggio da "#Loversintimeovcovid19" a "#Driversintimeofcovid19" è un attimo.
So a memoria che la realtà è anche un'altra. La realtà è che sto "in panchina", ma forse gioco molto meglio e molto di più del titolare.
E i giorni in cui sono costretto a stare "in panchina" (nei fatti, non nel cuore, ne sono sicuro), prima facevano male, poi, come in tutte le cose, ho dovuto imparare a conviverci e le ansie, piano piano, sono sparite. Con esse non sono svaniti i desideri, ovviamente.
Via di Spugna, Parcheggio Arnolfo Multipiano.
L'Enterprise mi ricorda che sono arrivato sotto il mio ufficio. 
Mi soffermo a guardare il bellissimo palazzo che ospita le mie stanze.
E' ora di rientrare nella mia vita, nonostante l'espressione da idiota interurbano degli anni '80.
Rientro nella stazione con una speranza in più, ogni giorno che passa, sempre cosciente che le illusioni non fanno bene, ma che viviamo per il cuore e non per il cervello.
Scuoto la testa, abbandono i pensieri per cui vale la pena di vivere per tornare all'universo di rompicoglioni che mi circonda e mi attanaglia impedendomi di fare quello che vorrei in questa vita.
Potrei fare tante cose, ma le lascio fare al tempo. E mi godo il viaggio.

giovedì 17 febbraio 2022

Vola solo chi osa farlo

 


