sabato 27 febbraio 2016

La via delle spezie


Sabato pomeriggio, Argyle Street; il numero 27 - double-decker della KMB - si muove nervosamente nel moderato traffico del fine settimana di Kowloon. La mia meta si avvicina; due fermate... una fermata... in modo quasi automatico mi preparo a scendere - in tutti i sensi, visto che sono al piano superiore. La corsa nervosa del 27 per oggi finisce lì.

Mi lascio alle spalle l'autobus grigio-ocra e cammino verso casa; ma ci sono tante altre cose che non posso lasciarmi alle spalle. Pensieri, voci, che come spine mi pungono ogni volta che provo a bilanciarmi per ritrovare quell'equilibrio che ormai manca da troppo tempo. Equilibrio e direzione. Mi sono accorto di aver vagato per diversi mesi in una palude senza prendere una direzione decisa; ora una direzione c'è, anche se solo per poter dire di averci provato veramente.

Tuttavia mi guardo meglio attorno e mi accorgo che una direzione non è abbastanza. Di sicuro mi aiuta a mettermi in marcia più seriamente, ma per uscire dalla palude devo imparare a prendere le situazioni di petto, a fidarmi di me stesso, a non deviare ad ogni piccola incertezza, a non continuare a rallentare ed accelerare.

Così mi siedo nel caffè sotto casa e riprendo a scrivere, come mezzo per andare a scavare dentro di me e cercare di fare chiarezza tra le montagne di pensieri e di irrequietezze che continuano ad accumularsi senza tutte quelle vie di sfogo che mi hanno aiutato a rendere felicemente memorabili alcune parentesi della mia vita fino a settembre del 2014.

E sì, lo so, più guardo ai vecchi scritti su questo diario e più mi accorgo di quanto fossero intrisi di sterile negatività; ma in fondo all'epoca le parole impresse in questi bit erano soprattutto uno sfogo, come delle urla lanciate al cielo. Ora sono cresciuto (davvero? Mah, almeno così dice la carta d'identità) ed i pensieri che escono da questo guazzabuglio di neuroni dovrebbero quantomeno essere influenzati dalla lunga ricerca intrapresa per capire una personalità - la mia - anomala ed ipersensibile.

Cerco. Ancora. Freneticamente.

giovedì 3 dicembre 2015

Tre ore e quaranta



Altitudine e velocità di crociera, Mare Cinese del Sud; l'Airbus A330 della Cathay Pacific vola tranquillo verso la sua meta (non ce la faccio a chiamarla "casa") e si lascia alle spalle la Cina, punta a sud-sud-est. Ma non è dalla Cina che è decollato; si è alzato da quello che sulle mappe di solito nulla è più che un puntino; un puntino che mi ha visto ospite per tre giorni.

Eppure tanto insignificante proprio non è. Lo insegna la storia, lo insegna l'economia... Ed a me, invece, cosa insegna? Cosa sono queste lacrime che vogliono uscire e che in più riprese ho provato a trattenere? Cos'è questa sensazione che per la prima volta mi ha riportato indietro le memorie di Shanghai? Cos'è questa voglia di non partire, di non tornare indietro?

Ho rivisto amici lontani che sono tornati vicini, amici prossimi a scelte importanti, amici che scelte importanti, diverse, le hanno fatte. Mentre io cerco ancora; cerco non so esattamente cosa, provando ad ascoltare le mie emozioni ed a lasciarmici andare; imparando; sbattendo la faccia per terra e guarendo le ferite; perdendo la mia solita attenzione a tutto.

Ma per chi parte in ritardo, la strada per imparare è ripidissima. E le ansie, di ogni genere e tipo, non mi danno tregua e mi consumano ogni energia residua, giorno dopo giorno.

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Sette mesi sono passati da quel volo; ora quel puntino sulla mappa è la mia attuale base operativa. No, non ancora casa, anche se vorrebbe fortemente esserlo; ci provo, giorno dopo giorno a farla diventare la mia casa, anche se i risultati tardano ad arrivare.

Provo a reinventarmi; cambio obiettivi; dico anche di no. Ma resta grande il quesito su chi io sia veramente, su cosa io voglia. E su dove io voglia veramente andare...

giovedì 26 marzo 2015

Stress di una nuova vita

Gate A11, Aeroporto Internazionale di Dubai, notte fonda. L'A380 che mi riporterà a Kuala Lumpur è già qui fuori che attende, paziente, senza troppi pensieri; anche se mi immagino che frema dalla voglia di tornare in aria, visto che in fondo quello è il suo elemento, quello è l'ambiente dove si trova più a suo agio.


Quello che si fa troppi pensieri è qualcun altro, qualcuno che tra meno di due ore sarà nella sua enorme pancia per la prima volta; da solo, come sempre. E non ci riesco veramente, non ancora, a trovare un modo per liberarmi da queste maree di pensieri che vanno e vengono e che spesso e volentieri mi impediscono di vivere serenamente questo scampolo di vita malese.

