martedì 28 dicembre 2021

Un Natale vissuto dal Grinch


  

Autostrada A1, 140km/h. Sì, non tengo il solito Cruise a 150, perché c'è il tutor e non siamo sull'A4, né sul tratto fiorentino della stessa autostrada dove quel maledetto macchinario, che ci rende tutti uguali dalla Panda alla Pagani Zonda per paura della multa, non è installato.

Sono in uscita dalla città che pulsa, quella dell'Amaro Ramazzotti, che non dorme mai, nell'ora di punta, mentre per ricordarmi chi,  nel 1990, anno crocevia della mia vita, aveva ucciso Laura Palmer nella serie Twin Peaks, ascolto "Falling" di Julee Cruise. 
Mi allontano da Milano sotto un cielo grigio intenso, che preannuncia la pioggia forte, battente e costante che avrei trovato 220km più a sud, unitamente ai 14km di coda a causa di due veicoli guasti.
L'Enterprise, cattiva sulle strade normali, si trasforma in un cucciolino poco assetato di carburante quando viaggia a velocità costante.
Insomma, tutto bene finora, nonostante il contesto piuttosto palloso.
E' la fine dell'anno, in cui si affrontano gravi emergenze lavorative
E' passato il Natale: questa festa non l'ho mai amata, non l'ho mai tollerata, non l'ho mai digerita.
Dapprima, mi veniva l'ansia di "dover fare" qualcosa. Ora ho fatto i conti con me stesso e me ne sono fregato.
Ho augurato Buon Natale a tutti quelli che ci credono, a tutti quelli che ci credevano un tempo. Ho augurato Buon Natale a chi costruisce la proprie storie a  lieto fine a tavolino, a chi è stato protagonista suo malgrado di "finali col botto", dove il botto era un'esplosione e a raccattare i cocci c'ero sempre io da solo.
Ho augurato Buon Natale a un'amica maremmana, lontana e vicina che, così grinch, ironica, e autoironica, ha capito ogni mia parola. Lo sa cosa c'è dietro le mie parole.
Ho augurato Buon Natale a Sandra, che il lieto fine l'avrà senza doverselo costruire, ma non dov'è ora. NON ho augurato Buon Natale a chi, l'anno scorso, mi mandò gli auguri alle 8:36, per poi regalarmi il Natale più di merda della mia vita. Non ho augurato Buon Natale a chi era tornato, ma non ho riperso nella vita. Ho augurato  Buon Natale ai silenzi che continuano, dritti, auspicando che un giorno siano rotti da un qualcosa di maturo e pacifico.
Non ho dimenticato chi mi ha tirato fuori da un pantano, mi ha lanciato ad altissima velocità e poi ha tirato il freno di colpo, lanciandomi in picchiata in un burrone, gettandosi chissà dove, nelle braccia di chissà chi.
Amica, tu non sai proprio che in quel volo giù nel burrone, ho scosso la testa, ho allargato le braccia a mo' di ali, ho inclinato le mani a mo' di flaps, ho tirato la cloche a me, ruotando, e ho iniziato a volare.
Proprio lì, ho iniziato il decollo che ora è una crociera a 10000m di altitudine.
Ci siamo augurati Buon Natale con chi è accanto, e che mi ha fatto innamorare follemente alla lunga. Tu hai capito che ci si doveva lavorare, che prendere la nave era una bizza di un "bambino a cui avevano rubato il giocattolo".
Ho augurato Buon Natale a chi supera i limiti di velocità, a chi ama la traiettoria perfetta, la guida perfetta, la vita perfetta di cui ognuno ha un'idea diversa.
E ora, c'è un 2022 in cui si deve andare a tutto gas verso una nuova prospettiva.
Me lo auguro, con tutto il cuore.