Spianata di Campiglia, SR 68, 100km/h. E' la strada che va da casa a Volterra, dove sono diretto stamani. E' uno dei percorsi con i panorami più belli del nostro Pianeta, di cui dovremmo ritenerci fortunati. Si insinua dapprima nelle precise campagne Colligiane, poi, a forza di saliscendi e di curve spettacolari, arriva dritto nelle crete Volterrane, passa attraverso le mura della città, e ci conduce direttamente nella storia delle nostre splendide Terre, a partire dagli Etruschi, passando per il borgo di Picchena, per la Torre di Montemiccioli, e per altre amenità che magari sulle guide Lonely Planet non saranno mai inserite.
Ho sempre amato Volterra, proprio per la sua contaminazione di civiltà, antiche e moderne che lì si sono letteralmente ammassate, nella semplicità di una città di 15.000 abitanti circa abbarbicata in vetta a una collina che, oggi, è meta di turisti da tutte le parti del Mondo. Ecco, Volterra è anticonformista.
Noi, passanti distratti e abitanti pressoché locali, quasi non ci accorgiamo di quello che siamo stati e di ciò che rappresenta la storia passata, e il nostro vissuto, ma dovremmo farlo, perché tutto si ripete sempre e comunque.
La strada per arrivarci, in realtà, per chi ha  intrapreso sfide automobilistiche personali (e magari è anche un tantino mentalmente instabile, direi) è quanto di più esaltante esista. Dal 1999 la chiamo "test track" ed è lì che vado a provare le macchine che compro, e che mi danno da testare, o semplicemente, quando sono giù di morale, a sfogare i miei primordiali istinti umani al volante delle mie, sempre veloci, vetture animate.
Sì, perché loro, per me, hanno un'anima e tante storie da raccontare. L'Enterprise, tuttavia, è bene se rimane in silenzio, di recente, ma questa è un'altra storia.
Dopo i tornanti di Mugnano, da farsi rigorosamente in seconda marcia con le manuali e in terza con i cambi a 8 marce, c'è una "esse" che porta a un dosso in curva, che a sua volta immette in un rettilineo che così rettilineo proprio non è.
Questo dosso l'ho sempre chiamato "Salto del Monte", dalla località, appunto, ove si trova.
E' sempre stata una sfida con tutte le vetture che ho avuto, far staccare le ruote ed atterrare sul rettilineo successivo, vivendo la sensazione di stare in aria con oggetti che, per loro natura, devono stare a terra e starci parecchio appiccicati, pena conseguenze disastrose.
Insomma, il "salto del Monte" è un bel salto da rally di quelli di razza, che mai ha visto alcuna competizione, salvo arrancanti e sputacchianti trasferimenti della Mille Miglia, passarci sopra.
E' un salto difficile, perché se sbagli la traiettoria rischi di uscire a destra, finire nel campo sottostante e terminare inghiottito dal buio che avvolge la zona.
Sono riuscito a farlo con tutte le macchine che ho avuto sotto mano, a partire dalla Punto Cabrio nel 1999, passando per la Lancia Ypsilon versione arrabbiata, per la Mito che montava quel motorone che poi hanno mutuato le Cinquecentinedimerda Abarth (che a me, nonostante le disprezzi a parole, garbano parecchio), passando per il Duetto, fedele vettura da gara storica, con me da quasi dieci anni ormai, fino alla BalenaBlu, la mia prima BMW che andava molto bene e non si ribellava ai miei comandi.
Hanno saltato tutte, più o meno a lungo, atterrando più o meno sbilanciate, più o meno nella zanella di destra, ogni tanto manifestandomi il disappunto dello schema sospensivo con qualche tonfo sordo in atterraggio. In ogni caso tutte hanno fatto il "Salto del Monte" almeno una volta nella loro carriera.
Tutte tranne lei: l'Enterprise.
Eh già, perché il mio ultimo "Furgone della ditta" rivestito da vettura col muso incazzato (definizione calzante data da un omino sul lungomare di Marciana Marina a novembre 2020), con motore potentissimo e sospensioni MSport, non ha mai fatto il "Salto del Monte".