Ma mi chiedo come si faccia ad essere tranquilli senza una vera prospettiva, senza un vero progetto, senza una stabilità, personale ed economica, e senza un vero obiettivo. E ci sto provando, a cambiare; ci sto provando ad intercettare i pensieri, a capire da dove arrivino, da dove nascano; e mi trovo a pescare nel mio passato, recente e non.

Mi trovo a rivedere alcune situazioni da un altro punto di vista, a capire come mi abbiano influenzato e mi influenzino tuttora; talvolta a capire come ora mi trovi in situazioni opposte e contrarie. E non nego che ogni tanto faccia paura, tutta questa continua ricerca. Ma sembra che ora non riesca a fermarmi.

E forse un giorno mi piacerebbe anche smettere di viaggiare da solo ...ma a quanto pare questo sarà un diverso capitolo di tutta questa intricata storia.

domenica 26 ottobre 2014

A due passi dall'Equatore


Dubai, notte fonda. L'elegante B777 della compagnia degli Emirati si prepara a partire verso sud-est, verso una meta nuova; inaspettata per certi versi, ma cercata e per assurdo quasi pianificata per altri. Lascio a casa le preoccupazioni per una volta; le lascio in quel cassetto del mio comodino dove le cianfrusaglie si accumulano, anno dopo anno ed esperienza dopo esperienza. Per l'ennesima volta non riesco a capire esattamente cosa mi spinga in quella direzione, ma ormai cosa importa?

Ci aveva provato anche l'Air France a non farmi partire, annullando il volo prenotato una settimana prima; ma con la mia solita testardaggine ho trovato una soluzione addirittura migliore del piano originale. Così eccomi là, a diecimila metri di quota in un Boeing bianco-oro sopra l'Oceano Indiano, dopo una ragionevolmente breve sosta nell'aeroporto che a maggio fu meta finale del viaggio di allora.

Malesia. Cosa mi dice a parte i racconti di Salgari e le Petronas Tower? Poco o niente.

So che ci sarà un amico ad aiutarmi a sentirmi a casa; so che forse avrò un posto da chiamare casa dopo qualche giorno; so che le prime due notti le passerò in un alberghetto in Bukit Bintang; so che la mattina dopo sarò già in ufficio... ehi... ufficio? Sì. Questa è una nuova ripartenza professionale. Dal basso, senza pretese, come sempre; per far vedere chi sono e cosa so fare.

Il resto? Boh... e va bene così!

martedì 8 luglio 2014

Le scelte, nonostante tutto...

VCE - Aeroporto di Venezia Marco Polo; il 767-400 della Delta attende, dopo essersi fatto a lungo attendere, il giornaliero carico di passeggeri da portare a New York. Imbarco a zone, il più velocemente possibile, con gli assistenti di volo d'esperienza che cercano, come possono, di recuperare il ritardo accumulato nove ore prima a 6000km da lì. Stavolta il posto l'ho scelto bene, almeno tra quelli rimasti, salvo essere molto indietro.

Si parte; e come per le precedenti due partenze, una lacrima scende, nascosta. Si parte; e subito si inizia a ballare. Decido, cosa ultimamente insolita, di guardare un film; mentre l'aereo continua ad attraversare una turbolenza dopo l'altra, la scelta ricade su Gravity. Ammetto che vedere l'impatto dello Shuttle con i detriti seduto su un aereo che se ne va in tutte le direzioni in una serie di vuoti d'aria fa una certa impressione... altro che cinema 4D...

Ma quei vuoti d'aria non mi spaventano; so che questi moderni apparecchi sono progettati e costruiti per sopportare ben di più. Sono altre le prove che dovrò superare, a livello personale, in quest'ultimo viaggio in terre inesplorate. Ed è difficile lasciare nuovamente le belle amicizie che restano in Patria, con quegli abbracci forti forti (ed a volte piacevolmente inaspettati) che rendono più bella la vita. Ed intanto le turbolenze non finiscono, con le hostess che servono a tempo di record i pasti nei pochi momenti di volo tranquillo.

Dopo otto ore atterriamo finalmente a New York, a conclusione di quello che ricorderò come il volo intercontinentale più traballante mai provato; come se ci provasse anche il meteo a minare le mie sicurezze ed a farmi chiedere perché io abbia deciso comunque di proseguire verso la West Coast, nonostante tutto. Nonostante io stia guardando a futuri prossimi in tutt'altre parti del mondo (considerato anche che trovare un lavoro qui è pressoché impossibile); nonostante la sempre minore considerazione per questo popolo di "perbenisti moralisti e classisti, ma [che] sei hai una idea ti permettono di realizzarla"; nonostante avrei potuto optare per destinazioni per le quali avrei dovuto compiere meno sforzi (economici e non); nonostante il prematuro addio a Dubai.