lunedì 8 novembre 2021

Panchine

Superstrada FI-PI-LI, 120km/h, direzione Pontedera, poi Castelfalfi, poi San Gimignano, poi casa. C'è un'altra strada, c'è un'altra Luna, mentre con il solito aiuto dell'Enterprise, rientro zoppicando per il traffico altalenante da una giornata mortale.
Gli Oasis mi sparano "Supersonic" nelle casse della mia stupenda macchina blu, e io ne rido, perché qui di supersonico non c'è nulla, nel traffico caotico e schizzato del secondo anno pandemico.
Il silenzio nei rapporti prosegue, e  il buio della notte inghiotte negli specchietti tutte le luci della superstrada, nelle mie solite giornate di cui non vedo, mai, la fine. Sono stanco, e dormo male. Non è una novità, e lo sappiamo bene.
Il telefono mi ricorda, da stupido computer quale è, che un anno fa esatto ero lì, a prendere una nave alle 17:10 a bordo della nuovissima Enterprise, ultima nave utile per evitare il coprifuoco che c'era l'anno scorso, e mi ricorda l'ultima foto con le facce tristi perché non ci saremmo visti per lungo tempo. Il giorno dopo, infatti, la regione Toscana sarebbe entrata in zona arancione.
Non sapevo che sarebbe stata la fine del gioco, salvo messaggi che, una volta ricomposto faticosamente il puzzle della nostra storia, si sarebbero rivelati da un lato "di routine", dall'altro sintomo di una difficile arrampicata fatta di ansie, di poca naturalezza, di sguardi che probabilmente non si incrociavano più.
Già, perché poche ore prima parcheggiavamo l'Enterprise accanto ai sassi a Pomonte, per mangiare insieme sulla spiaggia.
Lo percepivo, che qualcosa non andava. Percepivo anche dal lato mio un forte disagio, derivante dal fatto che certi atteggiamenti non li avevo mai tollerati.
Non avemmo il coraggio di pronunciare la famigerata frase: "Ti devo parlare" in quelle circostanze, che sicuramente non avrebbero salvato la nostra storia, ma almeno avrebbero alleggerito una fine silenziosa, e non avrebbero buttato me in una picchiata, con annesso avvitamento, da cui mi sono ripreso dopo molto tempo.
Per chi avevo accanto forse fu una liberazione, perché avrebbe potuto correre libera verso chi, sicuramente, avrebbe meritato attenzione.
Il resto è cronaca, fatta di un anello che avrebbe dovuto essere consegnato la settimana dopo, della quattordicesima Missione Eroica che vinse la palma di essere stata la prima andata male, dei tentativi andati bene di riavvicinamento, delle ansie tornate, della nuova fine di ogni rapporto, stavolta brutale.
Per fare un sorpasso scalo in settima marcia: è una mossa inutile, se non a darmi, ogni tanto, l'illusione di avere il controllo del mezzo manuale e non automatico. Infatti l'Enterprise si riattiva e mi rimette l'ottava da sola, quasi a brontolarmi per quell'uscita dal silenzio e dal piattume dei 120km/h impostati.
Dopo un anno ci sono ancora tante domande che mi pongo, e che onestamente non dovrei nemmeno concepire.
E' stata tutta una farsa la nostra favola nata e cresciuta in un periodo sfavorevole? E' stato davvero amore? Ce ne sono mille che ritornano come dei vortici, ogni volta che sbarco da quella cavolo di nave, verso quella cavolo di isola che amavo, da morire, e che ora mi fa parecchio girare le scatole, nella sua bellezza e nella sua, a tratti, stupidità.
Eppure ricordo quella Panchina a Le Ghiaie, dove ci siamo baciati quando nemmeno lo potevamo dire in giro. Ed è lì, e non se ne va, quel ricordo di quasi 2 anni fa. Ricordo ogni dettaglio di quel giorno, a partire dalla freschezza dell'aria che permeava i nostri polmoni, la macchina piccola e quella grande, il pranzo al bar del Porto.
Nei silenzi dell'Enterprise mi domando dove spesso sia finito il mio cuore, a cui nego sin troppo spesso  le emozioni che vorrebbe provare, in favore di una sin troppo eccessiva razionalità. Spesso è lì, su quella panchina erosa dagli agenti atmosferici, che resiste alle mareggiate, al tempo e all'incuria di una pessima amministrazione comunale.
E non dovrebbe essere per niente così, alla luce dei recentissimi sviluppi della mia vita.
Riguardo avanti, a quello che ho adesso e che avrò in futuro. Strappo via il cuore da quella panchina dove vorrebbe rimanere aggrappato e lo rimetto al suo posto, vinco le sue resistenze con la forza della razionalità, per fare quello che è giusto.
Ma alle volte mi domando: "Perché non sei qui con me, stasera?". E continuerò a farlo.