Forse perché lei, da buona Governante Teutonica qual è, ha fatto dell'eccessiva razionalità la sua bandiera di vita.
C'ho provato qualche volta, a dire il vero non impegnandomi più di tanto, utilizzando tutte le traiettorie possibili, da che è con me, ma niente, lei non si scompone, non si stacca, tira fuori la sua razionalità e ti porta a destinazione in modo terribilmente preciso e veloce.
Forse lei non lo dice, ma ha davvero paura, in quei decimi di secondo in cui si trova in aria, di rimanere priva del controllo per un attimo, e di non sapere dove terminerà la sua corsa. Sicuramente, è così.
Un guidatore normale non si porrebbe nemmeno questo problema.
Mi ero rassegnato, a dire il vero, però a me fa arrabbiare l'eccessiva razionalità nelle cose. E non è da me vivere rassegnato.
Oggi, quindi, voglio provarci ancora, sospinto dalla forza che mi  ha dato quanto accaduto nella mia vita recente. E allora, dopo il tornante di Mugnano, affondo il piede destro, imponendo alla mia navicella spaziale di tenere fissa la quinta marcia.
Nel preciso istante in cui la coda esce dalla curva e si riallinea sotto le mie mani esperte, inizio a pensare alla lista del "salti nel buio" che ho fatto nella vita.
Non sono tanti, ma sono stati tutti belli, in un emozionante crogiolo di sensazioni che mai avevo provato. Ed è questa il primo aspetto bello dei salti: non avere, per un attimo, il controllo e non sapere, per un attimo, come andrà a finire. Anche se, il più delle volte, ho avuto ragione, anche quando il burrone sotto di me pareva profondo e le conseguenze di una scelta maturata sembravano sin troppo difficili.
Il secondo aspetto bello dei salti è la strada che c'è dopo, che è sicuramente diversa, ai nostri occhi, da quella che hai sinora. Magari nei fatti non lo è, ma dopo il salto maturiamo una percezione diversa delle cose, e del controllo di noi stessi.
Tocco il paddle di destra, l'Enterprise mette la sesta marcia, 120 km/h. Imposto la "esse", e inizio a vedere il dosso a qualche centinaio di metri da qui.
E se ci fosse una macchina? E se sbagliassi la traiettoria?  Mi ripeto che devo stare tranquillo, perché finirebbe tutto troppo presto anche per accorgersene.
Arrivo in prossimità del dosso, con leggera correzione dello sterzo a sinistra. Inizio a pensare che l'Enterprise non si staccherà mai da terra.
E invece mi sorprende, ancora una volta, contro ogni pronostico (sì è un "Against all odds" di Phil Collins tradotto letteralmente), e prende il volo. Adesso è priva di controllo, perché le ruote non toccano terra.
In questi attimi, sono in balìa di una scelta che ho fatto prima, che è divenuta irreversibile. Quando si salta, la prima cosa che ci si domanda è: "Ho fatto bene ad abbandonare la terra che conoscevo per volare?". Viene la tentazione di guardarsi indietro, di pensare di aver fatto una delle più grosse stronzate, inutili, della vita che hai trascorso sinora.
Ma ormai, non c'è modo di fermarsi.
Mi preparo all'impatto, presumendo che sarà fortissimo.
L'Enterprise tocca terra. Lo fa in modo sorprendentemente morbido, come se atterrasse sul velluto, come se una persona che mi ama mi avesse ripreso tra le sue braccia per attutire il colpo, rischiando a sua volta di farsi male, e prosegue, dritta, come se niente fosse accaduto la sua corsa verso Volterra.
E' bello trovare qualcuno che ti accoglie tra le sue braccia quando salti. Nessuno mi ha mai raccattato in fondo ai salti della vita, costringendomi ad essere forte. Col tempo, però, le ossa rotte si sono rimarginate ed ho ripreso a camminare.
Eppure, io lo farei per chi merita, garantendo un atterraggio di velluto.
Piazzo in faccia il mio stupido sorriso soddisfatto, per l'ennesima cagata che ho combinato.
A testimonianza che, nella vita, non dovrebbero esistere né certezze né schemi fissi, e che Vola solo chi Osa farlo, anche a bordo di oggetti che, per loro natura, non ne sarebbero capaci.