Mi ponevo tutte queste domande, ormai già in questa fredda e dispersiva San Francisco, quando arriva inaspettata una voce a ricordarmi che il coraggio è una scelta... in questa giornata in cui, malgrado alcuni residui giri in ottovolante del mio umore, ho felicemente rivisto sorrisi e volti che avevo lasciato in oriente quasi due mesi fa, mentre resta il timore di rivederne altri; a volte mi chiedo ancora perché alcuni dopo siano così complicati, ma è la natura umana. Poi ripenso a quella frase, a quel coraggio; ed un'altra lacrima scende; la nascondo nuovamente.

Ma è vero, la vita è fatta di scelte; e delle loro conseguenze.

venerdì 6 giugno 2014

Nel vortice del deserto


Dubai Marina Beach, a pochi metri dal mare, mezzanotte passata da poco; un discreto bubble tea nel mio stomaco rinnova qualche memoria cinese. Mi siedo sul gradino di pietra scura che introduce sulla sabbia e guardo il mare, per la prima volta, effettivamente, da quando mi trovo in questo apparente, appariscente ed estemporaneo paradiso mediorientale.

Le onde si infrangono con fragore sulla spiaggia, spinte dal vento di settentrione che dovrebbe (così è stato annunciato) essere foriero di una lieve tempesta di sabbia proveniente dall'Iran; ma al momento l'aria è ancora pulita e mi godo l'inusuale temperatura sopportabile. I riflessi delle potenti luci sui palazzoni alle mie spalle rendono visibile ogni singola cresta che muore sulla battigia; inaspettatamente non ci sono molti rumori attorno, nonostante Marina Walk alle mie spalle non sia di certo uno dei luoghi più tranquilli di Dubai. 

Allora chiudo gli occhi e ascolto.

Onde, vento... curiosamente non si sente la risacca; forse solo perché non ci ho posto troppa attenzione. Forse solo perché la mia testa era troppo impegnata nel provare a deconcentrarsi da tutti i turbini degli ultimi giorni, attivare la default network interna, spezzare quei circoli viziosi che la mia autoconsapevolezza inizia malvolentieri a riconoscere.

Cerco di tradurre sensazioni in risposte, ma le recenti lezioni di psicologia manageriale sulla fallacia del nostro cervello e della capacità decisionale umana mi convincono a lasciar stare ed evitare qualsiasi tipo di traduzione. Da un lato diventa ancora più difficile prendere decisioni con queste nuove conoscenze, dall'altro possiamo imparare dove provare a cercare gli errori più probabili.

Dopo un tempo non meglio precisato decido che sia meglio tornare verso casa ed andare a dormire. E la lunga passeggiata tra i contrastanti panorami della zona diventa solo una continuazione di quanto iniziato. Inutile cercare risposte; la testa ragiona per i fatti suoi e le da quando meglio le garba.

mercoledì 21 maggio 2014

All'ombra delle (poche) palme


Da qualche parte nei cieli sopra la Turchia, notte fonda, più o meno 800km/h; l'A330-343 targato D-AIKS procede a velocità di crociera verso DXB. Dubai International, per i meno avvezzi alle sigle aeroportuali. Il sonno ha finalmente la meglio su di me e mi lascio andare nel mio sedile in posizione anomala; nota: mai scegliere la prima delle ultime file a tre sedili; la prossima volta la seconda, oppure più avanti.

In quel sedile è tutto strano; è disallineato da quelli davanti quindi lo schermo non è davanti ma devo girarmi leggermente a destra per guardarlo; il tavolino esce dal bracciolo, che quindi è pieno ed inamovibile, oltretutto eliminando lo spazio per il telecomando del sistema, che quindi è sul lato interno del bracciolo, diventando quasi inaccessibile. Ma in fondo è tutta esperienza accumulata, qualcosa che imparo, per non sbagliare una seconda volta; perché sbagliare ci sta, ma bisogna apprendere.

Continuo a fare cose giuste e sbagliate, in diverse parti del mondo, in loco come a distanza. Ne ho fatte tante negli ultimi 8 mesi e mezzo. Shanghai. Un nome, una città, tante, troppe sensazioni, troppi ricordi. Tante cose rimaste a metà, incomplete. Potrei provare a elencarle ma forse non è questo il modo, non così strutturato in linee, pensieri e paragrafi. È una grande nuvola dai contorni non sempre definiti che va e viene dalla mia mente.

E poi c'è chi va e chi torna. Echi dolorosi lontanissimi che non diminuiscono e voci che, seppur lontane, tornano a regalarmi sorrisi che avevo quasi dimenticato. Tutto circondato da una grande incertezza sul futuro prossimo. Ma soprattutto c'è il coraggio; il coraggio di ammettere di aver sbagliato e quello di perdonare. Roba non da poco.

Commetterò nuovi errori? Chi lo sa...

Per il momento torno nella mia microbica casa mediorientale e mi lascio cullare dal caldo vento del Golfo Persico, sempre tra mille domande; una in particolare grande grande. Ma forse ci penso meno. E forse devo seguire i consigli di quella voce lontana.

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