martedì 2 novembre 2021

La favola bella di Paolo e Chiara



 

Autostrada A11, 150km/h. L'Enterprise come sempre procede veloce come il vento, nel suo teutonico silenzio. Piove, e le bacchettate del tergicristallo si coordinano, quasi all'unisono con i giunti metallici dei viadotti, che creano una quasi piacevole combinazione di suoni.
E' stato un fine settimana lungo piuttosto strano, o meglio, nel suo ordinario svolgersi ho conosciuto, con chi ho accanto, la fidanzata di un amico. Magari il lettore poco attento riterrà tale circostanza una banalità, ma la storia che c'è alle spalle è una favola bella, a lieto fine, commovente come poche. O forse sono io che sono particolarmente sensibile ai lieti fini, visto che non ne ho mai avuto uno.
Tant'è che Paolo, amico ormai da oltre vent'anni, da sempre visto single, persona di una levatura mentale notevole, di un'intelligenza e di un'ironia assolute, ci ha presentato la sua Chiara. Non ha più una famiglia, lui: i genitori sono scomparsi e noi amici eravamo tutto quello che aveva.
Andò così, in breve. Paolo è campano e viene a studiare a Siena, come tanti universitari, e purtroppo, per la distanza, è costretto ad abbandonare la sua Chiara. Lei inizia ad odiare la Toscana, perché le ha portato via il suo amore.
In tanti, me compreso, avrebbero rubricato l'amore di quinta Liceo come una cosa giovanile.
Passano gli anni, ma i due non smettono di sentirsi per periodi lunghi, anche se ognuno porta avanti la sua vita.
E dopo vent'anni Paolo torna per un periodo piuttosto lungo a casa, e ritrova la sua Chiara. Quello che era sotto la cenere riprende vigore, addirittura maggiore rispetto a prima, con la consapevolezza che solo i 40 anni ti danno.
Paolo tornerà giù, lasciandoci un vuoto nel cuore. Ma la cosa che conta è che dopo vent'anni, Chiara si sia ripresa quello che era suo, con gli interessi.
Sono felici ed è un finale stupendo, che nessuno avrebbe mai creduto che avvenisse. I miracoli succedono, e loro si meritano la favola bella dopo tanto attendersi reciprocamente.
L'Enterprise prosegue nella pioggia, imperturbabile e inarrestabile. Le gocce si spiaccicano sul parabrezza e sul cofano blu Portimao, e il vento le porta verso la parte posteriore per poi disperdersi in una corsa così effimera.
Mi viene in mente D'Annunzio, quando mi ricorda che "Piove, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude", e guarda caso quest'Autostrada porta a quella pineta, vicino a Marina di Pietrasanta, dove D'Annunzio vive con l'amata Ermione la giornata di pioggia di quell'opera che conoscono tutti (capre a parte).
Ecco, vorrei anche io una favola del genere, con la reciproca tenacia di aspettarsi, qualunque cosa accada.
In vent'anni le persone cambiano: lo fanno anche in un anno, lo fanno anche in due.
Permettetemi, Amici, di provare un po' di invidia bonaria.
La vorrei perché ho la presunzione, forse erronea, di meritarmela, e perché non merito il silenzio in cui da oltre un mese siamo piombati con colei che conobbi al di là del mare.
"L’amore non si dimostra per come saprai amare la persona cara, ma da come la saprai perdonare…", diceva ieri il Pieraccioni in televisione. E' vero, ma io non devo essere perdonato stavolta. Probabilmente, come un coglione, farei muro di nuovo alla richiesta di perdono, che ogni giorno spero mi sia formulata.
E allora credo nella favola di Paolo e Chiara, nel loro lieto fine, nel "vissero felici e contenti" che potrebbe farli sopravvivere a ogni scossa di terremoto perché sono soggetti saldi e forti.
Ci credo, perché ognuno si può ritrovare dopo anni di lontananza.
Sono sicuro che una favola bella toccherà anche a me. Ci voglio credere con tutto me stesso. Per un altro minuto ancora.