martedì 8 febbraio 2022

Dopo anni: siamo autisti o piloti?

 


 

Strada Belvedere-Colle, 100km/h. E' una velocità ben oltre ogni umana immaginazione per questo tratto di strada. Con una manovra da scuola piloti federale, sorpasso un non meglio identificato oggetto lento, che viene inghiottito dal buio alle mie spalle.
E' la notte fonda di un giorno infrasettimanale di questo magico e limpido inverno.
No, non è una notte qualunque, questa.
L'Enterprise, per niente scombussolata da quello che è successo poco prima, si guadagna sul campo il titolo di Governante Tedesca, severissima, e cerca da sola di correggere tutte le mie indiscipline da pilota italiano, a colpi di suoni ed interventi di controlli elettronici, nel mio rientro a casa.
I fari a led fendono il buio, e ad ogni sconnessione dell'asfalto, per l'alta velocità, il beccheggio riduce il campo visivo, come a creare un infintesimo di blackout.
Phil Collins canta Sussudio nelle casse. Non è un caso, perché è uno dei cantanti che preferisco al mondo, e l'Enterprise conosce i gusti musicali del suo autista. O pilota.
C'è un profumo nuovo e strano nel mio naso che non riesco a decifrare, che ha preso il posto di un pesantissimo cuba libre, di un Long Island fatto con i piedi, e un Moscow Mule che non aveva visto l'alcool nemmeno col binocolo.
E' il profumo, forse, di uno shampoo di ottima fattura da parrucchieri e di un profumo leggero femminile di altissima qualità.
Erano posati su dei capelli di miele e su una pelle di seta, a cui sono riuscito a rubare un po' della loro essenza a colpi di baci proibiti, di risate che ufficialmente non sono mai avvenute, di un incrocio di mani che rimarrà custodito ed impresso a fuoco nei nostri ricordi, e mai ritratto in nessun telefono, fotocamera o altro. Poco importa, di questo. La memoria lascia tutto vivo, il viverlo di nuovo ne alimenta la fiamma.
Dietro i suoi occhioni solitamente tristi per motivi che mai chiederò, si nasconde una delle persone più belle che io abbia mai conosciuto. E non parlo solo dell'involucro esterno.
E' un universo fatto di fragilità, di stereotipi imposti dall'estrazione sociale, peraltro comune alla mia, che per me, al tempo, sono stati deleteri e che ho finora combattuto con tutto me stesso. Però ho vinto.  Non glielo dirò di persona, ci deve arrivare lei ad essere veramente felice.
Di tutto questo non mi importa. Il mio ego razionale probabilmente sa che si deve sempre e comunque rimanere coi piedi per terra nelle promesse di lungo periodo.E già, stasera sono morto tra le sue braccia, e per le comuni, umane convinzioni di questo orrido Paese non avrei dovuto. Ma nella mia evoluzione recente da bruco a farfalla sono diventato un attento osservatore, e un ascoltatore, e un ribelle travestito da conformista in abito scuro.
Due anni fa mai avrei pensato di poter arrivare a tanto, e sono orgoglioso di me stesso.
In effetti sono stato bravissimo a raccontarmi favole, come ho fatto in quest'ultimo anno. Mi sono raccontato che avevo trovato la persona giusta, che era giusto e doveroso andare avanti a diritto, quando la rinuncia alle emozioni è una cosa che non fa bene.
Ma le emozioni, che lo vogliamo o no, arrivano. E, come un terremoto, sconquassano quello che spesso ci autoimponiamo.
Mi domando cosa vogliamo, se non leggerezza, tranquillità, chiacchiere, e qualcosa di genuino che forse le nostre vite non ci hanno mai e poi mai regalato.
Sì, è proprio quello che vorrei: genuinità, spontaneità, poter dire le cose liberamente, anche quelle sbagliate senza paura di causare una reazione cattiva o eccessiva.
Vorrei gli sguardi che quella sera, e quelle successive, quella persona mi ha dato, carichi di un qualcosa che non mi era mai stato posto davanti agli occhi e che non sappiamo nessuno dei due spiegare.
Ce lo siamo domandati per anni: viviamo da autisti o da piloti?
Da chi ho avuto accanto per un anno tempo fa mi era stato detto che ero solito "etichettare e categorizzare" tutto quello che mi capitava davanti.
Forse, fino ad allora era vero, ma la goccia scava nella roccia e ci siamo arrivati, forse, a dirigere automaticamente i pensieri nella loro naturale sede, quella che fa meno male.
Stavolta però è diverso. La mia proverbiale ansia mi avrebbe portato a pensare di navigare a vista.
L'autostrada è da autisti, le curve da piloti.
Guardo sempre l'uscita a destra, l'itinerario alternativo. Da qualche tempo di più, ed è grazie a questo episodio.
E allora do a me stesso, di nuovo, il benvenuto tra i piloti e non tra gli autisti.


martedì 28 dicembre 2021

Un Natale vissuto dal Grinch


  

Autostrada A1, 140km/h. Sì, non tengo il solito Cruise a 150, perché c'è il tutor e non siamo sull'A4, né sul tratto fiorentino della stessa autostrada dove quel maledetto macchinario, che ci rende tutti uguali dalla Panda alla Pagani Zonda per paura della multa, non è installato.

Sono in uscita dalla città che pulsa, quella dell'Amaro Ramazzotti, che non dorme mai, nell'ora di punta, mentre per ricordarmi chi,  nel 1990, anno crocevia della mia vita, aveva ucciso Laura Palmer nella serie Twin Peaks, ascolto "Falling" di Julee Cruise. 
Mi allontano da Milano sotto un cielo grigio intenso, che preannuncia la pioggia forte, battente e costante che avrei trovato 220km più a sud, unitamente ai 14km di coda a causa di due veicoli guasti.
L'Enterprise, cattiva sulle strade normali, si trasforma in un cucciolino poco assetato di carburante quando viaggia a velocità costante.
Insomma, tutto bene finora, nonostante il contesto piuttosto palloso.
E' la fine dell'anno, in cui si affrontano gravi emergenze lavorative
E' passato il Natale: questa festa non l'ho mai amata, non l'ho mai tollerata, non l'ho mai digerita.
Dapprima, mi veniva l'ansia di "dover fare" qualcosa. Ora ho fatto i conti con me stesso e me ne sono fregato.
Ho augurato Buon Natale a tutti quelli che ci credono, a tutti quelli che ci credevano un tempo. Ho augurato Buon Natale a chi costruisce la proprie storie a  lieto fine a tavolino, a chi è stato protagonista suo malgrado di "finali col botto", dove il botto era un'esplosione e a raccattare i cocci c'ero sempre io da solo.
Ho augurato Buon Natale a un'amica maremmana, lontana e vicina che, così grinch, ironica, e autoironica, ha capito ogni mia parola. Lo sa cosa c'è dietro le mie parole.
Ho augurato Buon Natale a Sandra, che il lieto fine l'avrà senza doverselo costruire, ma non dov'è ora. NON ho augurato Buon Natale a chi, l'anno scorso, mi mandò gli auguri alle 8:36, per poi regalarmi il Natale più di merda della mia vita. Non ho augurato Buon Natale a chi era tornato, ma non ho riperso nella vita. Ho augurato  Buon Natale ai silenzi che continuano, dritti, auspicando che un giorno siano rotti da un qualcosa di maturo e pacifico.
Non ho dimenticato chi mi ha tirato fuori da un pantano, mi ha lanciato ad altissima velocità e poi ha tirato il freno di colpo, lanciandomi in picchiata in un burrone, gettandosi chissà dove, nelle braccia di chissà chi.
Amica, tu non sai proprio che in quel volo giù nel burrone, ho scosso la testa, ho allargato le braccia a mo' di ali, ho inclinato le mani a mo' di flaps, ho tirato la cloche a me, ruotando, e ho iniziato a volare.
Proprio lì, ho iniziato il decollo che ora è una crociera a 10000m di altitudine.
Ci siamo augurati Buon Natale con chi è accanto, e che mi ha fatto innamorare follemente alla lunga. Tu hai capito che ci si doveva lavorare, che prendere la nave era una bizza di un "bambino a cui avevano rubato il giocattolo".
Ho augurato Buon Natale a chi supera i limiti di velocità, a chi ama la traiettoria perfetta, la guida perfetta, la vita perfetta di cui ognuno ha un'idea diversa.
E ora, c'è un 2022 in cui si deve andare a tutto gas verso una nuova prospettiva.
Me lo auguro, con tutto il cuore.