mercoledì 22 settembre 2021

Oggetti preziosi accantonati

 


Motonave Stelio Montomoli (ex Aethalia, ma questa è un'altra storia), 15 nodi, canale di Piombino.
Soffia una leggera brezza da nordest, il 29 agosto del secondo anno pandemico, e il mare è stupendo, come si confà a tutti i giorni in cui si ritorna dalle vacanze.
Nell'ultima domenica del secondo agosto pandemico, sono di rientro verso casa a bordo del Duetto, che per 25 giorni ha assunto il ruolo di nave ammiraglia della mia flotta automobilistica. Nonostante i 31 anni, il motore sempre originale, ecc., si è comportato benissimo, facendo sostanzialmente da "Portoferraio Shuttle" per i passeggeri che si sono alternati sul sedile di desta.
E' successo di tutto, e tutto  è stato bello.
Ufficialmente la vacanza l'ho fatta con chi ho accanto adesso, salvo una settimana centrale è andata a lavorare, in cui si è visto Giacomo, e due settimane complessive passate con Averardo e Elena. E' andato tutto via veloce, tra risate, musica degli anni '80, voli in acqua, prese per i fondelli al bagnino
Per carità, si ride, si scherza, si vive.
Ma un giovedì mattina della settimana in cui avevo soltanto Giacomo con me, la chiamata arrivò improvvisa, con la prepotenza e il mancato preavviso di chi decide che un silenzio deve finire.
Arrivò mentre camminavamo verso la spiaggia, con il mio contestuale sussulto una volta visto il nome sul telefono. Arrivò nel momento in cui credevo di aver superato la cosa, di essere innamorato di un'altra donna, nel momento in cui il Bagno Pineta trasmetteva una serie di canzoni degli anni '80 italiane a partire da "Gloria", quando nel mio Loop personale mi stavo sparando "Election day" degli Arcadia, ovvero la più bella canzione dei Duran Duran, come se non ci fosse un domani.
Arrivò nel momento in cui avevo deciso di mollare gli ormeggi ed andare via dal porto dove ero stato per un anno, inchiodato alla banchina di un sentimento che pareva malato, difficile, eroso da una serie di "non detti", di cui eravamo entrambi responsabili.
La telefonata arrivò nel momento in cui la mia pelle era abbronzata, in cui un'altra bionda da 6 mesi e passa aveva preso il posto di quella che credevo essere la donna della mia vita, a colpi di raziocinio, di feeling, di tranquillità.
Arrivò, a scompigliare le certezze che avevo, come "Un souvenir, formato tir a centoventi all'ora", come diceva l'unico Liga ascoltabile. E' arrivato lì, spazzando via qualsiasi altra cosa, a ricordarmi che la Missione Eroica compiuta da Virginia in quel freddo giorno di gennaio, forse, è servita a qualcosa e non può essere classificata nella sezione "sconfitte", ma nemmeno in quella dei "successi".
Arrivò tra le facce sconvolte di Giacomo che mi guardava e mi domandava: "non sarà mica lei?", tra le mie risposte evasive come le manovre degli aerei che schivano i razzi.
E da lì, con l'inizio dei rapporti, inizialmente ritornavano le vecchie brutte  ansie, e la voglia di vedersi e di non perdersi, e di domandrsi se c'è qualcuno nella vita dell'altro. Domande, secondo me, da entrambe le parti, inevase.
Sulla nave guardo chi ho accanto adesso, guardo il suo bel viso (anche se Sandra non lo ritiene tale), il suo sguardo a tratti interrogativo. Lei vincerebbe su tutte, col suo essere una donna eccezionale: bellissima, intelligente, simpatica, con milioni di doti positive.
Se devo trovarle un paio di difetti, è eccessivamente gelosa per le botte prese in passato, e poco ambiziosa nel lavoro.
Penso a tutti i bei momenti che abbiamo passato in questi sette mesi insieme, e mi dispiacerà quando le darò la forte pugnalata, una volta che avrò deciso di scegliere, ancora una volta, la strada difficile, in salita, alternativa alle tre corsie senza tutor, dove per mesi ho viaggiato oltre 200km/h, pensando anche che quella strada mi piacesse più delle curve.
E invece è bastato poco per riaccendere tutto dentro di me, come un fuoco che era sotto la cenere e su cui viene buttato un bel pezzo di carta imbevuto di alcool.
Credevo di essere stato accantonato, come un oggetto che viene usato e buttato. E invece no. Forse sono ancora un oggetto prezioso.
Ma anche gli oggetti preziosi si mettono nei cassetti, e magari si riutilizzano al bisogno. Non voglio fare quella fine.
Però la comunicazione altalenante c'è ed è sincera. Mi fa ridere e piangere, agitare e tranquillizzare allo stesso tempo. Mi fa sentire ancora lì, pronto ad essere riabbracciato. Forse è solo un'illusione dettata dalla contingenza attuale.
SS 223, 120km/h, Raf canta a volume alto "Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è",  mentre la BMW riflette i raggi di sole del primo giorno d'autunno.
E' il tempo di riflettere, di nuovo, su cosa fare. Ero andato avanti, pretendendo di avercela fatta per chi se lo sarebbe meritato. Me l'ero raccontata per bene, come si confà ad un ottimo cantastorie quale io sono.
Ho riflettuto tanto, e ho scoperto che l'oggetto prezioso che avevo accantonato, ero semplicemente io. Mi ero accantonato da solo, e allora ho scoperto che dovevo fare delle cose, senza nessuno a rompere le scatole accanto.
E via, a giocare a Padel, a nuotare, a lavorare come si deve. E forse, mi riprenderò quello che ho sempre creduto essere mio. Non ho più paura di una botta nel capo, non ho più paura di nulla. Non ho paura di sentire un rifiuto.
Ho solo voglia di chiudere i conti con il passato. O di riaprirli.
Mi sono, semplicemente, tolto la polvere di dosso.