lunedì 8 novembre 2021

Panchine

Superstrada FI-PI-LI, 120km/h, direzione Pontedera, poi Castelfalfi, poi San Gimignano, poi casa. C'è un'altra strada, c'è un'altra Luna, mentre con il solito aiuto dell'Enterprise, rientro zoppicando per il traffico altalenante da una giornata mortale.
Gli Oasis mi sparano "Supersonic" nelle casse della mia stupenda macchina blu, e io ne rido, perché qui di supersonico non c'è nulla, nel traffico caotico e schizzato del secondo anno pandemico.
Il silenzio nei rapporti prosegue, e  il buio della notte inghiotte negli specchietti tutte le luci della superstrada, nelle mie solite giornate di cui non vedo, mai, la fine. Sono stanco, e dormo male. Non è una novità, e lo sappiamo bene.
Il telefono mi ricorda, da stupido computer quale è, che un anno fa esatto ero lì, a prendere una nave alle 17:10 a bordo della nuovissima Enterprise, ultima nave utile per evitare il coprifuoco che c'era l'anno scorso, e mi ricorda l'ultima foto con le facce tristi perché non ci saremmo visti per lungo tempo. Il giorno dopo, infatti, la regione Toscana sarebbe entrata in zona arancione.
Non sapevo che sarebbe stata la fine del gioco, salvo messaggi che, una volta ricomposto faticosamente il puzzle della nostra storia, si sarebbero rivelati da un lato "di routine", dall'altro sintomo di una difficile arrampicata fatta di ansie, di poca naturalezza, di sguardi che probabilmente non si incrociavano più.
Già, perché poche ore prima parcheggiavamo l'Enterprise accanto ai sassi a Pomonte, per mangiare insieme sulla spiaggia.
Lo percepivo, che qualcosa non andava. Percepivo anche dal lato mio un forte disagio, derivante dal fatto che certi atteggiamenti non li avevo mai tollerati.
Non avemmo il coraggio di pronunciare la famigerata frase: "Ti devo parlare" in quelle circostanze, che sicuramente non avrebbero salvato la nostra storia, ma almeno avrebbero alleggerito una fine silenziosa, e non avrebbero buttato me in una picchiata, con annesso avvitamento, da cui mi sono ripreso dopo molto tempo.
Per chi avevo accanto forse fu una liberazione, perché avrebbe potuto correre libera verso chi, sicuramente, avrebbe meritato attenzione.
Il resto è cronaca, fatta di un anello che avrebbe dovuto essere consegnato la settimana dopo, della quattordicesima Missione Eroica che vinse la palma di essere stata la prima andata male, dei tentativi andati bene di riavvicinamento, delle ansie tornate, della nuova fine di ogni rapporto, stavolta brutale.
Per fare un sorpasso scalo in settima marcia: è una mossa inutile, se non a darmi, ogni tanto, l'illusione di avere il controllo del mezzo manuale e non automatico. Infatti l'Enterprise si riattiva e mi rimette l'ottava da sola, quasi a brontolarmi per quell'uscita dal silenzio e dal piattume dei 120km/h impostati.
Dopo un anno ci sono ancora tante domande che mi pongo, e che onestamente non dovrei nemmeno concepire.
E' stata tutta una farsa la nostra favola nata e cresciuta in un periodo sfavorevole? E' stato davvero amore? Ce ne sono mille che ritornano come dei vortici, ogni volta che sbarco da quella cavolo di nave, verso quella cavolo di isola che amavo, da morire, e che ora mi fa parecchio girare le scatole, nella sua bellezza e nella sua, a tratti, stupidità.
Eppure ricordo quella Panchina a Le Ghiaie, dove ci siamo baciati quando nemmeno lo potevamo dire in giro. Ed è lì, e non se ne va, quel ricordo di quasi 2 anni fa. Ricordo ogni dettaglio di quel giorno, a partire dalla freschezza dell'aria che permeava i nostri polmoni, la macchina piccola e quella grande, il pranzo al bar del Porto.
Nei silenzi dell'Enterprise mi domando dove spesso sia finito il mio cuore, a cui nego sin troppo spesso  le emozioni che vorrebbe provare, in favore di una sin troppo eccessiva razionalità. Spesso è lì, su quella panchina erosa dagli agenti atmosferici, che resiste alle mareggiate, al tempo e all'incuria di una pessima amministrazione comunale.
E non dovrebbe essere per niente così, alla luce dei recentissimi sviluppi della mia vita.
Riguardo avanti, a quello che ho adesso e che avrò in futuro. Strappo via il cuore da quella panchina dove vorrebbe rimanere aggrappato e lo rimetto al suo posto, vinco le sue resistenze con la forza della razionalità, per fare quello che è giusto.
Ma alle volte mi domando: "Perché non sei qui con me, stasera?". E continuerò a farlo.



martedì 2 novembre 2021

La favola bella di Paolo e Chiara



 