venerdì 30 luglio 2021

Pensieri sospesi: l'implosione

In nessun luogo in particolare, ma probabilmente nel tunnel sotto Victoria Harbour.

L'Alexander-Dennis biancoverde della NewWorld fa quel che può ai comandi del "capitano" (come chiamano qui gli autisti dei double-decker) che, come abbastanza solito per le corse tardo-serali della compagnia isolana, non risparmia la pressione sul pedale di destra.

Io gioco col telefono; tentativo estremo di non pensare al presente; ed al futuro, ovviamente. Ma il futuro non c'è, nei miei pensieri; assente, non pervenuto. A quel punto meglio non pensarci. Ma non pensarci significa, qui ed ora, nascondere la testa sotto la sabbia, fare finta che tutto vada bene o, come più spesso capita, semplicemente non fare menzione della verità.

Ma anche evitare di pensare ai problemi, ed evitare di parlarne, ha un limite. Ed è al raggiungimento di quel limite che inizia l'implosione.

Inizia il vuoto; inizia la solitudine, quella vera e profonda.

Certo, non necessariamente solitudine fisica, ma solitudine emozionale. Tutto resta dentro; le persone che in un modo o nell'altro mi sono state vicine vengono allontanate, vuoi tramite silenzio ed isolamento, o menzogna. Che in fondo dire "...tutto bene. Te?" è un'abitudine. Non va mai tutto bene, almeno non per me, non ora.

Il risultato è sentirmi solo; unico conoscitore del dolore che provo ogni giorno; nessuna condivisione. Sto male, e sono il solo a saperlo.

Perché se mi guardo intorno vedo solo persone che non potrebbero avere alcun interesse al mio stato emozionale. Oppure persone che già hanno provato ad aiutarmi, ma senza successo, e non me la sento di dire che ho bisogno di nuovo di aiuto. Oppure persone che si preoccupano per me e verrebbero turbate dal conoscere il vero stato delle cose. Oppure persone che hanno già il loro bagaglio di problemi di ogni giorno da risolvere, a cui di certo non gioverebbe dover pensare anche ai problemi di qualcun altro.

E allora via, a mentire. A far finta. A piangere da solo su una panchina, o nelle ultime file di un autobus semivuoto. A pensare a come anche farla finita sarebbe solo una fonte di problemi per persone che non hanno bisogno di ulteriori problemi da risolvere.

E allora l'unica soluzione resta vivere, in un angolo, continuando a soffrire in silenzio; senza sogni e senza speranze. Giorno dopo giorno, una giostra senza fine. Una lunga attesa, del momento in cui la solitudine ed il silenzio non saranno più un problema.

martedì 1 giugno 2021

Il 40esimo 4 giugno.

 


26 maggio del secondo anno pandemico, Raccordo Autostradale Firenze Siena, 120km/h, Svincolo di Impruneta. La sfanalata dei quattro fari a led della Porsche di Sandra entra, prepotentemente come è entrata lei nella mia vita, nell'abitacolo dell'Enterprise.
La telefonata era arrivata poco prima, con la semplicità di linguaggio che lei ha quando si sente (raramente nel mondo, spesso con me) a suo agio, simile a quella di un lavoratore portuale di Livorno. Eppure, è una delle donne più belle che conosco, che potrebbe sfoderare l'eleganza che ha in ogni situazione.
E invece: "Fava a che punto sei del ritorno? Si mangia insieme?". Avevo mangiato qualcosa a Padova, ma non potevo resistere.
Vengo da Portogruaro, patria della mia ex moglie. Ho alle spalle 800km di autostrada, dopo una notte pressoché insonne, 90€ di autostrada pagati e una giornata che distruggerebbe chiunque, ma non me. Ah, giusto: nel frattempo ho divorziato.
Non mi distrugge la guida, non mi distrugge niente del genere.
La risata spontanea travolge tutte le fatiche del giorno, una volta seduti a cena. Lei ha questa grande capacità: coi suoi occhioni azzurri mi guarda, coperta dalla mascherina dei Rolling Stones, e mi fa capire che, nonostante le apparenze, il mondo è semplice. E' stata il faro degli ultimi mesi di mare in tempesta, ma forse ancora non conosce la sua importanza. Lei stessa, nell'aspetto, non è semplice. Questa "costruzione" estetica e di un personaggio contrasta fortemente col suo carattere, che è semplice, diretto, immediato, come poche persone sanno fare. Non ha ancora fatto i conti con questo, e non sarò io a farglieli fare.
La sua bellezza estetica è niente in confronto a quella che porta dentro e riserva a pochi. E gliene sono grato.
Quella sera ci siamo abbracciati, e fu la prima volta: abbiamo rifiutato da sempre ogni contatto fisico in nome dell'amicizia ed è giusto e naturale così, perché è un modo per darsi ancora di più.
SS223, 120km/h.
Rientro dal Tribunale di Grosseto. Sandra è lontana. Chi ho accanto sta effettivamente comprendendo che siamo al preludio della fine del gioco, e che la fine del gioco non farà male. Per lei, la vita tornerà in "Posizione di equilibrio". Per me, come sempre, sarà il solito caos, la solita percorrenza delle strade in salita per arrivare a qualcosa che poi mi stufa.
Guardo la data e vedo che tra pochi giorni è il 4 giugno. Il 40esimo 4 giugno.
E allora mi domando che regalo vorrei per i 40 anni.
Non voglio oggetti, anche se i miei geniori mi faranno il solito regalo,  salvo poi doverli aiutare economicamente.
Non voglio niente del genere.  Non voglio nemmeno chi ho accanto come regalo, che sappiamo avere anche lei la testa altrove.
Vorrei l'abbraccio di Sandra, che mi fa sentire a casa, vorrei la chiamata di Giulia, che mi dice "ci sono".
Vorrei la donna della mia vita che si sveglia, spezza le sue risalenti catene, e spazza via ogni dubbio nei miei confronti. Vorrei un piacevole inaspettato che ad oggi non ho.
Vorrei la pazienza che non ho per recuperare quello che non posso ad oggi avere.
Vorrei smettere di lottare col mio aspetto fisico che mi fa schifo dagli anni
Ecco, vorrei pace. Pace.
Tutto questo per mia natura e per il mio carattere è impossibile. Tutto questo non è facile da ottenere.
E allora, buon compleanno, senza bilanci.