Autostrada A11, 150km/h. L'Enterprise come sempre procede veloce come il vento, nel suo teutonico silenzio. Piove, e le bacchettate del tergicristallo si coordinano, quasi all'unisono con i giunti metallici dei viadotti, che creano una quasi piacevole combinazione di suoni.
E' stato un fine settimana lungo piuttosto strano, o meglio, nel suo ordinario svolgersi ho conosciuto, con chi ho accanto, la fidanzata di un amico. Magari il lettore poco attento riterrà tale circostanza una banalità, ma la storia che c'è alle spalle è una favola bella, a lieto fine, commovente come poche. O forse sono io che sono particolarmente sensibile ai lieti fini, visto che non ne ho mai avuto uno.
Tant'è che Paolo, amico ormai da oltre vent'anni, da sempre visto single, persona di una levatura mentale notevole, di un'intelligenza e di un'ironia assolute, ci ha presentato la sua Chiara. Non ha più una famiglia, lui: i genitori sono scomparsi e noi amici eravamo tutto quello che aveva.
Andò così, in breve. Paolo è campano e viene a studiare a Siena, come tanti universitari, e purtroppo, per la distanza, è costretto ad abbandonare la sua Chiara. Lei inizia ad odiare la Toscana, perché le ha portato via il suo amore.
In tanti, me compreso, avrebbero rubricato l'amore di quinta Liceo come una cosa giovanile.
Passano gli anni, ma i due non smettono di sentirsi per periodi lunghi, anche se ognuno porta avanti la sua vita.
E dopo vent'anni Paolo torna per un periodo piuttosto lungo a casa, e ritrova la sua Chiara. Quello che era sotto la cenere riprende vigore, addirittura maggiore rispetto a prima, con la consapevolezza che solo i 40 anni ti danno.
Paolo tornerà giù, lasciandoci un vuoto nel cuore. Ma la cosa che conta è che dopo vent'anni, Chiara si sia ripresa quello che era suo, con gli interessi.
Sono felici ed è un finale stupendo, che nessuno avrebbe mai creduto che avvenisse. I miracoli succedono, e loro si meritano la favola bella dopo tanto attendersi reciprocamente.
L'Enterprise prosegue nella pioggia, imperturbabile e inarrestabile. Le gocce si spiaccicano sul parabrezza e sul cofano blu Portimao, e il vento le porta verso la parte posteriore per poi disperdersi in una corsa così effimera.
Mi viene in mente D'Annunzio, quando mi ricorda che "Piove, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude", e guarda caso quest'Autostrada porta a quella pineta, vicino a Marina di Pietrasanta, dove D'Annunzio vive con l'amata Ermione la giornata di pioggia di quell'opera che conoscono tutti (capre a parte).
Ecco, vorrei anche io una favola del genere, con la reciproca tenacia di aspettarsi, qualunque cosa accada.
In vent'anni le persone cambiano: lo fanno anche in un anno, lo fanno anche in due.
Permettetemi, Amici, di provare un po' di invidia bonaria.
La vorrei perché ho la presunzione, forse erronea, di meritarmela, e perché non merito il silenzio in cui da oltre un mese siamo piombati con colei che conobbi al di là del mare.
"L’amore non si dimostra per come saprai amare la persona cara, ma da come la saprai perdonare…", diceva ieri il Pieraccioni in televisione. E' vero, ma io non devo essere perdonato stavolta. Probabilmente, come un coglione, farei muro di nuovo alla richiesta di perdono, che ogni giorno spero mi sia formulata.
E allora credo nella favola di Paolo e Chiara, nel loro lieto fine, nel "vissero felici e contenti" che potrebbe farli sopravvivere a ogni scossa di terremoto perché sono soggetti saldi e forti.
Ci credo, perché ognuno si può ritrovare dopo anni di lontananza.
Sono sicuro che una favola bella toccherà anche a me. Ci voglio credere con tutto me stesso. Per un altro minuto ancora.


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