venerdì 21 maggio 2021

To the moon and back

 


Spiagga di Lacona. La mia mano abbronzata gira la rotella del volume della radio nello stabbiolo denominato senza alcun merito Reception, per alzarlo. Radio 105, l'unica che prendeva su quella spiaggia e ci accompagnava da fine giugno, trasmetteva To the moon and back dei Savage Garden.
Era la fine della fantastica estate del 1998, con i suoi tramonti stupendi, quella dei miei diciassette anni, quella del mio primo lavoro come bagnino ai Bagni Lacona, quella della metamorfosi, quella dei baci rubati alle ragazze sulla spiaggia, della prima esperienza sotto le coperte, del Ciao Rossonero che affrontava le Curve del monumento, con tutto il tempo per guardare il panorama per la sua velocità così bassa, che oggi, da pilota professionista, mi fa sorridere. Era una di quelle estati che rimangono nella vita, impresse a fuoco in ogni suo minuto.
Avevo passato un inverno impegnativo: all'epoca il corso di bagnino per prendere il brevetto FIN in Toscana lo facevano solo a Firenze. Mia madre mi pescava al Liceo, mi dava un paio di panini e via di corsa, alle piscine a cupola a Novoli, dove, per qualche scherzo del destino, a poche centinaia di metri ora sorge il Tribunale.
Avevo faticato per arrivare lì, in un anno dove ebbi la fortuna che ci fosse penuria di bagnini.
Ero bello, abbronzato, con la testa bionda e i miei primi occhiali Ray Ban Aviator, ma con le ansie costanti che iniziavano a colpirmi, e io le ignoravo.
Avevo tanta paura.
Ma quella canzone parlava di una persona ferita che ha paura di amare. E il ritornello ha un testo fantastico che fa:

"...I would fly you to the moon and back
If you'll be if you'll be my baby
Got a ticket for a world where
We belong
So would you be my baby
Ooh-ooh..."
Autostrada A12, 150Km/h,  torno da Genova, per lavoro.  L'Enterprise, nella fredda primavera di quasi 23 anni dopo, diffonde nelle casse la stessa canzone. E' facile trovarla, si pesca nelle app di musica, come Deezer e Spotify.
All'epoca dei bagni Lacona non lo sapevo cosa mi sarebbe capitato, che il mio cuore sarebbe stato sempre lì, a lottare per sopravvivere alle ansie, alle paure per "titoli diversi".
Alla destra della mia BMW da legale di successo, con 2 studi, e quote societarie in una serie di startup con la voglia di costruire un impero (che poi, parliamone a chi andrà, senza moglie né figli), si staglia la Versilia, ma tra poco dovrò uscire dall'Autostrada, a Pisa Centro, per poi prendere la FI-PI-Li fino a Pontedera, per poi esaltarsi sulle curve fino a San Gimignano.
Ho lottato per rompere il silenzio. Ho lottato e l'ho fatto rompere. E sembrava una via tracciata, Solo che ora, non si sa per quale apparente  motivo, il silenzio è tornato.
E per riaverti, altro che viaggio sulla Luna. Se solo fosse possibile andrei anche su Marte e Giove. Perché io lo so che in un qualsiasi punto dell'universo avremmo potuto essere felici, che se non avessi scassato brutalmente le palle ad una persona malata non saremmo a questo punto.
Brucio, ancora, nonostante il tempo passato sia moltissimo.
Superstrada FI-PI-LI, 120km/h: con un'arroganza assolutamente non dovuta, a colpi di fari a led Matrix, faccio scansare velocemente una 500 dalla corsia di sorpasso.
Tra poco passerò nella strada dove, a fine febbraio 2020, divenni nuovamente pilota.
Con un sapore, sempre più amaro, in bocca. In attesa del solito messaggio che, adesso, non arriva.

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